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Full text of "Nuove curiosita storiche"

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BIBLIOTECA    NAPOLETANA 
DI  STORIA  LETTERATURA  ED    ARTE 


ENEDETTO   CROCE 


NUOVE 


CURIOSITÀ  STORICHE 


T'?t\ 


NAPOLI 
Riccardo  Ricciardi  editore 

MCMXXII 


o- 


Proprietà   Letteraria 


Tutti  i  diritti  sono  riservati  a  norma  delle  vigenti  leggi. 


NAPOLI   -   TIPI   SILVIO  MORANO 


ALL'  EDITORE  RICCARDO  RICCIARDI 


Caro  Riccardo, 

Or  son  tre  anni,  nel  raccogliere  in  volumi  alcune  serie 
di  miei  scritti  grandi  e  piccoli,  detti  a  te  un  gruzzolo  di 
noterelle  di  varia  erudizione,  che  mettesti  a  stampa  col  titolo 
di  Curiosità  storiche. 

Con  mia  meraviglia,  dopo  solo  pochi  mesi,  tu  mi  an- 
nunziasti che  V  edizione  se  n  era  spacciata  e  che  conve- 
niva ristamparla.  Dunque,  —  pensai  —  nonostante  la  guerra, 
nonostante  tutti  i  cangiamenti  accaduti  nei  gusti  e  nelle  idee, 
nonostante  che  io  quasi  non  riconosca  più  la  mia  Napoli  e 
scontri  ora  per  le  sue  vie  una  gente  quasi  nuova  e  alla 
quale  mi  par  d'essere  straniero,  c'è  ancora  chi  ama  le 
tradizioni  locali,  V  aneddotica  storica  e  letteraria,  le  mi- 
nute notizie  che  valgono  a  rendere  prossimo  e  come 
domestico  il  passato  ?  Ci  sono  ancora  di  quelli  coi  quali 
è  dato  ripigliare  o  iniziare  un  animata  conversazione,  fatta 
di  comuni  simpatie,  su  cose  care  e,  in  verità,  innocenti  ? 
Ti  confesso  che  questo  pensiero  mi  apportò  qualche  gioia, 
e  m  indusse  subito  al  proposito  di  trarre  dai  miei  lihriccini 
d' appunti,  e  più  ancora  dalla  mia  memoria,  gli  argomenti 
di  altri  scrittarelli  simili  a  quei  primi.  Così  sono  nate  queste 
Nuove  curiosità  storiche,  che  forse  non  saranno  nemmeno 


Vili 


le  ultime,  perchè  a  me  giova,  negli  intervalli  di  più  gravi 
lavori,  tornare  a  tale  sorta  d'indagini  quasi  come  a  un 
giuoco  riposante  e  rinfrescante.  Esse,  mentre  pur  servono 
a  determinare  particolari  e  a  riempire  piccole  lacune,  in- 
fondono in  chi  le  coltiva  una  placida  voluttà:  la  Voluttà 
che  il  buon  Wagner,  il  famulus  di  Faust,  provava,  quando, 
nelle  lunghe  serate  d'inverno,  solitario  al  lume  della  lu- 
cerna, trascorreva  di  libro  in  libro  e  di  carta  in  carta,  e 
con  trepida  mano  si  faceva  a  svolgere  una  veneranda 
pergamena. 
Abbimi  sempre 

Frascati,    IO  luglio   1921. 

Tuo 

Benedetto  Croce 


I. 
IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI 

BENEDETTO  DI  FALCO 

La  Descrizione  dei  luoghi  antichi  di  Napoli  e  del  suo 
amenissimo  distretto  di  Benedetto  di  Falco  è  ancora  con- 
sultata dagli  eruditi,  i  quali  vi  trovano,  fra  l'altro,  parti- 
colari di  costumi  e  alcune  notizie  di  artisti,  importanti 
perchè  sincrone. 

Ma  essa  non  è  un  arido  notiziario,  come  potrebbe  cre- 
dersi da  questo  esclusivo  modo  di  adoperarla  e  citarla, 
e  io  voglio  leggerne  oggi  con  voi  qualche  pagina  per 
mettere  in  risalto  gli  affetti  e  le  intenzioni  che  la  ispirano 
e  che  determinano  disegno  e  stile  dell'  operetta,  di  pic- 
colo pregio  letterario  veramente,  ma  non  senza  pregio  come 
documento  nel  quale  si  rispecchia  la  vita  del  tempo. 

La  data  stessa  della  prima  composizione  e  pubblicazione 
è  degna  di  nota,  perchè  il  1535  (1)  fu  Tanno  reso  solenne 
dalla  venuta  a  Napoli  dell'imperatore  Carlo  V,  reduce  dalla 


(1)  L'edizione  del  1535  («  in  Napoli,  per  Mattia  Canzer  da  Bre- 
scia »)  sembra  perduta,  ma  fu  veduta  dal  GIUSTINIANI,  Saggio  storico 
sullo  tipografia  del  regno  di  Napoli  (Napoli,  1793),  p.  238.  Mi  valgo 
di  quella  «  stampata  in  Napoli,  appresso  Joan  Paolo  Suganappo  in  la 
piazza  degli  Armieri,  MDXXXXVII1I  »,  che  certamente  è  rielaborata 
e,  per  così  dire,  messa  al  corrente. 

I 


2  I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI 

spedizione  di  Tunisi;  e  all'imperatore  il  Di  Falco  rivolge 
direttamente  la  parola  nell'ultima  parte  del  suo  scritto. 

Napoli  si  riempiva,  in  quel  tempo,  del  lieto  sentimento 
di  avviarsi  a  degno  e  prospero  avvenire.  Terminate  con 
la  vittoria  di  Spagna  le  lunghe  guerre  coi  francesi,  che 
avevano  avuto  uno  dei  loro  episodi  nel  lungo  e  vano 
assedio  della  nostra  città  ;  congiunto  ormai  saldamente  il 
regno  di  Napoli  a  un  grande  Impero  e  soggetto  al  mag- 
gior dinasta  del  mondo,  del  quale  da  molti  secoli  non  si 
vedeva  il  pari  ;  pacate  le  fazioni  dei  baroni ,  di  cui  an- 
che i  più  riottosi  e  tenaci  nell'odio  sembravano  conciliati 
col  nuovo  dominio  ;  i  nobili  e  tutto  il  popolo  napoletano 
accoglievano  lietamente  Cesare,  alle  cui  imprese  guerresche 
nelle  varie  terre  di  Europa  e  sui  lidi  di  Africa  avevano 
partecipato,  e  che  con  la  sua  presenza  veniva  come  a 
consacrare  e  inaugurare  quella  che  pareva  la  nuova  era. 
La  vita  sociale  rifioriva:  i  baroni,  che  in  sempre  maggior 
numero  si  stabilivano  in  Napoli,  vi  edificavano  nobili  pa- 
lagi, e  vi  sfoggiavano  il  lusso  delle  loro  corti  ;  la  lette- 
ratura ripigliava  le  gloriose  tradizioni  del  tempo  aragonese 
e  sorgevano  accademie  di  letterati  e  di  filosofi  ;  s' intro- 
ducevano le  rappresentazioni  teatrali,  non  più  delle  pic- 
cole farse  allegoriche  o  giocose,  ma  della  nuova  com- 
media e  tragedia,  che  era  risalita  a  Plauto  e  a  Te- 
renzio. La  stessa  edilizia  della  città  si  trasformava  ed 
ampliava  per  opera  del  nuovo  viceré,  don  Pietro  di 
Toledo  :  Napoli  si  faceva  più  ricca,  più  decorosa  e  più 
bella.  Tutto  ciò  dice  calorosamente  il  Di  Falco  nella  fi- 
nale perorazione: 

Se  a  l'esercizio  delle    armi  attendemo,  vi    potrei  infiniti    cavalieri    a 
nostri  giorni,  teneri  di  età  e  gravi  di  senno,  raccontare,  che  a  futuri  se- 


I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI  3 

coli  larga  speranza  nell'arme  prometteno,  nel  cui  esercizio  travaglian- 
dosi al  tempo  debito  si  vedranno  animosamente  le  imperiali  vittoriosis- 
sime insegne  seguire,  come  gli  avi  e  i  padri  loro  fedelissimamente  se- 
guirono. Se  delle  lettere  ragionamo,  già  gli  antichi  studi  delle  prime 
Academie  se  apreno,  se  ben,  come  sovra  fu  detto,  per  disavventura 
furo  poc'  anti  interrotti  ;  gli  onorati  esercizi  s' insegnano,  gli  animosi 
fatti  si  veggono,  e  i  peregrini  ingegni  di  novo  in  Napoli  fioriscono.  Già 
nella  Academia  de*  Sereni  si  vede  di  nova  luce  il  biondo  Apollo 
risplendere  ;  in  quella  degli  Ardenti  i  sacri  accesi  incensi  della 
virtù  fumano  e  nell'amicizia  degl'  Incogniti  la  conoscenza  di  sé 
stesso  proponesi.  Se  della  musica  dire  alquanto  volemo,  oltre  di  quello 
naturale  istinto  di  che  par  che  il  Cielo  abbi  ogni  napolitano  spirito 
dotato,  ormai  particolarmente  quasi  ciascuno  a  la  natura  l'arte  giun- 
gendo, e  di  giorno  e  di  notte,  talor  con  voci,  talor  con  strumenti,  talor 
con  entrambi,  diverse  armonie  in  diversi  luoghi  si  sentono  con  dol- 
cezza mirabile.  Ma  che  diremo  dell'altre  arti  onestissimamente  eserci- 
tate? Agli  edifici  le  antiche  forme  si  rendeno,  a  le  acque  gli  usati  an- 
tri chiusi  ingegnosamente  si  appalesano,  la  terra  già  sterile  si  coltiva, 
le  paludi  ingorgate  si  spediscono,  e  l'aria  agli  abitanti  sana  e  chiaris- 
sima rendesi.  E  se  bene  alcuni,  come  si  suole,  l'error  seguono,  nulla 
di  meno  più  gli  uomini  prudenza,  e  le  donne  pudicizia  e  castitade  ab- 
bracciano, i  fanciulli  dottrina  imparano,  i  giovani  modestia  e  senno  di- 
mostrano, e  i  vecchi  onorati  essempi  porgono.  I  spettacoli  ritornano, 
le  scene  si  ripresentano,  e  le  gare  di  musica  si  apparecchiano  ;  e  perciò 
non  è  meraviglia  se  in  Napoli  furo  ed  infino  ad  oggi  correno  le  nazioni 
lontane.  Perchè  dalla  Alemania,  dalla  Francia  e  dalla  Spagna  vengono 
gran  signori,  tutti  dal  grido  della  sempre  onorata  Napoli  a  meravigliarsi 
di  lei  e  a  goder  con  lei  ;  e  stupiscono  de*  ben  solcati  campi,  de'  culti 
monti,  de'  fioriti  lidi,  e  delle  fruttifere  valli,  degli  adorni  giardini,  delle 
chiare,  fresche  e  dolci  acque,  che  da  verie  fontane  in  diverse  guise  da 
napolitane  mani  in  candidi  marmi  (mercè  del  gran  Toledo)  ingegnosa- 
mente intagliate  stillano,  con  mormorio  dolcissimo  ;  si  meravigliano  delle 
industriose  arti  della  riguardevole  ed  esercitatissima  plebbe,  della  ono- 
rata cittadinanza,  della  gentil  nobiltà  e  della  valorosa  cavalleria;  si  ral- 
legrano de'  principi,  de*  duchi,  dei  conti,  de*  marchesi  suoi,  de'  quali, 
mercè  della  liberalità  della  Maestà  Vostra,  la  nostra  Napoli  è  così  abon- 
devole  :  siccome  da  Parthenio  degli  sovradetti  Incogniti  un  giorno,  nanti 


4  I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI 

al  dotto  e  saggio  vescovo  di  Lesina,  Museo  degli  Incogniti,  e  tra  gli 
amici  suoi,  fu  con  lungo  discorso  raggionato.  Prolunghi  dunque  l'eterno 
Iddio  per  Giesù  Cristo  Signor  nostro  gli  anni  e  la  sanità  de  l'anima  e 
del  corpo  a  la  Maestà  Vostra,  a  gloria  sua  e  beneficio  della  Christiana 
Republica,  onde  vegga  i  figli  de'  suoi  felicissimi  nipoti  insino  alla  quarta 
generazione,  avendo  sempre  a  core  la  mia  fedelissima  patria  ,  invece 
della  quale  in  queste  umili  carte  e  in  questo  basso  inchiostro  a  quella 
sempre  m' inchino.  Laus  Deo. 

I  Parthenio  n  degli  Incogniti  era,  come  ben  s'intende, 
lui  stesso,  che  apparteneva  a  quell'Accademia,  e  n  Mu- 
seo n,  il  vescovo  di  Lesina,  Baldassarre  Maldacea  (1). 

II  Di  Falco  dice  nella  prefazione  che  si  era  ramma- 
ricato vedendo  che  Napoli  non  avesse  trovato  ancora 
chi  facesse  per  lei  ciò  che  molti  antichi  fecero  per  le 
loro  città,  e  dei  moderni  il  Sabellico  per  Venezia,  il 
Biondo  per  Roma,  il  Merula  per  Milano,  e  altri  per  al- 
tre ;  e  a  Partenope,  "  dolce  e  bella  sirena  mia  n,  rivolge 
la  parola  nella  prima  pagina  del  libro,  e  a  Napoli,  n  cara 
mia  madre  ",  nell'ultima,  con  poetici  modi,  dolente  solo 
n  di  non  aver  cantato  "  di  lei  n  con  tal  grave  stile  e  con 
tale  leggiadria  di  parole  n  da  rendere  il  suo  Sebeto 
1  equale  ad  Arno  e  a  Sorga  n. 

Napoli  era  sopranominata,  allora,  n  Napoli  gentile  n, 
e  questo  epiteto  il  Di  Falco  illustra  e  convalida  ;  ma 
anche  n  Napoli  fedele  n,  e  questo  secondo  egli  prova  il 
bisogno  non  solo  d'illustrare  ma  di  difendere.  Perchè  c'era 
stato  un  n  bugiardo  scrittore  e  maligno  n,  Pandolfo  Col- 
lenuccio,  il  quale,  nella  sua  Storia  di  Napoli,  aveva  osato 
dire  che   "  li  regnicoli    sono    di    tanta    inconstanzia    che 


(1)   Cfr.   MINIERI    RICCIO,  Accad.  di  Napoli,   in  Arch.  stor.    nap.t 
V,  528-9. 


I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI  5 

tanto  non  si  ribellano  quanto  non  hanno  a  chi  ribellar- 
si ".  E  veramente  cocevano  ancora  al  ricordo  le  ribel- 
lioni, consuete  per  tanti  secoli,  dei  baroni,  e  continue  e 
gravissime  sotto  gli  ultimi  aragonesi.  Il  Di  Falco  non  nega 
il  fatto,  ma  lo  commenta  e  lo  spiega: 

Quanto  a  quel  che  si  dice  delli  Baroni  che  si  ribellaro  dal  Re  Fer- 
rando vecchio,  la  Maestà  vostra  deve  sapere  che  la  maggior  parte  delli 
Baroni  di  questo  regno  sono  discesi  o  da  Normanni  e  da  Franzesi  an- 
gioini, o  da  Tedeschi  di  Svevia;  li  quali  per  loro  naturale  nobil  san- 
gue non  poteano  tolerare  aver  signor  lontano  dalla  nazion  loro,  e  di  tali 
ribellioni  in  ogni  paese  e  sotto  ogni  principe  sogliono  accadere.  El  re 
di  Franza  fu  abandonato  dai  suoi  franzesi,  dal  quale  già  si  ribellò  il  Du- 
ca di  Borbona  ;  ed  ora,  in  questo  tempo,  alcuni  principi  della  vostra 
Germania  non  solamente  si  sono  ribellati  dalla  Maestà  vostra,  ma  an- 
cora hanno  avuto  ardimento  di  ccmparire  innanzi  al  volto  del  felicissi- 
mo e  potentissimo  esercito  della  Maestà  vostra  con  armate  schiere,  ben- 
ché dal  valor  dell'invitto  Imperio  sia  stato  loro  posto  ragionevole  freno. 
Similmente,  per  quel  che  si  intende,  un  cavalliero  spagnuolo,  della  com- 
pagnia Gerosolomitana  di  San  Giovanni  Battista,  tradì  il  Gran  Maestro 
e  diede  Rodo  al  Gran  Turco  ;  e  di  simili  errori  si  potriano  scrivere 
molti  riscontri  ;  di  maniera  che  in  diverse  provincie  si  commetteno,  in 
diversi  tempi  e  per  diverse  cagioni,  or  giuste  or  ingiuste,  simili  errori. 
Tutti  siamo  macchiati  d'una  tintura. 

E  perciò  giova  meglio  contrapporre  al  male,  che  è 
comune  a  tutti  i  tempi  e  popoli,  il  bene  :  le  prove  di 
fedeltà  degli  stessi  baroni  napoletani  a  re  Ferrante  nella 
guerra  con  Giovanni  d'Angiò;  le  più  insigni  che  furono 
date  al  re  Cattolico  e  all'  imperatore  Carlo  dal  duca  di 
Termoli  Andrea  di  Capua,  da  Prospero  e  Fabrizio  Co- 
lonna, dai  marchesi  della  Pescara  e  del  Vasto,  dal  prin- 
cipe di  Salerno,  dal  protonotario  Caracciolo  ,  dal  conte 
di  Sarno    e  dal    suo  figliuolo    Vincenzo    Tuttavilla ,  da 


6  I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI 

Fabrizio  Maramaldo,  dal  duca  di  Castro villari.  Vero  è 
che  anche  un  vecchio  motto,  d'accordo  col  giudizio  del 
Collenuccio,  diceva  che  la  insegna  di  Napoli  è  "  uno 
animai  che,  tenendo  a  dosso  la  barda  vecchia,  riguarda 
la  nuova  n  ! 


Tale  insegna  —  esclama  il  Di  Falco  —  io  non  vidi  giammai,  essendo  la 
insegna  della  città  un  campo  d'  oro,  che  è  il  color  del  Sole,  il  quale 
anticamente  adoravano  li  Napolitani,  e  mezzo  rosso,  che  è  il  color  della 
Luna,  qual  dimostra  la  matina  per  li  vapori  che  riceve  dalla  terra,  per 
esser  un  pianeta  che  è  più  vicino  ad  essa  terra  degli  altri  pianeti,  mede- 
simamente adorata  dagli  stessi  Napolitani.  Deh,  s'io  potessi  far  qui  men- 
zione della  incostanzia  d'Italiani  e  le  torombelle  della  Italia,  direi  che 
tale  animale  con  simil  barda  sarebbe  più  convenevole  al  rimanente  del- 
l'Italia ch'a  noi  Napolitani  I 

Lo  stemma,  infatti,  di  Napoli  era  quale  lo  descrive  il 
Di  Falco  ;  e  il  cavallo,  variamente  atteggiato  ,  si  trova 
invece  negli  stemmi  dei  due  più  antichi  e  maggiori  "  se- 
dili nobili  "  della  città,  quelli  di  Nido  e  di  Capuana, 
che  in  certa  guisa  rappresentarono  talvolta  la  città  stessa. 
Come  che  sia,  in  questa  affannosa  difesa  della  n  fedeltà  n 
politica  di  Napoli  freme  il  ricordo  del  passato  e  trepida 
la  sollecitudine  dell'avvenire. 

Ancora  più  conforme  ai  tempi  è  l'altra  e  più  agevole 
difesa  della  n  fedeltà  n  religiosa  di  Napoli,  che  il  Di 
Falco  non  dubita  di  mettere  a  confronto  con  le  assai  di- 
verse condizioni  in  cui  si  trovava  per  questa  parte  il  po- 
polo dominatore,  gli  spagnuoli. 

Per  la  mistura  dei  barbari  Mori  e  altre  genti  settentrionali  feroci, 
essi  Spagnuoli  sono  stati  infettati  e  macchiati  quanto  alla  fede  di  Cri- 
sto, e    acquistarono  anche  il  nome  Mauro    cioè  Moresco,  detto  «  Mar- 


I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI  7 

rano  »,  quasi  «  Maurano  »  (1).  E  questo  loro  non  è  vergogna,  perciò 
che  la  forza  l'ha  causato  ;  voglio  io  dire  che  per  la  lunga  dimora  di 
infedeli  Mori  non  al  tutto  la  setta  moresca  infedele  si  ha  potuta  toglier 
via.  Per  la  qual  cosa  ragionevolmente  nella  Spagna  s'inquidono  gli  Ere- 
tici, come  nell'Alemania  coloro  che  non  vogliono  osservare  li  veri  e 
santi  precetti  della  Ecclesia  romana...  E  questo  tenemo  noi  per  cosa 
certa,  per  la  vicinanza  di  Roma  e  del  Papa,  dalli  quali  ogni  dì  siamo 
romanamente  ammaestrati,  massimamente  che  Napoli  non  mai  fu  signo- 
reggiata da  Mori  o  da  altri  uomini  infedeli,  per  li  quali  ne  causasse  al- 
cun sospetto  de  infedeltà,  non  essendo  noi  vicini  alli  Mori,  come  la 
Spagna. 

E  qui  il  pensiero  ricorre  subito  alla  ferma  risolutezza 
dei  napoletani  contro  i  tentativi  che  più  volte  si  erano 
ripetuti  in  ogni  tempo  e  non  parevano  del  tutto  abban- 
donati, d'introdurre  nella  loro  città,  luminosa  per  la  sua  t  ^d^ 
irreprensibilmente  cattolica,  1*  inquisizione   spagnuola  (<?  ). 

Pure,  in  Napoli  lo  spirko  religioso  si  moveva  allora  con 
libertà,  che  poi  venne  soffocata  ;  e  nelle  accademie,  nei 
monasteri  e  nella  società  elegante,  e  presso  lo  stesso  po- 
polino, si  notava  un  fervore  di  sentimenti  e  di  pensieri  che 
rispondevano  al  gran  moto,  mistico  della  Riforma.  E  forse 
lo  stesso  Di  Falco,  senza  avvedersene,  partecipava  a  quel 
peccaminoso  fervore. 

Chi  era  per  esempio,  quel  signor  Leonardo  Curz,  Ale- 
manno, al  quale  egli  dedica  l'opera  sua  e  che  chiama  n  caro 
figliuolo  n,  e  dice  che  aveva  un  fratello ,  Sigismondo, 
nella    corte   imperiale?  Che    cosa  era    venuto    a  fare,   o 


(1)  Non  sarà  inopportuno  avvertire  chela  derivazione  di  «  marrano  » 
è  altra  :  quella  parola  valeva   «  maiale  »  e  si  dava  agli  infedeli. 

(2)  Si  veda  quel  che  è  detto  in  proposito  nel  mio  libro  :  La  Spagna 
nella  vita  Mattana  durante  la  Rinascenza,  Bari,  Laterza,  1917,  pp. 
210-213. 


8  I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI 

che  cosa  faceva,  a  Napoli?  Il  Di  Falco  lo  conobbe  "  per 
un'opera  devota  " ,  con  la  quale  il  Curz  n  confortava  aìla 
pazienza  cristiana ,  leggendola  di  continuo  n  ,  e  perciò 
volle  essere  del  numero  dei  suoi  amici,  e  suo  n  compa- 
gno per  lo  medesimo  affetto  di  Cristo,  la  cui  umana  bontà, 
stampata  nei  nostri  afflitti  cuori,  fa  che  nel  mezzo  di  loro 
seda  un  eterno  onore  e  un  certo  spiritual  profitto  delle 
divine  promesse  del  cielo  ".  Il  Curz  egli  ammirava  come 
n  pregiato  della  grazia  cristiana,  cosa  da  dovero  meravi- 
gliosa, giovane  d'anni  e  vecchio  nei  santi  pensieri  di  Cri- 
sto... ".  Par  quasi  di  udire  gli  accenti  coi  quali  allora 
favellavano,  in  Napoli,  gli  amici  di  Juan  de  Valdés. 

L'  operetta  del  Di  Falco  si  apre  con  le  lodi  del  sito 
di  Napoli,  e  poi,  cominciando  da  Posillipo,  vien  descri- 
vendo le  strade  e  chiese  della  città  ;  tratta  anche  delle 
antichità  di  Pozzuoli  e  dei  bagni,  e  termina,  infine,  con 
le  lodi  degli   abitatori. 

Vi  abbondano  digressioni  sulle  costumanze,  e  una  in 
particolar  modo  piacerà  leggere,  nella  quale  l'autore  de- 
scrive minutamente  le  fastose  mense  e  i  lauti  conviti  dei 
signori  napoletani.  Questa  digressione  si  trova  a  propo- 
sito della   n  strada  degli  Orefici  n  : 

In  questa  strada  si  lavora  l'oro  e  l'argento  con  ogni  artificiosa  ma- 
niera di  lavoro.  Conciosiacosachè  non  molti  anni  addietro  li  Principi  e 
Baroni  del  Regno  costumavano  mangiare  ne*  vasi  d'argento  e  bevere 
in  oro.  Laonde,  entrando  tu  nelle  sale  de'  bei  palazzi,  harai  a  mera- 
viglia, riguardando  gli  alti  riposti  adorni  di  vari  vasi  scolpiti  da  di- 
verse imagini  e  di  nove  congetture,  quali  riposti  luoghi  i  latini  chiamano 
abacos;  questi  la  notte  risplendono  per  li  pendenti  candelieri  di  rame 
ciprio  e  della  Alemania,  lucenti  di  molte  fiamme.  Poi  vedrai  un'altra  ri- 
posta lavala,  piena  d'altretanti  vasi  di  ricco  cristallo  con  diversi  smalti 
e   bei  lavori,    collocati  ivi  a  diverse  bevande  vari  preziosi   vini.  E  nel 


I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI  9 

mezzo  una  comoda  mensa  torneata  di  politi  e  galanti  servitori,  che  ivi 
con  loro  piatti  d'argento  aspettano  le  minute  delicate  carni  trinciate  da 
un  destro  e  atteggiato  trinciante,  il  qual  da  greci  è  detto  chìronomon. 
E  di  più  riguarderai  una  lunga  mensa  coperta  di  due  bianchissimi  man- 
dili, o  dirai  mesali,  di  sottilissima  tela  d'Olanda,  crespi  a  spesse  pieghe, 
ripieni  di  tanti  gelsomini  odoriferi  e  bianchi,  che  veramente  paiono  ivi 
vezzosamente  piovere,  con  altre  frondi  de  cedri  di  celo  d'oro,  che  em- 
pieno  d'odore  gli  invitati.  Questa  sontuosa  signoril  mensa  è  divisa  di 
convenienti  e  nettissimi  servietti  col  suo  coltellino  ad  ogni  uno  il  suo; 
e  tra  due  sta  un  bel  becchiero,  pieno  del  vino  detto  «  vernaccia  »,  dagli 
antichi  «  vinacia  »,  in  cui  si  bagnano  le  vane  nevole,  dette  da  lombardi 
«  cialdoni  ».  E  quivi  sogliono  essere  gli  antepasti,  come  sono  quei  pezzi 
inzuccarati,  quali  noi  chiamiamo  «  pignolate  »,  detti  latinamente  da 
Hermolao  Barbaro  «  pugillares  ex  nucleis  pineis  et  saccaro  »,  scrivendo 
del  suntuosissimo  convito  che  fé'  il  signor  Giovan  Jacovo  di  Triulzi 
quando  tolse  per  moglie  la  illustrissima  signora  Donna  Beatrice  di  Da- 
valos  di  Aquino,  zia  del  gran  Marchese  di  Pescara.  Evvi  ancora  quel 
cibo  di  zuccaro,  qual  chiamano  «  pasta  reale  »,  e  mustaccioli  »,  da  la- 
tini mustacea  ;  tal  ora  gli  spicoli  degli  aranci  dolci,  posti  in  un  qua- 
dretto d'argento,  avvolti  nel  succaro.  E  spesso  per  antepasto  pononsi 
il  melato  cibo  de'  cedri  e  de'  limoni,  qual  cibo  Hermolao  nomina  lymo- 
niacum  pultarium,  da  noi  la  «  cedronata  »,  paruto  alli  nuovi  Apicii  in 
comminciar  da  dolci  cibi  e  salsi,  come  sono  li  presutti  salviati  cotti  col 
vino  e  con  la  salvia,  e  le  rosse  sopressate.  Finiti  questi  primi  cibi  af- 
fatto, vengono  gli  altri  antepasti,  li  quali  li  latini  chiamano  ientacula, 
quali  sono  i  fecatelli  arrosti  e  avvolti  nelle  frondi  del  lauro,  spasi  delle 
miche  del  pan  bianco,  ora  le  tenere  animelle  del  capretto,  ora  quel- 
l'ossa allesse  che  noi  chiamiamo  «  gammoncelli  »  della  vitella  ;  e,  man- 
gitisi  gli  antepasti,  udirai  la  voce  dell'accorto  maggiordomo,  che  ha  sem- 
pre l'occhio  agl'invitati,  con  un  severo  ciglio  fare  cenno  ai  paggi,  li  quali 
obediscono  quasi  a  tintinno  di  galera  al  maggiordomo,  detto  da  sacri 
dottori  «  architriclino  ».  Questi  ordinatamente  portano  con  lor  candide 
e  nette  mani,  chi  il  biancomangiare,  grecamente  detto  leucophagon,  chi 
le  carni  allesse  con  varie  menestre  e  vivande,  quali  i  latini  chiamano 
ferculo  con  vari  sapori  detti  latinamente  condimento.  E  innante  che  si 
porta  la  vivanda  arrosta  (cosa  lodevole  e  signorile)  si  tcgliono  via  li 
primi  servietti  e  si    mettono  li   secondi.  Quivi  vedrai  cibi  tosti    arrosti 


10  I.-IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI 

con  mirausi,  peperati  e  civeve,  a  diverse  fogge  cotti  ;  e,  mentre  si  man- 
gia con  la  cortegiana  modestia,  udrai  alquanti  festevoli  detti  de  saggi  e 
honorati  cavalieri,  e  per  avventura  d'uomini  dotti,  li  quali  debbono  es- 
sere di  molto  pregiati  e  avuti  in  tanto  prezzo  in  quanta  viltà  si  di- 
spregiano li  fastidiosi  e  ignoranti  buffoni.  Finita  la  cena  sontuosa  e 
varia,  sentirai  un  soave  profumo  ,  che  fumando  riesce  dalli  panni  di 
lino  avvolti  a  modo  d'una  torre  e  a  molte  pieghe,  con  suoi  palichi  po- 
sti di  piega  in  piega  per  purgare  li  denti,  per  gustare  alla  fine  tanti  co- 
riandri  sparsi  nella  tavola  coverta  del  primo  mesale,  levatone  il  secon- 
do, distribuiti  alquanti  pezzi  della  turta  marzopane,  che  Hermolao  chia- 
ma placentam  ex  nucleis  amigdalinis  confectam,  e  altre  cose  di  zuccaro, 
che  una  voce  chiamano  tragemata,  e  la  retinente  cotognata,  chiamata 
da  Hermolao  streitea  cotonea  ex  saccaro.  Quinci  guarderai  tanti  ricchi 
panni  di  razza  (1);  quindi  tante  ricchezze  de  vari  vasi  d'argento,  e  in 
ogni  parte  cose  belle  e  di  meraviglia.  Ora  oggi,  in  cambio  degli  orefi- 
ci, sono  li  cretari,  li  quali  empiono  li  reposti  de  vasi  de  terra,  molto 
disconvenevoli  alli  grandi  personaggi.  Li  quali  in  questa  avara  etade 
sono  assaliti  da  angusti  e  avari  desiri,  che  gli  astringono  quasi  a  un 
vivere  privato    popolare. 

Erano  quelli  (come  si  sente  in  tutta  la  descrizione  e 
più  chiaramente  in  queste  ultime  parole)  n  tempi  senza 
invidia  n,  nei  quali  i  popolani  tenevano  a  vanto  patrio  il 
lusso  che  spiegavano  i  signori  nella  loro  città,  e  anzi  li 
censuravano  e  rimproveravano,  quando  sembrava  loro  che 
inclinassero  a  un   "  vivere  privato  e  popolare  "  ! 

IL 

Popolano  era  certamente  il  Di  Falco,  e,  sebbene  di 
lui  manchino  notizie  biografiche,  non  è  difficile  dai  suoi 
libri  ricavare  che  la  sua  professione  principale  dovette  es- 


(1)  Arazzi. 


I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI  1  1 

sere  quella  del  n  maestro  di  scuola  n  (1).  Vocabolari  e 
grammatiche,  rimari  e  prosodie  sono  tutte  le  altre  sue  ope- 
re, tranne  un  libretto  nel  quale  trattò  un  tema  di  moda 
in  quegli  anni,  la  dottrina  dell' amore  (2). 

Il  Vocabolario  della  lingua  volgare,  che  egli  aveva  com- 
posto e  al  quale  rinvia  nel  suo  Ternario  del  1 535  come 
a  opera  che  avrebbe  messo  presto  a  stampa,  rimase  pro- 
babilmente inedito,  e,  certo,  non  se  ne  ha  altra  notizia. 
Ma  il  Rimario  (3)  è  il  primo  lavoro  di  qualche  ampiezza 
che  comparve  in  questo  genere,  come  l'autore  stesso  af- 
ferma: n  Non  si  è  fatto  ancor  rimario  degno  da  pubbli- 
carsi e  del  quale  comunemente  abbiano  voluto  servirsi  gli 
scrittori  n. 

L*  autore  si  fonda  per  esso  su  dieci  autori  (laddove  i 
tentativi  precedenti  erano  ristretti  al  Petrarca,  o  al  Pe- 
trarca e  a  Dante):  e  i  dieci  autori  sono  catalogati  in  que- 
st'ordine: Petrarca,  Boccaccio,  Dante,  Ariosto,  Pulci,  San- 


(1)  Alcune  notiziole  sulle  sue  amicizie  letterarie  e  sulla  stima  che 
godeva  in  Napoli,  raccoglie  ora  il  PÉRCOPO,  in  Napoli  nobiliss.,  nuova 
serie,  II,  p.  4  n. 

(2)  Questo  trattato  Dell'  amore,  in  volgare,  dedicato  a  Francesco 
Carafa  conte  di  Pacentro,  e  stampato  in  Napoli,  presso  Giovanni  Sulz- 
bach  Alemanno  nel  1538,  in  4°,  è  notato  nel  CHIOCCARELLI ,  De 
illustribus  scriptoribus  neapolitanis,  ed.  Meola  (Napoli,  1 780),  pp.  98-9  ; 
ma  1'  ho  cercato  finora  invano  nelle  biblioteche.  Il  MlNIERI  RICCIO, 
Biografie  degli  accademici  Jllf omini  detti  poi  pontaniani,  p.  110,  ri- 
corda anche  una  lettera  del  Falco,  preposta  alle  rime  di  GlOVAN  DO- 
MENICO Lega  (Napoli,  1535), 

(3)  Rimario  del  Falco:  infine:  stampato  in  &£apoli  per  Martinio  Canze 
da  Brescia  e  ad  tnstantia  de  li  honorohili  uomini  Antonio  Iooine  et  Fran- 
cesco Vitolo  Librari  Napoletani  compagni  MDXXXV  adì  8  del  mese 
di  Qiuglio. 


12  I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI 

nazaro,  Bembo,  Landino,  Machiavelli  e  l'autore  del  Cor- 
tegiano. 

Può  sembrare  strano  a  un  lettore  moderno,  ma  è  af- 
fatto naturale  rispetto  alle  idee  allora  correnti,  che  a  Dante 
si  assegni  solo  il  terzo  posto,  e  per  dippiù  che  si  espon- 
gano a  lungo  le  contrastanti  opinioni  sul  pregio  di  lui  co- 
me testo  di  lingua,  alcuni  negandogli  autorità  ed  altri  ri- 
conoscendogliela: ai  quali  ultimi  si  unisce  il  Di  Falco, 
che  perciò  n  non  ha  osato  togliere  dal  numero  dei  buoni 
autori  del  parlar  toscano  sì  gran  poeta  n.  Nondimeno,  poi- 
ché furono  divulgati  i  fogli  della  sua  opera,  gli  fu  mosso 
rimprovero  di  aver  incluso  il  rozzo  Dante  tra  le  sue  au- 
torità; sicché  egli,  tra  per  amor  proprio  che  lo  spingeva  a 
difendere  il  partito  al  quale  si  era  appigliato,  e  tra  per 
isdegno  contro  la  qualità  dei  censori,  fa  di  costoro,  cioè 
della  doppia  classe  di  costoro,  che  erano  i  n  pedanti  n 
(ossia  i  suoi  colleghi  nella  professione  dell'insegnare)  e  la 
gente  di  mondo,  feroci  ritratti  satirici.  E  chiama  i  primi 
n  huominucci  che  quando,  con  una  lunga  chiave  a  lato, 
per  aventura  vestiti  di  cotone,  ragionano  con  le  madri  dei 
lor  discepoli,  fingendo  esser  fedeli  amanti,  sonettando  de 
la  fronte,  de  la  luna,  de*  capei  d'oro,  de*  denti  eburnei, 
l'avorio,  le  perle,  madonna  segnora  che  siete  bianca  co- 
me un  cigno,  e  altre  parole  simili,  pensano  trapassare  con 
lor  pedantesca  fetidità  tutti  altri  divini  ingegni  n;  e  qualifica 
i  secondi  come  n  alcuni  oziosi  chiamati  cavalieri  n ,  e  gli  par 
n  mirabil  cosa  di  un  gentil'  hominuzzo,  usato  spaziarsi  per 
le  strade,  con  piedi  fuor  de  la  staffa  e  con  le  mani  spen- 
solate  sugli  umeri  de'  staffieri,  con  lo  scopino  a  dietro  e 
'1  specchio  nel  petto,  abbaiando  per  la  via  con  li  denti 
disgragnati,  sgombavando  da  le  finestre  di  donne,  persuaso 


I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI  1 3 

da  lor  vani  pensieri  " ,  che  "  presuma  dar  giudizio  di  Dante 
e  d'altri  poeti  n.  Nella  foga  della  difesa,  esce  perfino  a 
parlare  di  Omero,  per  sentire  il  quale  bisogna  farsi  n  ome- 
rico "  e  a  paragonare  Dante  con  Platone,  che  è  il  Dio  della 
filosofia  e  sta  n  nei  ripostigli  aurei  de'  divinissimi  spiriti  ", 
laddove  Aristotele  n  per  sua  disavventura  a  tutte  l'ore  è 
ne*  refettorii  e  cucine  de'  frati  n.  E  altresì  annunzia  di 
aver  composto  una  speciale  apologia  di  'Dante. 

Per  un  altro  verso  è  curioso  un  disegno,  e  una  spe- 
ranza, che  balena  al  Di  Falco  circa  la  allora  e  poi  con- 
troversa unità  delle  lingua  italiana,  che  egli  si  acconciava, 
tra  la  varietà  delle  lingue  o  dialetti  d'Italia,  a  riporre  prov- 
visoriamente nella  Toscana  e  nei  buoni  scrittori,  ma  che 
in  modo  definitivo  gli  pareva  che  potesse  essere  effettuata, 
come  pel  latino  da  Roma,  per  l'italiano  da  Venezia.  Ve- 
nezia era  l' orgoglio  di  tutti  gli  italiani  nella  prima  età  del 
cinquecento  ;  ed  essa  sola  (dice  il  Di  Falco)  potrà  forse 
"  con  la  consulta  de'  dotti  n  riformare  l'idioma  italiano  e 
farne  "  una  lingua  comune  a  tutti  n:  seppure  (soggiunge, 
passando  di  utopia  in  utopia)  l'imperatore  Carlo  V,  ri- 
ducendo tutto  il  mondo  aria  fede  cristiana,  non  darà  a 
tutto  il  mondo  una  sola  lingua:  la  lingua  universale  o  la 
lingua  internazionale  unica  (che  non  si  chiamava  ancora 
il  volapiik  o  1*  esperanto). 

Il  dialetto,  per  intanto,  insidiava  da  ogni  parte  il  Di 
Falco,  che  traduce  i  vocaboli  del  suo  rimario  dal  toscano 
nel  napoletano,  e  sovente  egli  stesso  crede  di  scrivere  in 
italiano  e  scrive  in  dialetto.  E  questo  vezzo,  che  screditò 
presso  i  letterati  il  suo  libro  come  rozzo  e  volgare,  ne 
forma  ora  per  noi  Y  attrattiva  principale  :  come  attraenti 
sono  altresì  le  osservazioni  storiche  e  morali  che  egli  in- 


14  I. -IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI 

tercala  qua  e  là.  Alla  parola  metafora,  per  esempio,  pro- 
testa contro  l'aggettivo  n  divino  ",  applicato  a  "  maledici  n, 
col  dire  il  n  divino  Aretino  n ,  e  si  meraviglia  che  i  mode- 
stissimi Veneziani  permettessero  che  questa  n  prepostera 
metafora  si  stampasse  n. 

Il  Rimario  non  ha  dedica,  perchè  (dice  l'autore)  è  de- 
dicato ai  lettori  stessi;  ma,  in  cambio  della  dedica,  nel- 
i  introduzione  sono  celebrati  alcuni  signori  che  il  Di  Falco 
aveva  cari,  Fabrizio  Gesualdo  signore  di  Consa,  Camillo 
Gesualdo  arcivescovo  di  Consa,  Antonio  Doria,  Scipione 
Capece,  Giovambattista  Carafa  priore  di  Napoli,  il  fio- 
rentino Antonio  di  Gagliano;  nel  corso  del  libro,  tra  gli 
altri,  Bernardino  Martirano  (1);  e,  nel  commiato,  si  com- 
pie addirittura  un  viaggio  di  ossequio,  prima  a  Gaeta  o 
a  Fondi  per  inchinarsi  a  Giulia  Gonzaga,  indi  a  Siena 
a  salutarvi  quei  gentiluomini,  e  a  Venezia,  a  far  atto  di 
sottomissione  al  Bembo,  poi  a  Roma,  e  finalmente  colà  dove 
si  trovava  la  donna  dell'  amoroso  e  cortigianesco  culto 
dell'  autore,  che  era  la  più  famosa  bellezza  campana  di 
quel  tempo,  la  gentildonna  aversana  Lucrezia  Scaglione, 
vedova  di  un  Carafa. 


(1)  «...L'eccellente  signor  mio  il  segnor  Bernardino  Martirano,  se- 
cretano dignissimo  in  questo  regno  de  l'Imperator  Carlo  quinto  di  Au- 
stria nostro  segnore,  che  sì  come  egli  è  generoso  cavaliere  di  antica 
prosapia  e  di  bellissimo  e  giocondissimo  aspetto,  sì  ancora  sommo  let- 
terato di  belle  e  recondite  lettre,  e  di  savia  e  molta  lezione:  una  sua 
opera  dottissima  e  florida  in  prosa  orazione  scritta,  ne  la  quale  lepi- 
damente e  con  uno  stil  dolce  e  grave  narra  gli  amori  d'Ismene  e  Isme- 
nia  ».  L'Ismene  del  Martirano  era,  dunque,  un  romanzo  in  prosa,  e  non, 
come  crede  il  POMETTI  (/  Martirano,  Roma,  1897,  pp.  61,  68),  un 
«  poemetto  ». 


I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI  1  5 

Ed  ovunque  sarai  interrogato  —  dice  egli  al  suo  libro  —  rispondi 
eh'  io  sono  Benedetto  da  I*  insegna  del  Falcone,  ucello  rapacissimo  e 
di  tenace  artiglio,  che  da  colà  de  1*  assedio  di  Napoli  infino  che  ad 
Amor  piacerà  sta  preso  et  artigliato  dagli  amorosetti  artigli  d'un  amo- 
roso ucellin,  che  vola  per  le  venuste,  giovanili,  vaghe  e  belle  gote  del 
dolcissimo  e  divino  viso  de  la  eccellente  Segnora  la  Segnora  LUCREZIA 
SCAGLIONE,  ricca  di  bellezza  e  di  virtù,  la  qual,  venuti  in  Napoli  di- 
versi pittori,  da  diversi  paesi,  con  diversi  pensieri  per  ritrarla,  né  la 
man  d'essi  quantunque  forza  né  pennel  quantunque  accorto,  né  color 
quantunque  fino  effigiarla  volser  mai... 

Ma  il  Di  Falco  ci  ritrae  la  bella  donna  nelle  sue  molte 
sventure  domestiche  e  nella  fortezza  d'animo,  onde  tutte 
le  dominava  : 

...è  nata  per  fronteggiar  la  fortuna  sua  perpetua  nemica,  la  qual,  in- 
consulta e  incostante,  or  animosissimi  suoi  fratelli  ha  spenti,  parte  morti 
negli  onorati  steccati,  parte  in  servigio  sacro  dei  pontefici,  e  parte  tra- 
fitti da  lei  diversamente;  ora  una  sua  cara,  bella  e  real  figlia,  contessa 
di  Piacentro,  moglie  de  1*  eccellentissimo  segnore  il  segnore  Raimondo 
Ursino  conte  del  detto  Piacentro,  in  teneri  anni  spense... 

Se  col  Rimario  aveva  provveduto  ai  bisogni  dei  ver- 
seggiane in  volgare,  con  le  Syllabae  poeticae,  pubblicate 
nel  1539(1),  provvedeva  a  coloro  che  verseggiavano  in 
latino;  e  dedicava  questa  prosodia  a  un  giovane,  Giovan 
Tomisio  o  Giovan  Tommaso  di  Capua,  probabilmente  suo 
discepolo.  Il  quale   "  giovinetto  patrizio  "   (patricius  ado- 


(1)  Ne  reco  il  titolo  preciso,  perchè  è  dato  arbitrariamente  dai  bi- 
bliografi :  Syllabae  podice  (sic)  ad  rem  poeticam  necessarie  (sic)  commo- 
diori  atque  faciliori  ordine  quam  pridem  ordinate  (sic)  a  BENEDICTO 
FALCO  Neapolitano  ad  illustrem  doctumqueiuvenem  Ioannem  Thomisium 
cognomenfco  de  Capua.  In  fine:  Excusum  opus  est  honesti  Marci  Antonii 
Passeri  Neap.  iussu  in  officina  Matthaei  bionensis  Die  18  Octobris 
Anno  domini  MDXXXIX. 


16  I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI 

lescens)  due  anni  dopo  poneva  la  prefazione  e  la  racco- 
mandazione a  un  altro  libro  del  Di  Falco,  De  origine  he- 
braicarum,  graecarum  ac  latinarum  literarum,  deque  nu- 
meris  omnibus  (1).  Evidentemente  l'autore    era    in    quel 
tempo  presso  i  De  Capua,    perchè    all'  arcivescovo    Pie- 
tr*  Antonio  dello  stesso  casato,  vigile  rettore    delle    cose 
sacre  e  studioso  della  legge  divina  e  umana,  ma  non  di- 
sdegnoso delle  belle  lettere,  è  dedicato  V  opuscolo,    nel 
quale  ricorda  le  dispute  intorno  a  quei  tre  alfabeti,  fatte 
alla  presenza  di  lui.  Il  Di  Falco  ripigliava  sul  proposito 
speculazioni  che  erano  già  in  Platone,  ma  (diceva  il  suo 
raccomandatore)  colà  tutte  ravvolte  nelle   ambagi    e    nei 
labirinti    socraticarum    argutationum,  ironiarum    et    isago- 
garum,  e  presso  di   lui,  invece,  che    aveva    spremuto    il 
succo  delle  opere  platoniche  e  d'infiniti  altri  volumi,  tutte 
spiegate  e  limpide,  rese  comprensibili  anche  a  giovanetti 
e  fanciulli.  Anche  queste  noterelle  sulle  singole  lettere  e 
sui  misteri  dei  numeri  sono  piene  di  ravvicinamenti  e  di 
osservazioni  curiose.  Dirà  del   B:   n  Hoc    elemento    loco 
u  utebantur  antiqui,   ut  Benacus  nunc,  olim   Uenacus,  mi- 
rabili olim  mirauilu  sic  quoque  comparabili  comparauili, 
uibo  uiuo,  bixit  uixit...  ut  apud  nos  neapolitanos  il  uino> 
lo  bino  ob  magnam  affinitatem  b  cum  u  n.  Dirà  dell'  Y: 
n  Hoc  elementum  graecum  est,  et  graecis  nominibus  tantum 
additur,  hac  litera  in  nominibus  dumtaxat  graecis  utimur. 
At  ambigenti  cur  nostri  pueri  discentes,  legendo  ipsam,  fio 

(1)  BENEDICTI  DE  FALCO  Neapolitani  De  origine  Hebraicarum  grae- 
carum ac  latinarum  literarum  deque  numeris  omnibus.  Ad  Illu.  et  Reveren- 
dissimum  Petrum  Antonium  de  Capua  Archiepiscopum  Hydruntinum... 
Neapoli  apud  Ioannem  Sultzbachium  Germanum  Marci  Romani  iussu. 
Anno  Domini  MDXXXXI. 


I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI  1 7 

nominent,  dicendo  /,  u,  x,  fio,  z;  dicimus  quod  quum  latini 
diphtoneum  v  cum  iota  ad  imum  ipsius  scripto  in  y  verte- 
rint,  sic  compositum  ipsa  litera  x  tensa  videtur,  a  graeco 
vocabulo  cpoto,  idest  extendo  et  produco  n.  Dirà  dell'L.: 
n  Cui  literae  L  hominem  laqueo  vitam  finientem  plautinus 
ille  servus  adsimilavit.  Quippe  quae  in  Etruscis  cantile- 
nis  iterari  ac  repeti  solet  Petrarca  :  Laura  che  '1  verde 
lauro  e  l'aureo  crine  n.  E  così  via. 

Alla  fine,  in  una  nota,  l'autore  domanda  scusa  per  aver 
adoperato  nella  stampa  le  lettere  latine  a  indicare  i  suoni 
ebraici,  per  aver  dato  il  greco  senza  spiriti  e  accenti,  e 
per  aver  omesse  le  utili  postille  marginali,  per  le  quali  i 
compositori  tipografi  di  allora  s*  impazientivano,  impres- 
sores  moleste  ferunt:  proprio  come  i  tipografi  odierni,  del 
dopo  guerra  ! 

Anche  1*  ultimo  libro  che  sia  noto  del  Di  Falco,  sui 
barbarismi  latini,  stampato  nel  1548  (1),  è  composto  con  lo 
stesso  metodo,  perchè  il  latino  vi  è  di  frequerte  tradotto 
a  questo  modo:  n  Myrapolium,  la  potecha  del  parfumie- 
ro  n;  Ruga,  la  grinza,  la  rechieppa  n;  n  T^ictus,  lo  musso  n. 
Naturalmente,  l'ispirazione  è  ciceroniana,  e  grande  vi  ap- 
pare 1'  aborrimento  per  i  vocaboli  del  latino  medievale, 
e  particolarmente  per  quelli  barbara  ac  foeda,  pertinenti 
alla  dialettica  ossia  alla  scolastica. 

Il  libro  è  stampato  a  Sarno,  dove  da  tre  anni  il  Di 
Falco  dimorava,  chiamatovi  da  quel  Vincenzo  Tuttavilla, 


(1)  11  titolo  esatto  è:  ZftCulla  vocabula  barbara  a  latinae  linguae  vero 
ac  germano  usu  remota  atque  alia  studiosis  iuvenibus  pernecessaria  aà 
institutiones  grammaticales  pertinentia.  Per  BENEDICTUM  DE  FALCO 
Neapolitanum  dudum  recognita.  In  fine:  Sarni  per  Franciscum  Fabrum 
Picenum  XV  Cai  Iunii  MDXLVIII. 


18  I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI 

che  nella  Descrizione  di  Napoli  egli  aveva  lodato  pel  va- 
lore dimostrato  nei  combattimenti  presso  Algeri,  in  cui, 
uccisogli  il  padre  conte  di  Sarno  alla  presenza  dell*  im- 
peratore, egli  seguitò  gagliardamente  a  pugnare,  n  facendo 
più  istima  della  servitù  imperiale  che  dell'affetto  verso  il 
morto  padre  ".  Diventato  poi  conte  di  Sarno,  volle  che 
ai  giovani  di  quella  terra,  suoi  vassalli,  il  Di  Falco  im- 
partisse l' insegnamento  delle  cose  grammaticali,  latine  e 
volgari.  Un  umanista,  collega  del  Di  Falco  nella  profes- 
sione dell*  insegnare,  il  Sidicino,  pose  in  fronte  al  libro 
un  epigramma  encomiastico;  e  un  medico  di  Sarno,  i  rin- 
graziamenti per  aver  lasciato  stampare  1*  opera  insigne, 
non  a  Napoli,  come  si  doveva,  ma  a  Sarno.  Ma  assai 
fresca  e  vivace  è  la  pagina  nella  quale  il  Di  Falco  stesso 
spiega  al  lettor  cut  autor  Samum  venierit;  e  perciò  mi 
piace  darle  in  parte  tradotta: 

Candido  lettore,  tu  già  vedi  che  io  cessai  di  esser  cittadino  e  lasciai 
i  fastidi  della  città  e  mi  ridussi  a  Sarno.  Dove  primamente  mirai  il 
monte  piantato  degli  alberi  di  Minerva,  sul  quale  è  il  castello  per  na- 
tura fortissimo,  e  1*  altro  baluardo  che  si  chiama  la  Torre  dell'  Orsa. 
Poi,  il  suburbio  steso  in  lungo  sotto  il  monte,  donde  sgorgano  copiose, 
dolci  e  gelide  acque;  ma  più  feconde  quelle  che  fluiscono  con  rapidi 
rivoli  dalle  radici  della  rupe,  sulla  quale  è  fondato  il  palagio  del  si- 
gnore, che  si  vede  da  ogni  punto.  Per  di  qua  le  acque  formano  il  fiu- 
me che  si  chiama  Sarno,  che  non  sorge  (come  gli  altri  fiumi)  da  un 
sol  lato  o  dal  grembo  del  monte;  perchè  da  una  parte  del  suburbio 
verso  r  occidente,  nel  luogo  chiamato  le  Gole  (fauces),  dov'  è  1*  altra 
forte  sicurissima  difesa  della  terra,  scaturiscono  vivi  fonti,  e  dall'altra 
parte,  verso  l'oriente,  erompono  altri  fonti,  e  gli  uni  e  gli  altri  subito 
confluiscono  dov*  è  la  selva  che  ha  il  nome  di  Longula.  Questi  condotti 
d*  acqua  e  derivazioni  di  fonti  servono  da  utilissime  irrigazioni  nei 
campi  e  di  essi  il  fiume  si  accresce,  non  al  modo  di  altre  correnti  che 
si  riempiono  di  acque  estranee;  ed  ora    per  tortuosa  via  bagna  i  colti 


I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI  19 

campi,  e  passa  pel  ponte  dove  è  Scafato,  e  si  getta  a  mezzogiorno  nel 
mare.  Ed  è  pieno  in  ogni  tempo  di  gamberi,  e  nell*  estate  di  anguille. 
Qui  amplissimi  campi  feraci  del  più  sottile  lino;  colà,  un  lago  abbon- 
dante di  ogni  sorte  di  uccelli,  dove  l'illustre  Conte  (come  lo  chiamano) 
spesso  va  a  caccia,  e  si  chiama  quel  luogo  «  Tar tarilo  »,  dove  l'acqua 
per  l'estrema  gelidità  impietra  ,  e  «  tartaro  »  chiamano  quel  genere  di 
pietra.  E  di  qui  si  ha  alla  vista  il  monte  Vesuvio,  a  cui  è  prossima 
Napoli;  di  là,  i  colli  di  Sorrento,  e  perciò  da  ogni  parte  si  vede  la  più 
bella  faccia  di  tutte  le  cose.  L*  amenissimo  territorio  si  chiude  con 
aprici  e  fertili  monti,  coronati  di  molto  arbusto,  che  genera  un  soave 
vino,  chiamato  volgarmente  «  verniglio  »  che  non  si  stima  meno  del- 
l' antico  falerno.  Cosa  ancora  più  propizia,  il  clima  è  clemente  e  sa- 
luberrimo. 

Il  Di  Falco  trovò,  in  sì  dilettevole  soggiorno,  ogni  bene; 
rimedio  alla  podagra  di  cui  soffriva,  buona  aria,  buona 
gente,  cordiali  accoglienze,  e  grandi  querceti,  che  davano 
a  lui  vecchio  il  modo  di  scaldarsi  a  buon  mercato  nel 
verno,  cosa  che  in  Napoli,  per  la  sua  povertà,  non  po- 
teva; e  nell*  estate  le  fresche  acque  del  Sarno,  e,  soprat- 
tutto, in  ogni  tempo  il  soave  vino.  n  Chi  vorrà  schernirmi 
(egli  conclude)  se  lasciai  Napoli  e  mi  trasferii  a  Sarno 
pel  vino,  quando  è  noto  che  Mezenzio,  re  di  Etruria, 
lasciò  il  suo  regno  e  apportò  aiuto  ai  Rutuli  contro  i  La- 
tini solo  condotto  dalla  mercede  del  vino,  come  attesta 
Plinio  ?  Chi  vorrà  schernirmi  quando  a  Sarno  ho  trovato 
un  così  magnanimo  conte  per  Mecenate  ?  n 

Ma  più  beato,  forse,  egli  doveva  sentirsi  nel  tranquillo 
e  confortevole  asilo  in  quegli  anni  in  cui  tanta  parte  della 
lietezza  e  prosperità  di  Napoli,  descritta  da  lui  qualche 
anno  innanzi,  s'intorbidava  e  spariva;  e  l'ultimo  dei  grandi 
baroni,  il  principe  di  Salerno  Ferrante  Sanseverino,  del 
quale  egli  aveva  celebrato  la  fedeltà  a  Spagna  e  all'Im- 
pero, soggiaceva  in  impari    lotta    ed    era    condannato    a 


20  I.  -  IL  PRIMO  DESCRITTORE  DI  NAPOLI 

morte  e  costretto  alla  fuga  e  agli  esilii;  e  le  accademie 
dei  Sereni  e  degli  Ardenti,  e  anche  la  sua,  quella  de- 
gli Incogniti,  erano  disciolte  per  sospetti  di  idee  politiche 
non  meno  che  di  novità  religiose;  e  il  n  gran  Toledo  n 
lavorava  a  fiaccare  ogni  spirito  d'indipendenza  nel  baro- 
naggio napoletano,  e  a  stendere  sulla  morente  libera  cul- 
tura italiana  il  sudario  dell'incultura  spagnuola,  e  comin- 
ciavano i  tempi  grigi,  i  tempi  dell'alleanza  tra  la  reazione 
cattolica  e  l'assolutismo  degli  Asburgo ,  i  tempi  della 
immota  pace  d' Italia. 


II. 


L'AMOROSA  STORIA  DI  MADAMA 
LUCREZIA 

IN   UN' INEDITA  CRONACA   QUATTROCENTESCA 

Scriveva  questa  cronaca,  intorno  al  1 478,  Gaspare  Bro- 
glio, figlio  del  celebre  condottiere  Tartaglia  ,  e  la  scri- 
veva a  Rimini,  dove  si  era  fermato  presso  Sigismondo 
Pandolfo  Malatesta  (1).  Lo  scrittore  aveva  sangue  na- 
poletano nelle  vene,  perchè  suo  padre  era  figlio  naturale 
di  Raimondo  del  Balzo  Orsini,  principe   di  Taranto. 

A  un  certo  punto  della  sua  scrittura  piacque  al  cronista 
segnare  in  carta  il  racconto,  che  era  corso  per  I'  Italia 
venti  anni  innanzi,  degli  amori  del  gran  re  Alfonso  d'A- 
ragona con  una  donzella  sua  vassalla  :  famosi  amori  tut- 
t'insieme  appassionati  e  casti,  e  che  s'intrecciavano  con 
la  politica  di  quei  tempi  (2).  Il  racconto  raccoglie  i 
tratti  che  la  fama  aveva  divulgati  e  la  tradizione  fissati, 
e  li  accompagna  con  aneddoti  altresì  diventati  tradizionali; 
e  perciò  ha  V  aria  di  una  leggenda  che  si  narri  alla 
nuova  generazione,  ed  è  condotto  in  forma  novellistica  o 

(1)  La  Cronaca  del  Broglio  è  manoscritta  nella  Biblioteca  Gambalun- 
ga di  Rimini,  n.  77  ;  e  debbo  l'indicazione  e  trascrizione  delle  pagine, 
che  trattano  della  d' Alagno,  all'amico  Corrado  Ricci. 

(2)  Si  veda  il  saggio  su  Lucrezia  d' Alagno  nel  mio  volume  :  Storie 
e  leggende  napoletane  (Bari,  Laterza,    1919). 


22  II.  -  L'AMOROSA  STORIA  DI  MADAMA  LUCREZIA 

romanzesca.    Piacerà    leggerne    qualche    brano    nell'  ori 
ginale. 

Come  accadde  a  re  Alfonso  d'incontrarsi  con  Lucrezia 
d* Alagno  e  sentirsi  accendere  d'amore  per  lei  ? 

Regnando  in  ripeso  e  tranquillo  stato  la  Sacra  Maestà  di  Re  Al- 
fonso d'Aragona,  andando  a  suo  diporto  per  la  sua  vaga  città  di  Na- 
poli, accadde,  come  cosa  disposta  dalle  influenzie  superne,  che  una  no- 
bile damisella,  sospinta  da  volubile  volontà,  presentito  lo  strepito  delli 
cavalli,  con  alquante  sue  compagne  trascorse  alle  finestre  per  vedere. 
Dove  la  Maestà  del  Re  alzando  gli  occhi,  quelli  in  un  medesimo  tempo 
si  contemplarono  nella  luce  della  damisella.  Lo  splendore  della  quale 
parve  alla  Maestà  sua  che  li  raggi  delli  suoi  lustranti  penetrassero  per 
insino  al  core,  quasi  tutto  intenebrato  di  melodia  ,  non  interessando 
però  el  sguardo  d'essa,  [che]  ognora  più  grato  gli  era.  E  così,  infiam- 
mato e  trafìtto  dal  colpo  di  Cupido,  se  ne  ritornò  allo  real  palagio,  e, 
chiamato  un  suo  caro  confidente,  di  subito  mandò  e  intervenne  [colui] 
di  chi  era  figliola  questa  nobile  damisella. 

Il  padre  della  fanciulla,  conosciuto  F  affetto  e  la  bra- 
ma del  re,  subito  la  concesse  in  balia  del  suo  sovrano: 

gratamente  illa  concedette,  e,  recevuta  che  l'avea  in  sua  podestate,  fu 
cologata  in  un  real  palagio,  con  tutte  quelle  solennità  appartenente  a  qua- 
lunque altra  e  degna  regina,  dalla  corona  in  fuora.  Seria  cosa  inestima- 
bile a  narrarvi  le  magnificenzie  e  li  preparamenti  de  arazzi  commessi  ad 
oro  per  le  sue  camere,  le  credenzie  adornate  tutte  e  piene  d'argento 
con  vasi  d'oro,  cancellieri  e  sottocancellieri,  scalchi  e  sottoscalchi,  mae- 
stri di  stalla  con  degni  palafreni,  avianti  struzieri  con  più  vari  uccelli  ra- 
paci, trombetti,  pifari,  e  più  altri  maestri  di  strumenti,  cantatori  gentili, 
per  sua  compagnia  di  molte  damiselle  e  di  nobilissime  gentildonne  in 
quantità,  d'ogni  qualitade  ;  e,  quando  isciva  ad  alcun  diporto  o  al  santo 
officio,  cavalieri  e  nobili  erano  diputati  ad  accompagnarla,  e  sempre  con 
el  nobile  barone.  Li  suoi  vestimenti  erano  risplendenti  con  gemme,  perle 
ed  oro  di  gran  valuta  :  solo  la  corona  li  tolleva  el  nome  di  regina,  ma 
ogni  altro  apparato  v'era  copioso,  le  rivisitazioni  fatte  a  lei,  simiglianti 


II.  -  L'AMOROSA  STORIA  DI  MADAMA  LUCREZIA  23 

no  a  regina,  ma  a  ogni  imperadrice.  Lengua  umana  non  lo  porria  espre- 
mere li  onori  operati  a  questa  nobile  creatura  ;  e  dipoi  fo  appellata  MA- 
DAMA LUCREZIA. 

Par  di  udire  una  fiaba  con  le  improvvise  trasformazioni 
e  meraviglie  prodotte  dal  capriccio  di  una  fata  o  di  un 
mago.  Ma  alla  realtà  storica  ci  richiama  quel  che  segue, 
confermandoci  che  la  somma  attrattiva  della  donzella  na- 
poletana era  segnatamente  nella  sua  insinuante  parola, 
nel  suo  tatto  e  garbo. 

Potreste  dire  :  —  Era  costei  sì  bella  ?  —  Rispondo  :  —  Mai  no,  ma 
d'una  gentile  e  altiera  maniera  e  vaga,  degna  d'aspetto;  con  suave  loquela, 
come  melodia,  erano  le  sue  parole,  che  infiammava  il  core  del  superno  Re. 

Ne  mancano  a  questo  punto  le  riflessioni  morali  sul 
tema  di  Amore,  che  non  risparmia  neppure  i  re,  immersi 
nei  loro  gravi  pensieri.  Quale  meraviglia  che  re  Alfonso 
s'innamorasse  come  un  giovinetto  della  sua  piacente  vas- 
salla,  se,  non  volendo  risalire  fino  a  re  Salomone,  in  tempi 
prossimi  il  serenissimo  e  glorioso  imperatore  Sigismondo 
s'invaghì  in  Siena  di  una  bella  ragazza,  a  nome  Caterina? 

El  dicto  Imperadore  aveva  delli  anni  appresso  di  novanta,  tutto  bian- 
co comò  armellino,  e,  così  vecchio,  sopra  li  suoi  capelli,  portava  una 
ghirlandetta  degna,  e  ogni  dì,  due  o  tre  volte,  andava  a  visitare  la  sua 
vaga  damisella,  per  forma  che  la  fortuna  lo  condusse  a  morte  ;  per  ditta 
cagione   fu  attossicato. 

Neppure  lui,  il  nostro  cronista,  contrasta  alla  generale 
credenza  che  gli  amori  di  re  Alfonso  per  Madama  Lu- 
crezia fossero  casti  ;  e  anzi  le  apporta  un  argomento  a 
sostegno,  espresso  con  ingenuità  non  meno  deliziosa  di 
questo  recato  del  decrepito  imperatore  Sigismondo,  tutto 
bianco  come  un  ermellino,  che  si  poneva  sul    capo   1*  a- 


24  II.  -  L'AMOROSA  STORIA  DI  MADAMA  LUCREZIA 

morosa  ghirlanderà.  Che  nessun  male  fosse  in  quella  re- 
lazione di  re  Alfonso,  —  egli  dice  —  si  vede  dal  fatto 
stesso  del  non  mai  placato  ardore  del  re  : 

Che  così  fosse  la  veritade,  de  ciò  pigliarete  exemplo  d'un  sì  piccolo 
uccellino  come  è  el  rosignolo,  che,  mentre  che  sta  in  amore,  sempre 
canta  e  vive  lieto  ;  conseguito  el  suo  appetito,  tace.  Per  semilitudine  di- 
co, che  se  re  Alfonso  avesse  satisfatto  el  dissoluto  appetito,  non  avaria 
seguito  così  caldamente,  continuando  l'amore. 

Re  Alfonso,  infatti ,  cantò  sempre  come  usignuolo  in 
amore ,  ossia  galanteggiò,  facendo,  quasi  perpetuo  aspi- 
rante, la  più  devota  e  sospirosa  corte  all'affascinante  Lu- 
crezia (1).  Questo  tutti  vedevano,  e  ftutti  seppero  poi 
che  egli  tentò,  o  lasciò  tentare  da  lei,  per  unirsi  con  lei, 
la  via  regolare  del  matrimonio,  permettendo  che  Lucrezia 


(1)  Colgo  l'occasione  per  pubblicare  alcuni  versi  di  un'epistola  di 
Francesco  Fileifo,  diretta  a  Matteo  Malferit,  nella  quale  si  accenna 
agli  amori  del  re  con  Lucrezia.  L'epistola  è  nel  Cod.  Bibl.  Naz.  Napoli, 
IV.  F.  19,  e  comincia  «  Scire  velim,  Matthaee,  quibus  nunc  militat  armis 
Inclitus  Alfonsus...  »;  e  ne  debbo  la  notizia  al  prof.  M.  Campodonico: 

Die  age  quam  facilem  sese  Lucretia  prestet, 

diva  pucllarum,  Regi»  ad  obsequium. 
Nam  sunt  qui  referant  nondum  pia  vota  precesque 

regale  animum  flectere  virgineum. 
Ast  alii  contra  fulvas  penetrasse  sagittas 

pectus  et  ad  roseum  virginis  isse  femur  ; 
et  quod  vulnus  erat  fellis  prius  instar  amari, 

nunc  ipso  factum  nectare  dulce  magis... 

A  proposito  delle  varie  voci  che  correvano  per  l'Italia  sulla  natura 
di  quella  relazione  amorosa,  si  veda  anche  la  settima  delle  Facezie  e 
motti  del  secolo  XV  (in  Scelta  di  curios.  letter.,  disp.  1 88),  ricordata  dal 
DI  FRANCIA,  in  Giorn.  stor.  leti,  ital.,  LXXIV,   118. 


II.  -  L'AMOROSA  STORIA  DI  MADAMA  LUCREZIA  25 

si  recasse  da  papa  Callisto  a  sollecitare  1*  annullamento 
del  precedente  e  sterile  matrimonio  con  la  regina  Maria. 
Il  cronista  ricorda  la  pomposa  cavalcata  della  donzella 
napoletana  verso  Rimini,  e  par  che  avesse  origliato  ascol- 
tando il  dialogo,  rimasto  agli  altri  misterioso,  tra  la  bella 
napoletana  e  il  vecchio  papa. 

Fo  ricevuta  dal  papa  gratamente,  e,  fattala  sedere  alli  suoi  piedi,  narrò 
alla  sua  Santità  alcune  altre  parole  appartenenti  tra  la  Maestà  del  Re  e 
il  papa,  le  quali  parole  furono  assai  grate  a  Sua  Santitade,  d'  alcune 
cose  che  la  Maestà  sua  li  assentiva.  E,  fatti  lieti  alquanto  insieme,  ma- 
dama Lucrezia  comprese  essere  comodo  tempo  di  poterse  allargare  di 
riferire  la  sua  volontà  ;  non  però  che  non  fosse  con  timido  principio, 
perchè  comprendeva  che  il  dire  suo  era  inonesto.  Non  ostante,  assicurata, 
levata  in  piedi,  inginocchiandosi  alli  piedi  di  sua  Santitade,  el  papa  la 
fece  risedere,  dicendo  :  —  Lucrezia,  dite  pure  el  parere  vostro,  —  cre- 
dendosi che  lei  volesse  qualche  assoluzione.  La  quale,  remessa  che  fo, 
disse  :  —  Santo  Padre,  el  momento  che  vi  farò,  parrà  alla  Santità  vostra 
alquanto  grave  ;  chieggo  perdono  ;  ma  considerate  la  ferma  e  sincera 
fede  che  io  ho  messa  nella  Sacra  Maestà  del  mio  signore  Re  m'induce 
e  astrenge  di  volerlo  vedere  con  qualche  figliolo  legittimo,  il  quale, 
dipoi  la  sua  morte,  avesse  a  reditare  li  suoi  reami  e  a  inalzare  la  pro- 
genie di  Sua  Maestade  ;  dove,  avendo  la  sua  Regina  sterele  e  non  con- 
dicente  a  figlioli,  potendo  a  questo  la  Santità  vostra  provedere,  seria 
salutifera  cosa  alla  sua  corona.  —  El  Santo  Padre  non  have  più  pre- 
sto compreso  el  dire  di  Madama  Lucrezia,  alquanto  inalterato  disse;— 
Ne  maravigliamo  che  la  Maestà  del  Re  v'abbia  concesso  e  commesso 
che  n'aviate  a  fare  tale  richiesta.  E  si  da  noi  procede  come  noi  ere- 
demo,  sete  cascata  in  uno  grande  errore  ;  della  quale  parte  ne  meri- 
tareste  grave  pena,  e  farete  bene  di  sì  fatto  peccato  commesso  conse- 
guirne aspra  penitenzia,  e  non  comprendemo  quale  ardire,  ma  più  tosto 
follia,  v'abbia  fatto  trascorrere  in  tanto  errore,  volendeci  cemmovere 
che  noi  leviamo  dall'onere  suo  sì  alta  e  degna  Regina  a  petizione  di 
una  bagascia.  Ora  levatevene  dinanzi  da  noi  e  tornatevene,  che  da  noi 
non  potete  avere  altro. — Deselusa  Madama  Lucrezia  nella  sua  volontade, 
pigliò  lisentia,  alla  quale  non  K  fu  fatta  altra  risposta,  con  grave  affanno. 


26  II.  -  L'AMOROSA  STORIA  DI  MADAMA  LUCREZIA 

Tornata  a  Napoli,  addolorata  e  vergognosa,  Lucrezia 
vi  fu  accolta  e  confortata  dal  re,  che  non  tralasciò  alcuna 
cura  e  premura  per  consolarla  e  risollevarla,  assicurandola 
che  egli  l'amava  non  meno  di  prima,  perchè  quel  fallito 
tentativo  era  stato  mosso  dalla  sollecitudine  per  il  bene 
della  real  casa,  dal  desiderio  di  dare  a  lui  figliuoli  e 
legittimi  successori  al  trono.  E  qui  s*  inserisce  un  aned- 
doto, che  prima  era  noto  solo  dalle  pagine  di  un  tardo 
scrittore  del  seicento,  del  Capaccio,  e  che  giova  restituire 
dal  latino  di  costui  al  semplice  volgare  quattrocentesco  : 

In  fra  l'altre  parti,  li  mandò  a  donare  uno  bacile  d'oro,  pieno  d'al- 
fonsini  (1)  ;  il  quale  presentato  che  li  fo,  la  prefata  Madama  gratamente 
li  ricevette  ;  di  poi  tutti  li  rimise,  e  solo  uno  alfonsino  tolse,  li  quali 
tutti  erano  di  zecca  novi,  dicendo  all'  apparatore  :  —  Riportarete  in 
drieto  il  ditto  presente  e  direte  al  mio  caro  Signore,  noi  che  non  n'avemo 
de  necessitade  di  tanti  Alfonsi,  perchè  ne  semo  date  solo  a  uno  Alfon- 
so, ringraziando  la  Sua  Maestade,  e  che  a  quello  avemo  deliberato  con- 
seguire e  servire. — Tale  grata  risposta  molto  entrò  nel  core  della  Mae- 
stà sua  ;  e  fece  fare  circa  a  cinquanta  pallette  tutte  d'oro  smaltate  da 
cerbottana,  e  poiché  el  palagio  de  Madama  Lucrezia  aveva  un  nobile 
e  magno  giardino,  nel  quale  più  volte  Sua  Maestade  aveva  suo  diporto, 
a  quello  andato,  essendo  Madama  Lucrezia  a  una  finestra  della  sua  ca- 
mera, ragionando  insieme,  dipoi  la  Maestà  li  trageva  colla  cerbottana 
le  ditte  pallotte  d'oro. 

Il  narratore  chiude  il  racconto  di  questi  singolari  amo- 
ri, nei  quali  Alfonso  non  cercava  soddisfazione  di  bassi 
appetiti  ma  solo  n  allegrezza  di  core  n  e  gloria  di  n  co- 
stanzia  n  ,  proponendo  ai  suoi  lettori  il  quesito  :  quale  fosse 
stato  più  costante  nel  serbare  la  purità  se  il  magnanimo 
Scipione,  o    il  duca  Giovanni  d'  Angiò  (al  quale  da  un 


(1)  Monete  con  l'effigie  di  re  Alfonso. 


II.  -  L'AM  OROSA  STORIA  DI  MADAMA  LUCREZIA  27 

patrizio  genovese,  caduto  in  miseria  ,  vennero  offerte  a 
delizia  due  sue  belle  figliuole,  ed  egli  le  rispettò  e  man- 
tenne onorevolmente  come  figlie),  o  il  re  Alfonso  ;  e  per 
sua  parte  è  disposto  a  dar  la  palma  a  quest'ultimo,  n  si 
vero  fo  che  non  cascasse  nella  dessoluta  volontade  n.  Ma 
non  chiude  con  ciò  quello  che  egli  dice  di  madama  Lu- 
crezia, e  discorre  ancora  delle  posteriori  vicende  di  lei 
e  della  partecipazione  alla  guerra  dei  baroni  ribelli  contro 
re  Ferrante,  e  dell'esilio  dal  Regno,  e  dei  pensieri  reli- 
giosi nei  quali  trascorse  gli  ultimi  suoi  anni.  Proprio  in 
quei  giorni,  Madama  Lucrezia  moriva  in  Roma,  dove 
s'era,  in  ultimo,  ritirata  ;  ed  egli  le  forma  il  necrologio, 
riassumendo  gli  splendori  di  fortuna  che  circonfusero  la 
"  damisella  vergine  della  Sacra  Maestà  di  re  Alfonso  ", 
e  terminando  : 

Or  trascorso  più  tempo  in  questa  fragilità  umana,  compreso  da  Quel 
che  tutto  governa,  piacqueli  ridurre  questa  nobile  creatura  alla  regione 
dove  li  pose  il  cuore,  in  modo  che  tutti  li  lascivi  gesti  di  questa  nostra 
vanigloria  temporale,  e  suoi  gesti  volubili  e  amatrice  delli  beni  munda- 
ni,  tutti  da  lei  furono,  cussi  onori  e  piaceri  e  delizie  e  portamento  al- 
tieri, riducendosi  serva  della  dolce  umiltà  e  benefattrice  delli  poveri. 
E,  per  meglio  osservare,  se  ne  andò  a  Roma,  dove  si  toglie  ogni  grave 
soma  ;  e  lì,  con  santa  devozione,  ha  finiti  li  suoi  dì  cattolicamente,  con 
opere  degne  e  laudevoli  :  e  però  l'ho  messa  al  debito  onore  con  farne 
memoria. 


III. 
LA  TOMBA  DEL  GRAMMATICO  SIDICINO 

Un  tempo,  all'  entrare  nella  chiesetta  dei  santi  Giuseppe 
e  Cristoforo,  che  è  di  fronte  a  Santa  Maria  la  Nova  (e 
sorse  in  cambio  di  una  cappella  di  questa  chiesa  dedi- 
cata a  san  Cristoforo  che  Consalvo  di  Cordova,  il  Gran 
Capitano,  convertì  in  sua  cappella  gentilizia),  si  vedeva 
sulla  facciata  un  affresco  col  santo  gigantesco  chino  sotto 
il  peso  del  radioso  Bambino,  e  si  calpestava  sulla  soglia 
una  lapide  tombale,  fregiata  da  una  ghirlanda  e  da  em- 
blemi di  libri,   con  la  scritta  : 

HIC.    IACET.    ALOISIUS. 

ANTONIUS.  SIDICINUS. 

GRAMMATICUS.    ET.    ORA 

TOR.  QUI.  I.  ET.  LX.    ANNOS. 

MORTEM.  OBIIT. 

PRIDIE.   CAL.   MARTII.  M.  D.   LVII. 

E  tanto  questa  lapide  fu  calpestata  dai  visitatori,  che 
già  nel  settecento  era  mezzo  deleta  ;  e,  quasi  del  tutto  de- 
leta,  serbando  appena  una  tenue  traccia  degli  ornati  e 
qualche  lettera,  è  ora  che,  tolta  dalla  soglia,  nel  recente 


III.  -  LA  TOMBA  DEL  GRAMMATICO  SIDICINO  29 

rifacimento  della  chiesetta,  si  trova  infissa  nella  parete  si- 
nistra dell'unica  navata  (1). 

Non  so  a  quanti  sia  ancora  noto  questo  nome,  per  ol- 
tre due  secoli  popolarissimo  nelle  scuole  del  Napoletano, 
e  anche  di  altre  parti  d*  Italia,  affidato  com'  era  a  una 
grammatica  latina  ,  molte  volte  ristampata  ,  che  si  soleva 
designare  per  l'appunto  come  n  il  libro  del  Sidicino  n,  o, 
brevemente,  n  il  Sidicino  ". 

Oggi,  in  nessuna  delle  biblioteche  della  nostra  Napoli 
mi  è  riuscito  trovare  copia  ne  di  questo  libro  famoso,  ne 
dell'  altro,  le  Eleganze,  dello  stesso  autore,  entrambi  i 
quali,  ai  tempi  dello  Spera,  omnibus  fere  manibus  tere- 
bantur  (2)  :  n  eleganza  n  o  n  frase  n  latina  ,  che  si  po- 
trebbe questa  volta  prendere  alla  lettera,  intendendo  che 
i  ragazzi  napoletani  effettivamente  li  n  consumarono  n, 
come  suole  accadere  dei  testi  scolastici  e  dei  libri  po- 
polari. 

Ma,  per  fortuna,  ne  ho  poi  trovato  copie  nelle  biblio- 
teche di  Roma  ;  e,  poiché  innanzi  ad  alcune  edizioni 
della  grammatica  si  legge  una  vita  che  del  Sidicino  scrisse 
il  suo  nipote  Cesare  Benenato,  sono  in  grado  di  fornire 
sicure  notizie  sul  personaggio,  che  qui   c'interessa. 

(1)  Sopra  vi  è  stato  murato  un  bel  frammento  di  tomba  (forse  pro- 
veniente da  Santa  Maria  la  Nova)  di  un  Bartolomeo  de  Bisento,  miles 
medicinalis  sciencie  professor,  morto  l'ultimo  di  settembre  del  1351. 
Nuova  prova  che  i  nobili  napoletani  (milites)  solevano  nel  trecento 
esercitare  la  medicina,  senza  perciò  derogare.  Cfr.  su  questo  frammento 
di  tomba  A.  BROCCOLI,  Dì  un  sarcofago  nella  chiesa  dei  SS.  Giuseppe 
e  Cristofaro,  Napoli,  1898  (estr.  dagli  Atti  della  Commissione  conserva' 
trice  dei  monumenti  di  ^crra  di  Lavoro). 

(2)  P.  A.  SPERAE,  De  nobilitate  professorum  Qrammaticae  et  Huma- 
nitatis  utriusque  linguae  (Neapoìi,    1641),  p.  461. 


30  111.  -  LA  TOMBA  DEL  GRAMMATICO  SIDICINO 

"  Sidicinus  n  era,  com'  è  facile  pensare  ,  soprannome 
umanistico,  tratto  dal  luogo  natale  dell'autore,  Teano  Si- 
dicino  ;  e  il  soprannome  ,  nell'  edizione  delle  opere  ,  si 
completa  in  n  Aloysius  Antonius  Sompanus  Sidicinus  n  : 
Luigi  Antonio  Sompano.  Anche  n  Sompano  n,  del  resto 
è  forma  latinizzata  del  genuino  cognome  n  di  Zompa  n  (1). 
A  Teano  egli  nacque  nel  1496  (2),  da  civili  genitori, 
che  gli  dettero  a  maestro  un  Giovanni  Vexeo  o  Vesce 
che  fosse,  sotto  la  cui  guida  compiè  rapidi  progressi.  Ma 
lo  stesso  suo  nipote  e  biografo  ignora  per  quali  ragioni 
lo  Zompa  uscisse  dal  paese  natale  e  per  più  anni  vagasse 
per  quasi  tutta  Italia,  fintantoché,  intorno  al  1 520,  si  fer- 
mò in  Napoli.  Dove  un  prete  Taddeo  Picone,  che  aveva 
fiorente  scuola  di  grammatica  (3),  volendo  partirsene,  gli 
affidò  la  sua  scolaresca,  ed  egli  diresse  ,  e  con  assidue 
cure  portò  a  grande  riputazione  ,  quella  scuola,  dalla 
quale,  come  da  un  cavallo  di  Troia,  vennero  fuori,  per 
oltre  un  trentennio,  caterve  di  giovani  non  solo  adorni  di 
umane  lettere,  ma  versati  nell'oratoria  e  nella  poetica  (4). 


(1)  Nei  Fuochi  o  censimenti  di  Teano  del  1561  (Archivio  di  Stato 
di  Napoli)  ho  trovato  il  cognome   «  di  Zompa  ». 

(2)  Il  nipote  dice,  infatti,  nell'accennata  biografìa,  che  morì  nel  1557 
di  sessantun  anno.  L'iscrizione  sepolcrale,  riferita  dal  CHIOCCARELLI, 
De  illustribus  scriptoribus  neapolitanii  (ed.  Meola,  Neapoli,  1780),  p.  18, 
reca  «  VI  et  L.  annoi  »  ;  ma,  in  conformità  della  notizia  data  dal  nipote, 
io  ho  corretto  di  sopra   «  I  et  LX  annoi  »,  se  pur  non  era  «  XI  et  L  ». 

(3)  Sul  Picone,  cfr.  SPERA,  op.  cit„  p.  350,  che  ricorda  un'opera  di 
lui  intitolata  De  itinere  chrhtiano. 

(4)  Se  si  vuole  una  viva  immagine  di  una  scuola  napoletana  di  quel 
tempo,  si  legga  il  testamento  di  un  altro  celebre  grammatico  napoletano 
di  allora,  lo  Scoppa,  pubblicato  dal  BARONE,  in  Arch.  itor.  p.  le  proc. 
napoi,  XVIII,  92. 


ili.  -  LA  TOMBA  DEL  GRAMMATICO  SIDICINO  3 1 

Anche  il  futuro  cardinale  di  Santa  Severina,  il  Santori, 
fu  tra  i  suoi  uditori  (1).  Era  il  Sidicino  un  ciceroniano,  e 
ciceronianamente  scriveva  e  favellava  ;  e  considerava  come 
più  dotti  uomini  tra  i  moderni  il  Pontano  e  il  Sannazaro, 
e  faceva  molto  conto  anche  di  Pietro  Gravina  e  di  Fran- 
cesco Brancaleone,  dell'  accademia  degli  Incogniti,  detto 
Museo.  Egli  stesso  appartenne  all'accademia  degli  Ar- 
denti (2),  e  per  alcun  tempo  ne  fu  principe.  Studioso  in- 
faticabile ,  rubava  le  ore  al  sonno  ;  divoratore  di  libri, 
non  c'era  novità  letteraria  che  giungesse  a  Napoli  da  Ba- 
silea, Parigi,  Lione  o  Venezia,  che  egli  subito  non  acqui- 
stasse. Parchissimo  nel  cibo,  astemio,  masticante  biscotto 
piuttosto  che  pan  fresco,  bevente  agresto  per  frenare  l'ap- 
petito ed  espellere  il  flegma  castissimo,  passò  la  maggior 
parte  della  sua  vita  senza  fastidi  di  moglie,  sine  uxoris 
molestia,  finche,  vinto  dalle  insistenze  degli  amici,  sposò 
una  donna  ben  vecchia  e  senza  dote.  La  podagra,  cagio- 
natagli dalla  vita  sedentaria  e  che  si  mutò  poi  in  idropi- 
sia, lo  condusse  a  morte  a  sessantun  anno  nel  1557,  e  fu 


(1)  «...  Andai  in  Napoli  e  sentii  misser  Lois  Antonio  Zompa  detto 
volgarmente  il  Sedicine  famoso  gramatico  ;  al  quale,  essendo  passato  a 
miglior  vita,  io  posi  un  epitaffio,  che  cominciava  così: 

Elysium  urbs  Sidicina  ferax  produxit  alumnum 
Parthenopeque  suo  suttulit  alma  sinu  ». 

Così  nella  Vita  del  card.  Giulio  Antonio  Santori,  detto  il  cardinal  di 
Santa  Severino,  composta  e  scritta  da  lui  medesimo,  tratta  dal  ms.  corsinia- 
no  ecc.,  da  G.  Cugnoni  (Roma,  1 898),  p.  6.  Una  notizia  delllo  Zompa 
è  nel  TAFURI,  Istoria  degli  scrittori  del  'Regno  di  Napoli  (Napoli,  1770), 
IH,  parte  VI,  PP.  340-48. 

(2)  Su  questa  accademia,  MlNIERI  RICCIO,  accademie  di  Napoli,  in 
Arch.  stor.  p.  le  proo.  napol,  IV,   1 72-74. 


32  III.  -  LA  TOMBA  DEL  GRAMMATICO  SIDICINO 

sepolto  nella  chiesetta  di  San  Cristoforo,  sotto  il  marmo 
del  quale  egli  stesso  aveva  preparato  l'iscrizione  (1). 

Compose  parecchie  opere,  che  rimasero  inedite  e  si 
sono  perdute  :  dialoghi  grammaticali,  comenti  su  Virgilio, 
osservazioni  su  Orazio,  scoli  sul  T)e  partii  Virginis,  for- 
mulari della  lingua  latina,  un  vocabolario,  una  Dialettica, 
una  Rettorica,  una  raccolta  di  epigrammi  dei  poeti  anti- 
chi e  moderni,  molte  lettere,  molti  versi.  Dei  quali  ulti- 
mi, che  il  suo  biografo  loda  arguti  e  soavi,  non  conosco 
se  non  sei  distici  encomiastici,  non  adatti  a  dar  la  misura 
del  suo  valore,  che  egli  scrisse  per  l'opera  sui  barbarismi 
(Multa  vocabula,  ecc.)  di  Benedetto  di  Falco,  stampata 
a  Sarno  nel   1 548  (2).  Ma  mise  a  stampa  egli  stesso  VE- 


(1)  Nella  quale  si  chiama  inoltre  orator,  certo  perchè  somministrava  an- 
che lezioni  di  rettorica  o  di  oratoria,  Su  quest'uso  dei  grammatici,  cfr. 
SPERA,  op.  cit.,  p.  252,  che  soggiunge  di  aver  udito  «  memoria  pa- 
trum,  quosdam  e  Grammaticis  statini  e  ludo  tr'ansisse  in  forum,  atque  in 
numerum  praestantissimorum  paironum  receptos  ». 

(2)  Sono  questi  : 

ALOISII  ANTONII    SIDICINI 
DE  GRAMMATICA  D.  BENEDICTI  FALCONIS 

Monstrorum  ut  quondam  domitor  Tirynthius  heros 

Humano  generi  commoda  multa  dedit  ; 
Grammaticae  et  Hnguae  sic  tot  portenta  latinae 

Diiacerans  Falco  nos  iuvat  arte  sua. 
Grammaticos  inter  vere  Tirynthius  alter,  ^ 

Qui  Latium  decorat,  barbariemque  necat  ; 
Sed  patris  auxilio  potuit  perferre  labores, 

Amphytroniades  post  sua  fata  deus. 
Tu  quoque,  Falco,  tui  praesenti  numine  Divi, 

Qui  tibi  dexter  adest,  praesidet  atque  iuvat, 
Sarnensisque  soli  genio  suffultus  opimo 

Ad  nos  barbariae  parta  trophaea  refers. 


III.  -  LA  TOMBA  DEL  GRAMMATICO  SIDICINO  33 

legantiarum  compendium  e  le  Totius  fere  grammaticae 
Epitomae,  dapprima  col  nome  di  un  prete  Sergio  Sar- 
mento di  Sala,  uomo  probo  e  letterato  (dice  sempre  il 
suo  biografo),  al  quale  l'aveva  ceduta  per  danaro  (1),  e 
poi  col  nome  di  entrambi  (2).  Tali  edizioni,  per  altro,  non 
sono  serbate  in  nessuna  biblioteca,  ch'io  sappia,  ne  de- 
scritte dai  bibliografi.  Di  entrambe  le  opere  si  conoscono 
invece  le  ristampe  con  accrescimenti,  che  ne  fece  il  ni- 
pote, discepolo  e  biografo,  Cesare  Benenato  :  della  Gram- 
matica, per  quel  che  sembra,  a  Napoli  nel  1 564,  e  delle 
Eleganze  altresì  a  Napoli,  nel   1566  (3). 


(1)  Il  Sarmento  mori  per  una  ferita  alla  testa,  inf ertagli  da  alcuni 
di  Sala  in  un  litigio,  nel   1547. 

(2)  Perciò  Manfurio,  nel  Candelaio  (1582)  del  BRUNO,  parla  del 
«  mio  preceptore  Aloisio  Antonio  Sompano  Sidecino  Sarmento  Sala- 
no, successor  di  Gio.  Scoppa  ex  voluntate  heredis  »  (  1 ,  5)  :  cioè,  uni- 
fica in  un  personaggio  ideale  i  due  nomi  di  autori  coi  quali  furono 
stampati  i  libri  del  Sidicino.  Quanto  all'ex  voluntate  heredis,  l'allusione 
non  può  significare  se  non  che  il  Sidicino  successe  in  Napoli  nel  pri- 
mato della  scuola  allo  Scoppa,  e  forse  che  l'erede  di  costui  gli  affidò 
la  scuola  istituita  dallo  Scoppa  per  testamento  (cfr.  1'  ediz.  dello  Spam- 
panato del  Candelaio,  pp.  41  -2  ri). 

(3)  Con  queste  date  sono  segnate  le  dediche  del  Benenato.  Il  TA- 
FURI,  1.  e,  cita  della  Grammatica  un'  edizione  curata  dal  Benenato, 
con  la  vita  del  Sidicino,  di  Venezia,  Babà,  1 55 1  :  data  certamente 
errata,  perchè  nel  1 55 1  il  Sidicino  era  ancora  in  vita  ;  e  delle  Ele- 
ganze, una  di  Venezia,  1573;  e  conosce  inoltre  delle  Epitomae,  ri- 
stampe di  Venezia,  della  Porta,  1 58 1 ,  e  di  Napoli,  eredi  del  Cavallo, 
1683,  e  delle  Eleganze,  di  Venezia,  eredi  del  Sessa,  1598.  Io  mi  valgo 
di  queste  edizioni:  AL.  ANTONII  SOMPANl  SIDICINI  et  presb.  SERGII 
SARMENTII  SALANI  totius  fere  Grammaticae  Epitomae,  ex  optimis 
quibusq.  Latinae  linguae  autoribus  descriptae  nova  quadam,  ac  mirabili 
docendi  ratione  in  lucem  prodeunt  Caesaris  Benenati  industria  multo  quam 


34  III.  -  LA  TOMBA  DEL  GRAMMATICO  SIDICINO 

Sull'uno  e  sull'altro  libro  ormai  e*  è  ben  poco  da  dire, 
salvochè  lodarne  i  pregi  didascalici,  che  del  resto  1*  uso 
secolare  nelle  scuole  comprova.  Pure,  se  essi  non  son 
valsi  a  tramandare  direttamente  fino  a  noi  il  nome  del  loro 
autore,  hanno  fatto  sì  che  in  modo  indiretto  e  inconsape- 
vole quel  nome  sopravvivesse  nel  quotidiano  eloquio  della 
plebe  napoletana.  E  qui  debbo  chiedere  venia  se  sono 
costretto  ad  accennare  immagini  di  cose  dalle  quali  la 
buona  educazione  rifugge,  ma  non  rifugge  l'erudizione  o 
filologia,  che,  come  la  lingua  latina,  brave  V  honnèteté. 

Ancora  il  volgo  napoletano  designa  col  vocabolo  n  u 
sfdece  n  quella  parte  del  corpo  con  la  quale  1*  uomo  si 
siede;  e  il  D'Ambra,  nel  suo  Vocabolario,  asserisce  che 
n  il  traslato  è  fatto  da  che  il  numero  sedici  del  giuoco  del 
lotto  è  assegnato  al  sedere  ". 

Senonchè,  nel  più  antico  dialetto  non  si  diceva  già  "  lo 
sfdece  n,  ma  per  1*  appunto  n  lo  sedicino  n,  com*  è  atte- 
stato, per  non  dir  altro,  da  questi  due  versi  del  libro  sesto 


ante  correctìores  et  locupletar  es,  Praeter  Sidicini  vitam,  ac  Dialogum  de 
Periodis  earumque  partibus  addidimus  huic  novae  editioni  de  Equis  eo- 
rumque  partibus  atque  nominibus  una  cum  latini  sermonis  formulis  ac  di- 
cendi  modis  inter  se  significatione  cognatis  opusculum,  Caesare  Benenato 
authore,  Venetiis,  apud  Dominicum  Farreum,  1 587  ;  —  Elegantiarum 
Compendium  a  Caesare  Benenato  multa  accessione  nuper  auctum  et  re- 

cognitum  Aloisio  Antonio  sompano  sidicino  et  Presbytero  Ser- 
gio SARMENTIO  SALANO  Autboribut.  Addita  est  praeterea  forensium 
Oerborum  et  loquendi  generum  interpretatio  ab  eodem  Caesare  Benenato 
concinnata,  Venetiis,  1585,  apud  haeredes  Melchioris  Sessae.  Conosco 
inoltre  delle  Epitomae  le  edizz.  di  Venetiis,  apud  Guerilios,  1652,  e 
di  Venezia,  Cenzatti,  1667.  Di  una  riduzione  fattane  da  un  Vincenzo 
Antonio,  grammatico  napoletano  (Napoli,  Beltrano,  1646),  fa  cenno 
il  TAFURI,  1.  e.  Sul  Benenato,  cfr.  SPERA,  op.  cit.,  p.  395. 


IH.  -  LA  TOMBA  DEL  GRAMMATICO  SIDICINO  35 

(ott.  43)  dell'  Iliade  napoletana  di  Nicola  Capasso  : 

E  ghieia,  comme  lo  iennero  1*  azzenna, 
nzi  a  la  figlia  a  fruscia  lo  sedecino. 

E  che  n  sedicino  n  stesse  in  qualche  rapporto  col  nome 
del  nostro  grammatico  si  può  sospettare  dalla  contradit- 
toria  e  confusa  noterella,  che  accompagna  questa  parola 
nel  Vocabolario  napoletano  degli  Accademici  Filopatridi(\)t 
e  che  è  dovuta  forse  all'  abate  Galiani  :  "  E  giuoco  di 
parola  nascente  dalla  voce  sedere,  e  pare  che  voglia  de- 
nominare la  parte  su  cui  si  siede.  Siccome  l'antica  città 
di  Teano  della  Campania  si  distinse  dal  Teano  Appula 
col  chiamarsi  Sidicino,  e  vi  era  un  grammatico  Donato 
che  dalla  sua  palria  si  chiamò  Sedicino,  vengono  quindi 
vari  scherzi  su  questa  equivoca  parola". 

Il  grammatico  Donato,  cioè  (credo)  Elio  Donato  che 
Dante  collocò  in  Paradiso,  —  n  quel  Donato  che  alla  pri- 
ma arte  degnò  por  la  mano  ">  —  non  ha  che  vedere  ne 
con  Teano  ne  con  la  presente  questione  ;  ma  ben  vi  ha 
che  vedere  il  nostro  Sidicino,  Luigi  Antonio  di  Zompa 
o  Sompano,  e  per  quali  strani  legami  d' idee  accennò  uno 
scrittore  settecentesco,  Tommaso  Fasano,  in  certe  sue 
curiose  lettere,  piene  di  notizie  su  cose  e  costumanze  del 
tempo  e  di  varia  erudizione  (2). 

Apriamo  la  vecchia  Grammatica  del  Sidicino  e  leggia- 
mo nella  sintassi,  al  capitolo  De  neutrorum  verborum  sin- 


(1)  Napoli,  1784,  voi.  II,  P.  112. 

(2)  Lettere  del  dottor  Semplice  Rustici  al  signor  Dottore  Rufo  degli 
Urbani  (Napoli,    1782),  pp.    192-3.  Sull'attribuzione  di  queste    lettere 

ll'avvocato  Tommaso  Fasano,  cfr.  Napoli  nobilissima,   VII,    151. 


36  IH.  -  LA  TOMBA  DEL  GRAMMATICO  SIDICINO 

taxi:  n  Quartus  ordo  neutrorum  (construitur)  cum  accusativo 
a  tergo:  li  lavoratori  arano  la  terra:  agricolae  arant  ter- 
ram...  n.  n  Quintus  ordo  neutrorum  cum  nominativo  patiente 
a  fronte  et  septimo  casu  (1)  a  tergo:  io  mi  allegro  della 
tua  sanità:  gaudeo  tua  incolumitate...  n.  n  Sextus  ordo  neu- 
trorum cum  nominativo  patiente  a  fronte  et  ablativo  agente 
a  tergo  more  passivorum  :  li  scolari  sono  battuti  dal  mae- 
stro: discipuli  vapulant  a  magistro...  n.  Similmente,  al  capi- 
tolo De  deponentium  sintaxi  :  '  Primus  ordo  deponentium 
(construitur)  cum  septimo  casu  a  tergo:  io  mi  servo  dei 
tuoi  libri:  ego  utor  lihris  tuis...  n.  "  Tertius  ordo  deponen- 
tium cum  accusativo  patiente  a  tergo:  tutti  noi  seguiamo 
la  natura:  omnes  nos  sequimur  naturam...  n. 

C  era  ben  più  di  quanto  occorresse  perchè  i  napole- 
tani, dei  quali  è  stato  detto  che  non  e*  è  caso  che  si 
lascino  mai  sfuggire  un  bisticcio  o  equivoco  salace,  tra- 
sportassero il  nome  dell'autore  di  queste  regole,  così  inge- 
nuamente formulate,  a  significare  quello  che  abbiamo  visto 
significare,  e,  pur  troppo,  senz'  alcun  bisogno  di  pensare 
all'  atto  del  sedere. 

Perciò  anche  è  da  escludere  V  interpetrazione  del 
D'Ambra,  che  il  vocabolo  presentemente  ancora  in  uso 
derivi  dal  libro  del  lotto  o  Smorfia.  Confesso  d'ignorare 
come  sorse  la  geniale  opera  della  Smorfia,  e  i  criteri  lo- 
gici o  le  motivazioni  psicologiche  con  cui  gli  oggetti  fu- 
rono in  essa  distribuiti  secondo  i  novanta  numeri  ;  ma  mi 
pare  fuor  di  dubbio  che  il  compilatore  di  quel  libro,  tro- 
vando nel  parlar  napoletano  il  nome  sedicino,  ne  fu  mosso 


(1)  «Settimo  caso»  si  chiamava  dagli  antichi  grammatici  l'ablativo 
senza  preposizione. 


III.  -  LA  TOMBA  DEL  GRAMMATICO  SIDICINO  37 

a  pensare  al  numero  16,  donde  poi,  mediatrice  la  Smorfia, 
1'  abbreviazione  di  quel  nome  nella  forma  odierna. 

Ed  ecco  dove  e  come  Luigi  Antonio  di  Zompa  di 
Teano,  denominato  latinamente  Aloysius  Antonius  Som- 
panus  Sidicinus,  ancora  sopravvive.  Chi  glielo  avesse  detto 
al  decoroso  ciceroniano,  al  severo  maestro  di  scuola,  al- 
l' heluo  librorum,  all'asceta  a  rebus  venereis  prorsus  abhor- 
rens,  docile  disposatore  di  una  vecchiarda  senza  dote,  così, 
per  far  piacere  agli  amici  ;  chi  glielo  avesse  detto  di  dover 
finire  a  questo  modo  nel  ricordo  dei  posteri  !  Era  così 
bello,  semplice,  dignitoso  il  suo  epitaffio,  e  i  piedi  della 
gente  lo  hanno  cancellato.  Era  così  venerato  il  suo  nome 
umanistico  di  maestro,  e  i  napoletani  lo  distorsero  a  equivoci 
indegni.  Ah,  i  napoletani  !  Di  che  cosa  non  ridono  ? 
Per  placare  1*  ombra  del  buon  Sidicino,  ricorderò  che 
anche  Carlo  Filangieri,  prode  duce  di  prodi  soldati  na- 
poletani nel  1815  contro  gli  Austriaci  nell'assalto  del 
ponte  di  Sant'  Ambrogio  sul  Panaro  (dove  rimase  per 
morto  con  sette  od  otto  ferite),  era  chiamato  dai  suoi  con- 
cittadini —  che  non  sanno  mai  resistere,  come  si  è  detto, 
alla  seduzione  del  grasso  bisticcio,  —  V  n  eroe  del  Pa- 
naro ■   (1). 


(1)  «  Panaro  »  vale  in  dialetto  napoletano  lo  stesso  che  «  sidicino».  — 
11  prof.  E.  BARTOLI,  Nota  etimologica,  in  La  nuova  coltura  di  Napoli, 
I  (1921),  pp.  372-5,  mette  in  dubbio  l'origine  per  bisticcio  della  pa- 
rola sidicino  nel  senso  anzidetto.  Ma  il  Fasano  sembra  esattamente 
informato  in  proposito.  Quanto  al  fatto  che  anche  nell'alta  Italia  sedici 
abbia  quel  senso,  la  mediazione  della  Smorfia,  come  ho  detto,  basta 
a  spiegarlo. 


IV. 

L'ACCADEMIA  DEI  SERENI 

Le  accademie  dei  Sereni,  degli  Ardenti,  degli  Inco- 
gniti, create  in  Napoli  nel  1 546 ,  furono  una  luminosa 
ma  breve  apparizione,  non  spentasi  già  ma  brutalmente 
soffocata,  dopo  poco  più  di  un  anno,  dal  viceré  Toledo. 
Rimasero,  per  altro,  a  lungo  nel  cuore  dei  letterati  na- 
poletani, che  non  cessarono  di  farvi  accenni,  pieni  di  rim- 
pianto, nei  decenni  seguenti;  e  nel  1 585  uno  degli  ormai 
vecchi  superstiti  di  esse,  il  marchese  di  San  Lucido  Fer- 
rante Carafa,  —  che  era  stato  nel  1 546  presidente  degli 
Ardenti, — tentò  di  farle  risorgere,  fuse  in  una,  ch'egli  ri- 
battezzò cattolicamente  e  spagnolescamente  come  dei  "  Se- 
reni Ardenti  di  Cristo  e  di  Maria,  dell'Austria  e  dei 
Gironi  " ,  cioè  del  Giron  duca  di  Ossuna,  allora  viceré  (  1  ). 
Che  era  un  ricordo  di  quelle  antiche  accademie,  e  in- 
sieme uno  scongiuro  contro  i  sospetti  che  avevano  in- 
dotto il  governo    spagnuolo  a  discioglierle  ed  abolirle. 

La  più  particolare  notizia  che  resti  di  quelle  Accade- 
mie è  fornita  dal  Castaldo,  il  quale  racconta  come  nel 
1545  a  Napoli  si  desse   principio    da    una    comitiva  di 


(1)  CROCE,  Saggi  sulla  letteratura  italiana  del  Seicento  (Bari,  191 1), 
pp.  147-8. 


IV.  -  L*  ACCADEMIA  DEI  SERENI  39 

gentiluomini  alle  recite  di  commedie ,  iniziandole  con 
quella  degli  Ingannati,  e  come  da  tale  trattenimento  ar- 
tistico si  passasse  alla  fondazione  di  accademie,  dopo  che 
si  era  sciolta  da  pochi  anni  V  Accademia  Pontaniana  (1). 
Promotore  della  rappresentazione  degli  Ingannati,  e 
attore  insieme,  era  stato  Giovan  Francesco  Muscettola, 
gentiluomo  letterato  (2);  e  compagni  di  lui,  Giulio  Cesare 
Brancaccio,  Luigi  Dentice,  Antonio  Mariconda,  Fabrizio 
Villano,  Scipione  delle  Palle,  l'abate  Giovan  Leonardo 
Salernitano,  e  il  fiorentino  Matteo  da  Ricoveri.  Ora,  lo 
stesso  Muscettola  persuase  all'istituzione  di  un'accademia, 
simile  a  quelle  che  erano  già  in  Siena  e  in  altre  parti 
d'Italia;  e  sorse  così  l'accademia  dei  Sereni  (o  dei  "  Si- 
reni  i  che  fossero,  giacche  insegna  di  essa  era  la  Sirena), 
nel  seggio  di  Nido,  ma  non  ristretta  ai  nobili  di  quel 
seggio  o  ai  soli  nobili,  sibbene  aperta  anche  ai  "  citta- 
dini di  lettere  e  di  costumi  nobili  n .  Principe  ne  fu  eletto 
Placido  de  Sangro,  al  dir  del  Castaldo,  che  ricorda  pa- 
recchi nomi  di  altri  accademici ,  e  soggiunge  che  egli 
stesso,  n  benché  indegnamente  n,  ne  fu  "  creato  cancel- 
liere, ed  anco,  per  favore  di  quei  signori,  ammesso  per 
accademico  "  (3).  Altri  nomi  di  accademici  raccolse  poi» 
da  varie  fonti,  il  Minieri  Riccio  (4). 


(1)  Nel  1543,  pel  bando  dato  al  suo  presidente  Scipione  Capece,. 
sospetto  di  eresia. 

(2)  Notizie  di  lui  nel  TAFURI,  Scrittori  del  Regno  di  Napoli,  III, 
parte  II,  380-1,  che  da  una  lettera  del  Ruscelli  reca  notizia  di  due 
storie,  alle  quali  il  Muscettola  attendeva,  della  guerra  di  Siena  e  di 
quella    contro  i  Carafeschi. 

(3)  Cenno  storico  delle  Accademie  fiorite  in  Napoli,  in  Arch.  stor* 
nap.,  V,  590-92. 

(4)  Minieri  Riccio,  oP.  cit.,   IV,   172-4. 


40  IV.  -  L'  ACCADEMIA  DEI  SERENI 

Di  quest'accademia  dei  Sereni,  che  fu  dunque  la  prima 
delle  tre,  seguita  da  quella  degli  Ardenti ,  istituita  nel 
seggio  di  Capuana  (1),  e  poi  dall'altra  degli  Incogniti, 
mi  è  accaduto  di  trovare  l'inedito  statuto  di  fondazione, 
con  la  data  del  14  marzo  1546  e  il  luogo,  il  seggio 
di  Nido  (S.  Angelo  di  Nido),  in  un  manoscritto  della 
Biblioteca  Nazionale  di  Parigi  (2),  e  piacerà  che  io  lo 
pubblichi  qui  testualmente.  Non  vi  appare  il  nome  della 
Accademia,  e  s'intitola  semplicemente  : 

CAPITULI  D'OBSERVARSI  DALLI  ACCADEMICI 
DI     NAPOLI 

n  Perchè  tucte  le  cose  che,  non  avendo  governo,  vanno 
in  rovina  et  se  desiando,  per  questo  è  de  necessità  che 
questa  nostra  Accademia  habia  un  Principe,  dui  consi- 
siglieri  et  un  tesoriere,  creati  ad  voci,  al  quale  Principe 
tucti  habiano  da  obedire,  et  alli  quali  si  doni  ampia  po- 
testà di  creare  il  lectore  et  di  far  ogn'  altra  cosa  che 
converrà  di  fare.  Et  acciochè  ogn*  uno  habia  da  parte- 
cipare degli  honori,  detto  Prencepe  et  consiglieri  s'habiano 
a  mutar  ogni  quattro  mesi,  et  che  1'  età  di  essi  officiali 
debia  esser  oltre  di  XXV. 


(1)  Il  CASTALDO,  1.  e,  chiama  degli  «  Incogniti  »  l'accademia  del 
seggio  di  Capuana;  ma  deve  trattarsi  di  una  piccola  svista. 

(2)  Lo  notai  percorrendo  il  catalogo  del  MOREL  FATIO,  Dépar- 
tement  des  manuscrits  espagnoh  et  des  mss.  portugais  (Paris,  1862), 
p.  91,  n.  208,  con  la  segnatura  Esp.  449,  e  il  titolo:  «Miscellanea 
Italiana  e  Spagnuola  ».  Debbo  la  trascrizione  dei  Capitali,  che  sono 
a  ff.  22-23  di  questo  ms„  al  d.r  Luigi  Sorrento,  al  quale  esprimo  il 
mio  grato  animo. 


IV.  -  L*  ACCADEMIA   DEI  SERENI  41 

"  Et  il  custode  de  li  scripti  si  muti  ogn'  anno,  acciochè 
le  ricchezze  della  nostra  Accademia  non  passino  excepto 
che  per  una  mano  per  un  anno  al  meno.  Et  più  eh*  el 
dicto  thesorero  non  possa  dar  fori  nessuna  cosa  ne  in 
prosa  ne  in  rima,  volgare  o  latina,  senza  licentia  del 
Prencepe  et  conseglieri,  alla  pena  d'esser  cacciato  in  tucto 
dalla  Accademia,  ne  possi  mostrare  compositione  alcuna 
senza  espresso  ordine  de  dicto  Principe  e  consiglieri. 

"  Che  s'  habiano  da  constituire  due  lettori  latini  et  un 
volgare,  li  quali  habino  da  leger  Philosophia  o  Matema- 
tica et  poesia,  et  dui  dì  della  settimana,  cioè  il  mercodì 
et  la  domenica,  et  la  volgare  li  giorni  festivi  che  correranno. 

1  Che  nessuno  possi  arguir  allo  lectore  senza  licentia  del 
Prencepe,  sotto  pena  d'  esser  privato  dal  consistono  delli 
Accademici. 

n  Et  perchè  ben  si  sa  quanto  sia  lodevole  il  silentio, 
perciò  volemo  che  s'  habia  a  tacer  mentre  si  lege,  né  si 
possa  durante  detto  tempo  ragionar  con  compagno  che 
accosto  li  stia,  sotto  pena  d'  essere  privato  di  nostra  com- 
pagnia per  un  mese  o  ad  arbitrio  del  Prencipe.  Che 
nossuno  possa  riferire  le  cose  che  noi  consultiamo  ,  alla 
pena  d'  esser  privato  per  sempre. 

n  Che  ognuno  che  vorrà  esser  delia  nostra  congregatio- 
ne,  o  per  sé  o  per  altro  in  suo  nome,  venga  ad  proporlo; 
et,  proposto  essendo,  esca  egli  personalmente  fuori  del  luogo, 
finché  secondo  l'ordine  si  proveda. 

n  Che  non  se  possi  agregar  nessuno  se  prima  non  si  ha 
notitia  della  sua  vita  et  de  soi  costumi  ;  et  ad  questo 
effecto,  non  essendo  persona  nota,  se  deputino  dal  nostro 
Principe  dui  che  dimandino  et  s'informino  di  lui,  et  poi 
venghino  a  referire. 


42  IV.  -  L*  ACCADEMIA  DEI  SERENI 

1  Et  acciochè  colui  che  vorrà  intrare  nell'Accademia 
non  s'  habi  da  lodare  ne  da  lamentare  de  nessuno,  se  diano 
le  voci  con  lupini  o  con  ballotte. 

n  Che  s*  habiano  da  creare  dei  censori,  li  quali  accura- 
tamente vedano  li  scritti  latini  et  volgari ,  et  se  mutino 
ogni  quattro  mesi  con  lo  Prencepe  et  consiglieri. 

n  Che  non  sia  nessuno  che  facci  questioni  o  parole  che 
non  siano  da  dir  dentro  dell*  Accademia ,  sotto  la  pena 
della  privatione  perpetua. 

"  Et  per  evitar  il  mormorar  d'alcuno,  non  sia  nesuno 
che  disputi  della  Scriptura  sacra,  alla  pena  da  commet- 
tersi all'arbitrio  del  nostro   Prencepe. 

n  Che  s*  habi  da  crear  un  secretano,  il  quale  habi  da 
trascriver  le  compositioni  et  poemi,  et  notar  tucto  quello 
che  occorrerà  et  exercitarsi  ne  l'altre  cose  che  parerando 
al  li  nostri  officiali;  al  qual  se  done  in  parte  della  fatiga 
qualche  convenevole  provisione.  Et  più,  che  s'ordine  un 
Nuncio,  eh'  habbi  da  assister  appresso  del  Prencepe  et 
consiglieri  per  tucto  il  servitio  eh'  occorrerà  et  per  intimar 
gli  Accademici  et  conservar  il  loco  della  congregatione, 
et  che  non  sia  obbligato  ne  impedito  in  altro  et  che  debia 
obedire  allo  detto  Prencepe  et  consiglieri  in  tucto  quello 
che  li  verrà  imposto,  al  quale  se  constituisca  debita  pro- 
visione. 

1  Ch'avendo  da  vacar  officiale,  delli  officiali  magiori,  o 
per  assenza  o  per  infirmiti,  possi  il  detto  Principe  sur- 
rogar vicario  durante  detto  tempo  d'assentia,  finche  du- 
rerà detto  impedimento,  con  licentia  del  signor  Principe 
et  consiglieri. 

n  Et  poi  che  facilmente  potria  disfarsi  ogni  cosa  non 
ricevendo  forma  alla  executione,  della  quale,  oltra  prin- 


IV.  -  L'  ACCADEMIA  DEI  SERENI  43 

cipalmente  della  concordia  et  obedientia,  vi  bisogna  an- 
chora  qualche  nervo  di  denari,  con  li  quali  s*  habia  da 
provedere  al  necessario  et  convenevole,  che  tra  noi  se 
constituisca  una  taxa  da  farsi  per  ciascheduno  secondo  le 
forze  et  arbitrio  voluntario,  del  quale  dinaro  se  proveda 
al   bisogno  del  loco,  alle  provisioni  et  occorrentie  nostre. 

n  Et  più,  che  de  dicti  denari  se  facci  un  exactore  dili- 
gente et  fidele,  il  quale  habi  da  far  borsa  et  notamento 
dello  exacto  et  speso,  et  dar  conto  la  dicto  Principe  te 
consiglieri  mese  per  mese,  et  che  non  debba  pagar  niente 
senza  mandato  in  scripto  del  s.  Prencepe  et  consuli. 

n  Et  perchè  sarrebbe  fatigoso  il  riscoter  di  camera,  saria 
bene,  quando  si  potesse,  che  si  consignasse  un  censo  o 
ver  una  intrata,  o  quando  ciò  non  potesse  riuscire  ,  che 
ciascheduno  paghi  mese  per  mese,  et ,  occorrendo  delle 
necessità,  essendo  richiesto,  debba  pagar  la  sua  rata  tucta 
insiemi. 

n  Et  perchè  la  moltitudine  genera  confusione,  volemo 
eh*  al  tempo  della  nostra  congregatione,  lectione  et  ra- 
gionamento, non  habi  d'entrar  nel  loco  persona  alcuna, 
excietto  persona  degna  et  qualificata  ,  et  detto  nuntio 
habi  da  chiuder  et  guardar  la  porta  de  fuori  con  ogni 
diligentia. 

n  Alfine,  perchè  noi  havimo  voluto  fondar  quest'Acca- 
demia a  nostro  comodo,  exaltatione  della  virtù  et  orna- 
mento della  Patria,  acciochè  questa  bona  opera  la  vadi 
innanci  sempre  con  maggior  accrescimento,  Noi  fondatori 
giuriamo  d'osservar  tucte  le  cose  predecte  ,  promettendo 
tutta  l'obedientia  debita  al  detto  Prencepe  et  consiglieri,  et 
così  farranno  coloro  che  vorranno  agregarsi  per  1'  adve- 
nire  alla  nostra  Accademia;   la  quale    sia    creata    in  un 


44  IV.  -  L*  ACCADEMIA  DEI  SERENI 

ponto  così  felice  che  trapassi  di  gran  lunga  tutte  1*  altre 
d'Italia.  Datum  Neapoli  apud  sanctum  Angelum  die  xiiij 
Martii   1546. 

Il  s.or  Gioan  Baptista  Gazzella  Prencepe. 

Il  s.or  Bernardino  Rota,  consule. 

Il  s.cr  Gioan  Francesco  Brancaleone,  consule. 

Il  s.or  Giulio  Cesare  Brancazo. 

Il  s.or  Luigi  Dentece,  custode. 

Il  s.M  Ferrante  Carraia. 

Il  s.or  Giov.   Baptista  Pignatello. 

Il  s.or  Antonio  Vicenzo  de  Bucchis. 

Il  s.or  Antonio  Maricon  [da]. 

Il  s.or  Fabritio  Villano. 

Il  s.or  Ioan  Leonardo  Salernitano. 

Il  s.or  Gio.  Paulo  Flavio,  censore. 

11  s.or  Paulo  Soardino. 

Il  s.or  Andrea  Romano. 

Il  s.or  Vicenzo  Severino. 

Il  s.or  Gio.  Antonio,  suo  figlio. 

Il  s.or  Marchese  della  Terza. 

Il  s.of  Pompeo  delli   Monti. 

Il  s.or  Loisi  Vopisco. 

Il  s.or*  Paulo  Tolosa. 

Il  s.or  Gio.  Baptista  Concha. 

Il  s.or  Giov.  Francesco  Musettola. 

Il  s.or  Antonio  Caracciolo. 

Il  s.or  Fabritio  Caracciolo. 

Il  s.or  Antonio  Bruni. 

Il  s.or  don  Joan  Domenico  del  Giovane. 

Il  s.or  Gio.  Thomaso  di  Capua. 


IV.  -  L*  ACCADEMIA  DEI  SERENI  45 

Il  s.or  Tyberio  Buccha,  censore. 
M.  Lattando  Cacciatore,  segretario. 
M.  Macteo  di  Ricoveri,  nuncio.  " 

Le  speranze,  come  si  vede  dal  finale  augurio  ,  erano 
grandiose:  e  n  buona  n  doveva  dirsi,  in  ogni  caso  V  "opera" 
disegnata  ed  iniziata,  che,  a  quel  che  sembra,  non  con- 
sisteva soltanto  in  recite  di  composizioni  dei  soci ,  ma 
anche  in  corsi  di  lezioni,  latine  e  volgari,  sulla  filosofia 
e  la  matematica,  e  sulla  poesia. 

Tra  i  nomi  dei  firmatari  si  ritrovano  quasi  tutti  coloro 
che  avevano  preso  parte  Tanno  innanzi  alla  recita  degli 
Ingannati:  il  Muscettola,  il  Brancaccio,  il  Dentice,  il  Vil- 
lano, l'abate  Salernitano  e  il  fiorentino  Matteo  di  Rico- 
veri. Ma  il  "  principe  "  o  presidente  non  è  quello  che 
il  Castaldo  ricorda,  ne  cancelliere  è  Io  stesso  Castaldo, 
che  dovette  far  parte  dell'accademia  in  un  secondo  mo- 
mento, come  posteriormente  aggregati  dovettero  essere 
alcuni  degli  altri,  da  lui  mentovati.  Non  mi  è  noto  per 
opere  letterarie  il  "  principe  " ,  il  Gazella:  ma ,  dei  due 
"  consoli  ",  celebre  è  il  Rota  e  non  ignoto  il  Branca- 
leone,  che  era  medico  e  filosofo  ,  e  scrisse  in  latino  un 
dialogo  più  volte  ristampato:  Qaam  salubria  balnea  sint 
ad  sanitatem  tuendam  (Roma,  1535),  e  in  italiano  un  *D/- 
scorso  dell'immortalità  dell'anima  (Napoli  1542),  e  che 
sembra  fosse  poi  a  sua  volta  principe  di  queir  accade- 
mia (1).  Percorrendo  la  serie  degli  altri,  s'incontrano 
non  poche  conoscenze  familiari  agli  studiosi  della   lette- 


ci) D'AFFLITTO,  Scrittori  napol,  II,   265-6:    cfr.    CHIOCCARELLI, 
*De  illustribus  scriptoribus  neapolitanh,  pp.  330-1. 


46  IV.  -  L'  ACCADEMIA  DEI  SERENI 

ratura  napoletana,  come  il  Mariconda,  autore  della  'Phi- 
lenia  e  delle  Favole  dell' Aganippe  (1);  il  Dentice,  au- 
tore dei  due  dialoghi  De  musica  (Roma,  1 553)  (2);  Giam- 
battista d'Azzia,  marchese  della  Terza,  che  ha  parecchie 
rime  nelle  raccolte  del  tempo,  e  di  cui  un  sonetto  in 
lode  di  Maria  d'Avalos  fu  commentato  dal  Ruscelli  (3); 
Giulio  Cesare  Brancaccio,  che  militò  per  circa  un  mezzo 
secolo  e  compose  //  fljrancatio  della  vera  disciplina  et 
arte  militare  (Venezia,  1 582)  (4);  Giovan  Paolo  Flavio, 
del  quale  sono  a  stampa  orazioni  latine  per  la  pace  tra 
i  re  cristiani,  per  la  morte  di  Carlo  V  e  per  la  morte 
di  papa  Paolo  IV  (5);  Ferrante  Carafa ,  marchese  di 
San  Lucido,  autore  de\Y  Austria,  poema  per  la  vittoria  di 
Lepanto,  e  di  altre  rime  ed  orazioni  (6);  Gian  Francesco 
Muscettola,  che  era  stato  già  dell'Accademia  Pontaniana, 


(1)  CROCE,    Teatri  di  Napoli,  nuova   ediz.  (Bari,   1916),  pp.  22-4. 

(2)  CHIOCCARELLI,  op.  cit.,  p.   18. 

(3)  D'AFFLITTO,  op.  cit.,  I,  485-6  ;  TAFURI,  Scr.  nap.,  voi.  Ili, 
parte  I,  pp.  452-3  ;  cfr.  parte  VI,  pp.  257-8. 

(4)  D'AFFLITTO,  op.  cit.,  II,  259-62.  Una  lettera  del  Brancaccio, 
da  Napoli,  4  agosto  1 548,  è  nelle  Lettere  facete  et  piacevoli  di  dioersi 
huomini  grandi  et  chiari  et  begli  ingegni,  raccolte  da  Francesco  Turchi 
(Venezia,  Salicato,  1601),  pp.  52-5.  Credo  che  fosse  tutt'uno  con  quel 
Giulio  Cesare  Brancaccio,  «  gentilhomme  napolitain,  habile  joueur  de 
luth  »,  che,  nel  1554,  messo  su  da  intrighi  francesi,  cercò  di  diventare 
favorito  della  regina  Maria  Tudor  e  mandare  in  fumo  con  tal  mezzo 
il  disegnato  matrimonio  di  lei  con  Filippo  II.  Imprigionato,  e  offertagli 
la  libertà  a  patto  che  lasciasse  l'Inghilterra,  rifiutò,  tanto  «  il  se  croyait 
sur  de  vaincre  »  !  Si  veda  H.  FORNERON,  Histoire  de  Philippe  II 
(Paris,   1881),  I,  40-41. 

(5)  CHIOCCARELLI,  op.  cit.,    p.  344. 

(6)  TOPPI,  Bibl.  nap.,  p.  83. 


IV.  -  L  ACCADEMIA  DEI  SERENI  47 

come  si  vede  da  un  carme  di  Alfonso  de  Gennaro   del 
1533  (1);  e  via  discorrendo. 

Uno  degli  articoli  dello  statuto  sarà  stato  particolar- 
mente notato  dai  lettori  :  quello  in  cui,  "  per  evitare  il 
mormorar  d'alcuno  ",  si  prescrive:  che  "  non  sia  nessuno 
che  disputi  della  Scriptura  sacra,  alla  pena  da  commet- 
tersi all'arbitrio  del  nostro  Prencepe  ".  Era  il  pericolo 
che  quell'accademia  si  sentiva  già  d*  intorno,  il  sospetto 
d'eresia,  contro  il  quale,  con  quell'  articolò  ,  procurava 
premunirsi.  Ma  non  le  valse,  perchè  proprio  quel  sospetto 
religioso,  congiunto  col  politico  ,  doveva  farne  ordinare, 
l'anno  seguente,  la  chiusura. 


(1)  MINIERI  RICCIO,    Biografie  degli    Accad.  alfonsi™    detti  ponto* 
niani,  pp.   139-40. 


V. 

I  SEGGI  DI  NAPOLI 

Una  cosa,  di  cui  non  mi  so  dar  pace,  è  che  in  Napoli 
siano  spariti  tutti  gli  edifizì  dei  n  Sedili  "  o  n  Seggi  n 
della  città. 

Si  pensi  un  po'  !  Per  secoli  e  secoli ,  dal  medioevo 
fino  ali*  anno  1 800,  i  seggi  avevano  rappresentato  V  or- 
ganamento della  cittadinanza  napoletana,  la  distinzione 
della  nobiltà  e  del  popolo,  I'  amministrazione  municipale. 
1  Cavaliere  di  seggio  n  era  la  denominazione  usuale  del 
patriziato,  che  risonava  accompagnata  da  ammirazione  e  re- 
verenza; e  aneddoti  e  novelle  e  commedie  ne  riman- 
davano a  lor  modo  f  eco,  quando  si  facevano  a  ritrarre 
scherzosamente  i  napoletani  e  le  loro  vanterie.  Di  una 
leggiadra  gentildonna  si  madrigaleggiava,  talvolta,  che  era 
un  n  fiore  ■  del  suo  n  seggio  n  ;  e  n  à  la  fior  de  Nido  " 
è  indirizzata  una  celebre  canzone  di  Garcilaso  de  la  Vega. 
Gli  stemmi  dei  sedili  —  lo  sfrenato  cavallo  di  bronzo  in 
campo  d'  oro  di  Nido,  quello  frenato  in  campo  azzurro 
di  Capuana,  i  tre  verdi  monti  in  campo  d*  argento  di 
Montagna,  la  porta  d'  oro  in  campo  azzurro  di  Portanova, 
I*  Orione  o,  come  si  diceva  popolarmente,  il  Pesce  Ni- 
colò  di  Porto  —  stavano    innanzi  agli    occhi  di   tutti,  fa- 


V.  -  I  SEGGI  DI  NAPOLI  49 

miliari  geroglifici;  e  il  primo,  il  cavallo  sfrenato,  fu 
sovente  tolto  in  iscambio  con  lo  stemma  stesso  della  città 
di  Napoli.  Ai  seggi  si  vedevano  recarsi  i  gentiluomini 
per  le  adunanze  e  votazioni,  e  quotidianamente  per  tratte- 
nimento; i  loro  deputati,  sei  per  ciascuno  dei  quattro  seggi 
e  cinque  per  quello  di  Nido,  in  complesso  ventinove, 
erano  chiamati  n  i  Cinque  e  i  Sei  n,  e  si  diceva  altresì 
dei  singoli  deputati  :  il  "  signor  Sei  " ,  il  n  signor  Cinque  n . 
Dai  sedili  uscivano  gli  Eletti,  uno  per  ciascuno  e  due 
per  quello  di  Montagna  (che  aveva  fuso  in  se  il  sedile 
di  Forcella),  ai  quali  si  unì,  dopo  il  1495,  quello  del 
Popolo,  eletto  con  doppio  grado  dalle  ventinove  ottine, 
nelle  quali  il  popolo  si  ripartiva  ;  e  i  sette  eletti  forma- 
vano il  tribunale  di  San  Lorenzo  ossia  il  municipio.  Dai 
sedili  uscivano  le  speciali  n  deputazioni  n,  come  a  dire 
gli  assessorati,  tra  cui  si  contava  quella  contro  il  Sant'Of- 
fizio,  per  invigilare  che  sotto  nessuna  forma  in  Napoli 
s'introducesse  l'Inquisizione  spagnuola.  Nelle  feste  e 
processioni,  particolarmente  di  San  Gennaro  e  del  Cor- 
pus Domini,  e  in  altre  cerimonie,  figuravano  i  rap- 
presentanti dei  Seggi  ;  e  gli  edifizì  delle  loro  adunanze 
si  adornavano  di  drappi  e  splendevano  di  luminarie,  e, 
nel  settecento,  si  soleva  anche  darvi  piccole  rappresenta- 
zioni musicali,  o  "  cantate  n. 

Che  cosa  erano  materialmente  i  Seggi  ?  Erano  por- 
tici quadrilateri  con  cancelli  di  ferro,  e  a  uno  dei  lati 
una  sala  chiusa  per  le  riunioni,  discussioni  e  delibera- 
zioni. Senza  parlare  dei  resti  che  si  notavano,  fino  ad 
alcuni  decenni  or  sono,  in  via  Mezzocannone  e  altrove, 
dei  più  antichi  (perchè  i  sedili,  o  logge,  o  tocchi,  o 
teatri    furono   dapprima    moltissimi    con  V  ufficio  di  sem- 

4 


50  V.  -  l  SEGGI  DI  NAPOLI 

plici  luoghi  di  riunione  nelle  varie  strade,  e  poi,  formati 

0  rassodati  gli  aggruppamenti  sociali  e  politici  e  costituiti 
i  sedili  propriamente  detti,  quelli  che  non  servirono  a  tal 
uopo  rimasero  come  luoghi  pubblici  da  gridarvi  i  bandi 
finche  caddero  affatto  in  desuetudine)  ;  e  senza  parlare  della 

1  piazza  n  del  Popolo,  che  si  radunava  nel  convento  di 
Sant'Agostino;  —  i  cinque  seggi  nobili  si  trovavano  collo- 
cati nel  seguente  modo.  Il  seggio  di  Nido,  dal  secolo  de- 
cimoquinto in  poi,  sorgeva  presso  la  chiesa  di  Sant'  Angelo 
a  Nido,  tra  il  vico  Donna  Romita  e  quello  del  Salvatore, 
ora  detto  dell'Università,  di  fronte  al  palazzo  Sangro;  nella 
cupola  di  esso,  Francesco  de  Maria  aveva  dipinto  la 
Fama,  il  Corenzio,  sulle  pareti,  1*  entrata  di  Carlo  V  in 
Napoli,  e  Luigi  Siciliano  aveva  aggiunto  gli  ornati.  Il 
seggio  di  Capuana  era  in  Via  Tribunali,  sulla  piazza 
che  ancor  oggi  si  chiama  con  quel  nome,  con  1'  entrata 
secondaria  nel  "  Vico  del  Sedil  Capuano  n  :  1*  aveva 
ornato  di  dipinti,  sui  primi  del  cinquecento,  Andrea  da 
Salerno.  Il  seggio  di  Montagna  era  anche  nella  strada 
Capuana,  tra  via  San  Paolo  e  la  chiesetta  di  San- 
t'Angelo a  segno,  e  fu  abbellito  di  dipinture  nel  1684. 
Il  seggio  di  Porto,  che  prima  si  trovava  nel  luogo  che 
reca  ancora  questo  nome,  nella  prima  metà  del  settecento 
era  stato  trasferito  presso  la  chiesa  dell*  Ospedaletto,  co- 
struito il  nuovo  edificio  dal  Canevari,  con  cupola  ricoperta 
di  rame,  e  il  soffitto  dipinto  da  Francesco  de  Mura.  Il 
seggio  di  Portanova,  infine,  si  trovava  presso  la  chiesa 
di  Santa  Maria  di  Portanova,  posto  colà  sin  dal  tempo 
angioino,  ricostruito  sul  cadere  del  secolo  decimosesto,  e  di 
nuovo  nel  decimottavo  su  disegno  dell'  architetto  Giuseppe 
Lucchesi  e   con  pitture  a  fresco  di  Nicola  Malinconico. 


V. -I  SEGGI  DI  NAPOLI  51 

Dopo  i  casi  del  '99,  nella  restaurazione  borbonica, 
furono  aboliti,  com'  è  noto,  con  editto  del  25  aprile  1 800, 
i  sedili  e  tutto  l' antico  ordinamento  municipale.  Gli  edi- 
:fizi,  assegnati  in  un  primo  momento  come  rendita  al  Tri- 
bunale supremo  di  nobiltà  e  dipoi  incamerati  al  Demanio, 
vennero  ben  tosto  demoliti  o  trasformati  per  costruirvi  case 
d'abitazione.  Nel  1801,  un  cronista,  nel  dar  notizia  di  co- 
desti mutamenti,  non  sa  celare  la  tristezza  che  gli  cade 
sull'  animo.  n  E  così  (scrive)  in  poco  tempo  restò  abolita 
la  memoria  di  tante  famiglie  nobili  di  Napoli,  godenti 
nelle  rispettive  piazze  dei  loro  sedili,  nei  quali  ognuna 
teneva  dipinta  la  sua  impresa  n.  Specialmente  il  sedile 
<li  Nido,  "  che  era  formato  di  una  fabbrica  di  quadroni 
di  piperno  con  archi  molto  ben  composti  ",  e  il  cui  abbat- 
timento richiese  più  settimane  o  qualche  mese,  gli  strap- 
pava un  sospiro  di  rimpianto  (1).  Rimase  in  piedi  solo 
il  sedile  di  Porto,  nel  quale  si  disegnava  di  collocare  la 
statua  equestre  del  re  trionfatore,  del  reduce  Ferdinando  IV, 
ma  poi  fu  destinato  alla  Borsa,  che  vi  ebbe  sede  per  più 
anni.  E  si  potè  vederlo  durante  quasi  tutta  la  metà  del 
passato  secolo,  elegante,  aperto  da  tre  lati,  con  arcate  e 
con  innanzi  una  gradinata  (2);  finche,  nel  1845,  venne 
messo  in  vendita  e  sparve  anch'esso,  soppiantato  da  nuove 
fabbriche. 

E  chi  ora  faccia  un  giretto  per  la  città  a  riconoscere 
i  luoghi  degli  antichi  sedili,  trova  al  posto  di  questo  di 
Porto  T  albergo  che  fu  collocato   nelle    nuove  fabbriche, 


(1)  Memorie  storiche  di  V.  FLORIO,  in  Arch.  stor.  p.  le  proo.  napo- 
letane, XXXI,  265-6. 

(2)  Una  veduta  ne  fu  pubblicata  nella  Napoli  nobilissima,  V,  69, 


52  V.  -  I  SEGGI  DI  NAPOLI 

Y  Hotel  de  Genève,  di  cui  fu  già  proprietario  e  direttore 
il  letterato  Marc  Monnier  ;  al  posto  del  seggio  di  Nido* 
una  casa  di  quattro  piani,  con  entrata  nel  vico  Donna 
Romita,  n.  20,  con  quattro  botteghe,  una  di  statue  sacre* 
una  di  pompe  funebri,  una  terza  di  pasticceria  e  la  quarta 
di  farmacia  ;  al  posto  del  sedile  di  Montagna,  nel  prin- 
cipio di  via  dei  Tribunali,  una  casa  a  un  piano  occupata 
nel  basso  quasi  tutta  da  una  grande  taverna  di  friggitore,  che 
manda  alle  nari  di  chi  s' approssima  tutt'  altro  che  incenso; 
al  posto  del  sedile  di  Capuana,  verso  la  fine  della  stessa 
strada,  di  tra  gli  archi  riempiti,  una  trattoria  economica 
con  spaccio  di  vino  del  Vesuvio;  e,  infine,  al  posto  del 
sedile  di  Portanova,  una  casa  nuova,  alla  quale  è  stata 
infissa  una  lapide  commemorante  F  antico  edificio  ab- 
battuto. 

Ricordo  che,  nel  1 893,  un  ingegnere,  che  eseguiva  in 
quel  punto  i  lavori  del  Risanamento,  scrisse,  tutto  stu- 
pito, alla  direzione  della  Napoli  nobilissima ,  che  egli,  nel 
procedere  alla  demolizione  delle  case  tra  il  vico  Chio- 
daroli,  quello  di  S.  Maria  dei  Meschini  e  la  piazza  di 
Portanova,  aveva  messo  allo  scoperto  "  un  robusto  monu- 
mento, la  cui  parte  principale  era  un  quadrato  di  sedici 
metri  di  lato,  con  quattro  grandi  piloni  angolari,  sui  quali 
s' impostavano  altrettanti  archi  di  pieno  centro,  e  addos- 
sata nella  parete  posteriore  una  cona  "  (1).  Che  cosa  era 
esso  mai  ?  E  noi  gli  rispondemmo  di  star  saldo,  eh*  egli 
senza  saperlo  aveva  dissotterrato  nient* altro  che  lo  scheletro 
del  sedile  di  Portanova,  colà  sepolto  novantanni  innanzi  t 

All'editto    abolitivo  di  re  Ferdinando    IV  die  diretta 


(1)  Napoli  nobilissima,  II,  77-8. 


V.  -  I  SEGGI  DI  NAPOLI  53 

occasione  1*  atteggiamento  dei  sedili  nel  gennaio  *99, 
quando,  fuggita  la  corte  in  Sicilia  e  avvicinatisi  i  francesi 
alle  porte  di  Napoli,  quelle  assemblee,  invece  di  coadiuvare 
il  vicario  lasciato  dal  re,  discussero  dell'opportunità  di 
prendere  le  redini  degli  affari  politici  e  militari,  costi- 
tuendo, come  si  era  usato  in  simili  frangenti  nei  secoli 
passati,  una  deputazione  del  Buon  Governo ,  e  taluni  dei 
loro  componenti  ciarlarono  persino  di  una  n  Repubblica 
aristocratica  n  da  porre  al  luogo  della  monarchia  fug- 
giasca. La  necrologia,  che  il  regio  editto  faceva  dell' t an- 
tica, e  ricca  di  tanti  vanti,  istituzione  dei  sedili,  era  ve- 
ramente poco  pietosa.  "  È  noto  (vi  si  diceva)  che  da 
lungo  tempo  i  savi  e  probi  cavalieri  poco  o  quasi  affatto 
intervenivano  nelle  riunioni  dei  sedili,  perchè  dandosi  i 
voti  a  testa  e  non  a  famiglia,  tutti  gli  sconsigliati  giovani, 
che  la  corruzione  dei  tempi  aveva  resi  peggiori  ed  aveva 
fatti  degenerare,  formando  la  gran  maggioranza  nelle  ri- 
soluzioni, le  scelte  sovente  non  cadevano  che  sopra  sog- 
getti poco  degni  ed  erano  perciò  divenute  motivo  di 
scandalo  per  i  buoni  in  riguardo  alle  cabale  che  si  or- 
dinavano e  che  infelicemente  trionfavano,  dirette  a  procurar 
gì*  impieghi  a  chi  ne  faceva  solo  un  oggetto  di  lucro  o 
di  abuso.  L' aggregazione  ugualmente  ai  sedili,  punto 
così  delicato  per  una  illustre  ed  antica  nobiltà,  era  di- 
venuto il  più  delle  volte  un  vergognoso  traffico  a  segno 
che  abbiamo  dovuto  noi  stessi  negli  ultimi  tempi,  consci 
dei  depositi  pecuniari  che  si  erano  fatti,  impedire  siffatte 
scandalose  aggregazioni....  n. 

Nei  tempi  remoti,  quando  sorsero  quelle  istituzioni 
politiche,  quando  nel  corso  del  secolo  decimoterzo  le 
piazze  o  sedili  che  erano  nella  regione  di  Nido  si    rac- 


54  V.  -  I  SEGGI  DI  NAPOLI 

colsero  in  unico  sedile,  e  un  po'  più  tardi  accadde  il 
medesimo  di  quelle  di  Capuana,  esse  adempivano  a  uf- 
fici di  amministrazione  pubblica,  di  tutela  dei  pubblici 
costumi,  e  finanche  di  difesa  militare,  perchè  appunto 
quelle  unioni  di  famiglie ,  che  già  avevano  diretta  la 
resistenza  ali*  assedio  posto  a  Napoli  dall*  imperatore 
Enrico  VI,  resistevano  più  tardi  anche  ali*  imperatore 
Corrado.  Patti  d'indole  religiosa,  cioè  di  particolari  modi 
di  culto,  e  altri  d*  indole  suntuaria,  erano  stretti  tra  i  loro 
componenti.  Così,  allorché,  nel  corso  di  quel  secolo,  una 
nuova  gente  di  popolo,  arricchita  dal  mercatare,  si  die  a 
sfoggi  di  vesti,  di  celebrazioni  festive,  di  pompe  fune- 
rali —  una  gente  che  si  direbbe  simile  agli  "  arricchiti 
di  guerra  n  dei  giorni  nostri  —  i  nobili  dei  sedili  delibe- 
rarono di  distinguersi  mercè  la  parsimonia  e  la  modestia, 
lasciando  al  popolo  di  sprecare  i  guadagni  fatti  e  sper- 
dere le  proprie  forze.  E  fino  agli  ultimi  tempi  della  loro 
esistenza  i  due  più  antichi  sedili  osservavano  una  pecu- 
liare e  vetusta  usanza  circa  i  contratti  matrimoniali,  per 
la  quale  le  doti  delle  donne  che  morivano  senza  figli,  o 
i  cui  figli  morissero  prima  dell*  età  pupillare  o  intestati , 
dovevano  tornare  alle  famiglie  da  cui  quelle  donne  erano 
uscite  (1);  e  gli  stessi  nobili  di  Nido  e  Capuana  gode- 
vano il  diritto  di  portarsi  dall*  uno  ali*  altro  sedile  e  prender 
parte  alle  deliberazioni,  pur  non  potendo  ottenere  uffici 
nel  sedile  a  cui  non  appartenevano  (2).  Nel  corso  del  se- 
colo decimoquarto,   anche  il  popolo  grasso  e  le  famiglie 

(1)  C*è  in  proposito  un  libro  di  ANTONIO  LETIZIA,  Degli  usi  de* 
proceri  e  magnati  di  Capuana  e  Nido,  comentario  (Napoli,  Perger,  1 786)» 

(2)  GALANTI,  Breve  descrizione  della  città  di  Napoli  (Napoli,  1 792) 
p.  181. 


V.  -  I  SEGGI  DI  NAPOLI  55 

rimaste  fuori  Nido  e  Capuana  si  raccolsero  in  seggi,  nei 
tre  altri  di  Montagna,  Porto  e  Portanova;  e  i  cinque 
seggi,  formarono  una  giunta  del  Buon  Governo,  che  ef- 
fettivamente garantì  e  governò  la  città  nei  momenti  più 
pericolosi  delle  lotte  di  pretendenti  e  di  fazioni,  al  tempo 
della  regina  Giovanna  I. 

Penetrò  poco  dopo,  in  quelle  società  di  gentiluomini, 
la  cultura  umanistica,  che  ebbe  molti  rappresentanti  tra 
i  patrizi  napoletani.  E,  circa  la  metà  del  quattrocento,  un 
diplomatico  ferrarese  descrive  le  n  cinque  sedie  ",  che 
sono  n  lozie  (logge)  lavorate  e  ornate,  dove  se  reduce 
tutti  i  zentilhomini  delle  ditte  contrade  e  parte  de  la  dieta 
citade...  tut'el  zorno,  la  matina  de  può  la  messa  per 
fino  a  ora  de  manzare,  da  può  disnare  per  fino  a  ora 
de  cena,  e  non  se  reduce  ad  altre  piace  (piazze),  ne 
lochi ,  e  su  diete  sedie  non  ci  anderia  altra  che  i  detti 
zentilhomini,  che  seria  spinti  e  deschaziati  de  fuora  n.  Ai 
sedili  nobili  si  aggiunse,  come  si  è  detto,  durante  il 
breve  regno  di  Carlo  Vili,  il  sedile  del  Popolo  ;  e  tutti 
essi  insieme  furono  visti  propugnare  i  diritti  della  città 
contro  i  tentativi  d'  introdurre  V  inquisizione. 

Nel  1510,  quando  per  la  prima  volta  si  levarono  a 
questo  fine  proteste  e  tumulti,  sfilò  un  giorno  per  Na- 
poli una  processione  o  dimostrazione  che  si  dica,  in  cui 
andavano  commisti  i  principi,  marchesi,  duchi  e  conti 
con  gli  artigiani  napoletani,  e  ciascuno  del  popolo  aveva 
al  suo  fianco  un  nobile.  Vero  è  che,  per  forza  di  cose  ma 
anche  per  astuzia  e  malizia  di  viceré  spagnuoli,  popolo 
e  nobili  entrarono  poi  in  sospetto  tra  loro  e  si  guardarono 
ostilmente  ;  ma  anche  tra  questi  contrasti  i  capi  del  po- 
polo napoletano,  conformandosi  al  sentire  popolaresco,  pò- 


56  V.  -  I  SEGGI  DI  NAPOLI 

sero  sempre  differenza  tra  i  primi  due  sedili,  che,  com- 
posti di  vecchi  nobili,  erano  considerati  benevoli  al  popolo, 
e  gli  altri  tre,  di  più  recente  nobiltà  :  differenza  di  origine 
e  di  grado  e  di  qualità,  che  teoricamente  o  giuridica- 
mente veniva  negata,  ma  esisteva  nel  fatto  o  nell'  opinione. 
Nelle  lotte  che  precessero,  prepararono  e  accompagnarono 
la  rivoluzione  detta  di  Masaniello,  Giulio  Genoino,  che 
ne  fu  la  mente  direttrice,  coltivava  il  concetto  o  1*  utopia 
del  pareggiamento  dei  due  primi  sedili  nobili  e  del  sedile 
del  Popolo,  che  si  sarebbero  dovuto  dividere  tra  loro  in 
parti  eguali  il  governo  della  città  (1).  Utopia  affatto  ana- 
cronistica,  di  carattere  medievale,  perchè  la  realtà  effet- 
tuale era  che  i  sedili  invecchiavano,  e  invecchiava  la  no- 
biltà e  il  suo  correlativo,  il  buon  popolo  ;  e  fuori  dei 
sedili  così  dei  nobili  come  del  popolo  si  moveva  la  nuova 
vita  sociale,  gli  avvocati,  i  letterati,  i  pubblicisti,  tutti 
quelli  che  poi,  nel  secolo  decimottavo,  promossero  le  ri- 
forme e  fecero  la  rivoluzione  dell'anno  '99. 

Che  cosa  potevano  essere  agli  occhi  di  costoro  i  se- 
dili, che  usurpavano  Y  amministrazione  della  città,  e  anzi 
addirittura  la  rappresentanza  del  Regno,  in  nome  di  una 
tradizione  illanguidita,  di  classi  sociali  logore,  e  con  gli 
abiti  del  servilismo  e  della  vuota  esteriorità  formatisi  du- 
rante il  viceregno  spagnuolo  e  non  certo  radicalmente 
mutati  durante  il  nuovo  regno  borbonico  ?  Dirò  che  a 
me  (cercando  anche  questa  volta  Y  origine  psicologica  dei 
numeri  della  Smorfia)  viene  talvolta  in  mente  Y  idea  buffa 


(1)  Si  vedano  gli  studi  dello  SCHIPA,  nell'Archivio  storico  per  le 
prov.  nap.,  che  hanno  rinnovato  da  cima  a  fondo  la  storia  delle  classi 
sociali  a  Napoli,  e  in  particolare  quella  della  rivoluzione  del  1647. 


V.-I  SEGGI  DI  NAPOLI  57 

che  gli  n  gli  eccellentissimi  signori  Sei  n  dessero  o  con- 
tribuissero a  dare  al  n  6  "  il  significato  che  ha  assunto  in 
quel  gran  libro,  e,  mercè  esso,  nell'uso  quotidiano  dei 
napoletani  !  Comunque,  le  condizioni  a  cui  i  seggi  si  ve- 
dono ridotti  alla  fine  del  settecento,  non  discordano  dal 
ritratto  che  ne  faceva  V  editto  regio  del   1 800. 

E  bisogna  concludere  che  re  Ferdinando  IV,  punendo 
le  velleità  di  autonomismo  e  di  aristocratismo  politico  di 
quei  vecchi  corpi,  eseguiva  nel  tempo  stesso  la  vendetta 
della  nuova  borghesia;  e,  sebbene  per  allora  mirasse  sol- 
tanto a  favorire  la  plebe  e  col  favore  della  plebe  a  rin- 
vigorire il  governo  assoluto,  spazzava  n  medioevo  e  car- 
noval  n  e  si  comportava,  senz'  averne  coscienza,  rivoluzio- 
nariamente. 

Ma  avrebbe  potuto  lasciare  in  piede  almeno  qualcuno 
degli  edifici  dei  sedili,  per  soddisfazione  di  noi  altri,  ama- 
tori del  passato  !  Amatori ,  cioè  ,  non  della  persistenza 
pratica  di  un  passato  degno  di  morire,  ma  dei  monumenti, 
che  serbano  nel  ricordo  la  continuità  della  storia. 


VI. 


SULLE  TRADUZIONI  E  IMITAZIONI  ITALIANE 

DELL'  "ELOGIO"    E  DEI    "COLLOQUI" 

DI  ERASMO 

Il  Moriae  encomiwn  o  Stultitiae  laus,  non  appena  ve- 
nuto in  luce  (1511),  fu  molto  letto  in  Italia,  dove  se 
ne  fecero  ristampe  a  Venezia  da  Aldo  nel  1515  e 
a  Firenze  dai  Giunti  nel  151 8.  Ne  meno  pronta  e  lieta 
accoglienza  ebbero  i  Colloquia  familiaria  (1524);  e  della 
divulgazione  di  queste  due  opere  sono  prova  anche  le 
tracce  che  se  ne  notano  presso  parecchi  scrittori  italiani 
di  quel  tempo. 

Se  può  esser  dubbia  la  relazione  che  Io  Zumbini 
scorse  tra  la  Stultitiae  laus  e  i  canti  31  e  34  del  Fu- 
rioso (1),  non  è  dubbia  invece  l'efficacia  che  essa  esercitò 
sul  Folengo  (2).  Di  uno  dei  colloqui,  la  Puerpera,  il  Fla- 
mini credè  di  ravvisare  Y  influsso  nella  Balia  del  Tan- 
sillo  (3)  :   il  che  anche  può  essere  o  non  essere  ;  ma  ciò 


(1)  Studi  di  leti.  ital.  (Firenze,  Le  Monnier,   1884),  pp.  338-47. 

(2)  Oltre  lo  ZUMBINI,  op.  cit.,  p.  442,  si  vedano  RUSSO,  La  Zani» 
tentila  e  l'Orlandino  di  eC.  F.  (Bari,  1896),  p.  66,  sui  rapporti  con  la 
Stult.  Laus,  e  A.  LUZIO,  Studi  folenghiani  (Firenze,  1899),  pp.  149-54; 
sui  rapporti  della  citata  opera  col  Baldus  e  col  Caos. 

(3)  TANSILLO,  L'egloga  ed  i  poemetti,  ed.  Flamini  (Napoli,  1893), 
introd.,  p.  C,  e  nota  al  poemetto. 


VI.  -  TRADUZIONI  E  IMITAZIONI  DI  ERASMO  59 

consiglia  a  indagare  le  imitazioni  e  reminiscenze  di 
quei  colloqui  nei  parecchi  scrittori  cinquecenteschi  di 
dialoghi  satirici  e  morali.  Non  son  riuscito  a  vedere  i 
1  dieci  dialoghi  su  diversi  argomenti,  altri  filosofici,  altri 
morali,  altri  di  diverse  materie  n,  che  pubblicò  il  Leoni- 
ceno,  Nicola  Leonico  Timeo  (1456-1531)  (1),  uno  dei 
quali,  secondo  gli  avversari  Scaligeri,  Erasmo  avreb- 
bero plagiato,  laddove,  secondo  altri,  l'italiano  avrebbe 
imitato  dall*  olandese.  Il  nome  di  Erasmo  torna  più  volte 
nei  Dialoghi  piacevoli  di  Niccolò  Franco  (1539),  nel  se- 
condo dei  quali  si  protesta  stima  e  amore  per  Luciano  e 
per  Erasmo  ;  e  nell'ottavo  si  legge  :  "  Che  dubbio  fai  di 
non  dover  traficare  ¥  opere  del  grande  Erasmo  ?  Forse 
perchè  in  Roma  ha  vietato  il  Collegio  che  si  vendano  ? 
Credi  che  intervenga  questo  perchè  elle  non  siano  buone,, 
o  perchè  ci  sia  scrupolo  di  eresia  ?  Sai  perchè  I"  hanno 
dato  bando,  poi  che  vuoi  che  tei  dica?  Perchè  il  tede- 
sco miracoloso  l'ha  concia  in  cordovana  tutta  quella  brigata» 
E  perciò  hanno  pigliato  in  urto  quel  valentuomo,  e  non  vo- 
gliono che  in  Roma  compaia  Erasmo,  talché,  dove  trionfano, 
non  si  cantino  le  lor  magagne.  Ma  non  resta  per  questo 
ch'egli  non  si  stampi  e  ristampi,  non  si  venda  e  rivenda,  e  non 
si  legga  e  rilegga  per  ogni  luogo...  Che  manca  al  buon  Era- 
smo, che  egli  non  sia  eloquente,  catolico  e  mirabile  nel  suo 
dire  ?  B  (3).  Negli  Elogi  degli  uomini  più  famosi  in  lettere 


(1)  TIRABOSCHI,  Storia  della  letter.  ital.,  VII,  1.  II,  cap.  2. 

(2)  E.  AMIEL,  Un  libre  penseur  du  XVI  siede:  Erasme  (Paris,  Le- 
merre,   1889),  p.  310. 

(3)  Questi  brani  sono  soppressi  nelle  edizioni  espurgate  che  poi  si 
fecero  dei  Dialoghi  del  Franco  ;  per  es.,  in  quella  di  Venezia,  Farri» 
1609,   «  espurgata  per  Girolamo  Giannini  da  Capugnano  bolognese  ». 


60  VI.  -  TRADUZIONI  E  IMITAZIONI  DI  ERASMO 

di  Paolo  Giovio  (1),  si  dice  di  Erasmo  che  n  fece  stam- 
pare primieramente  un'operetta  intitolata  La  Pazzia ,  la 
quale  fu  quella  che  sparse  la  fama  del  nome  suo  per  ogni 
parte.  Essa  è  fatta  ad  imitazione  di  una  delle  pungenti 
satire  di  Luciano.  E  trafigge  gli  uomini  di  tutte  le  pro- 
fessioni con  acutissimi  stimoli,  mostrando  apertamente  che 
le  operazioni  di  tutte  le  sette  non  sono  altro  che  espresse 
pazzie  :  cosa  del  resto  molto  gioconda,  e  che,  per  le  arguzie 
gentili  di  cui  essa  e  tutta  piena,  dà  piacere  insino  alle 
persone  di  gravità  ed  impiegate  in  altri  negozi.  Ma  in- 
degna al  tutto  di  un  uomo  di  chiesa  ;  perciò  che  pare 
si  faccia  beffe  in  essa  anche  delle  cose  di  Dio  n .  Come  al 
Franco,  le  operette  satiriche  di  Erasmo  erano  fami- 
liari a  Giordano  Bruno  (2)  ;  e  alla  Stultitiae  laus  con- 
viene altresì  riattaccare  la  Piazza  universale  di  tutte  le 
professioni  e  alcun  altro  dei  curiosi  volumi  di  Tommaso 
Garzoni  da  Bagnacavallo  (1549-1589). 

Non  poteva  mancare,  e  non  mancò,  in  quel  tempo,  una 
traduzione  della  Stultitiae  lausf  sebbene  gli  eruditi  no- 
stri non  ne  abbiano  notizia  e  io  stesso  1*  abbia  cercata 
invano  per  quasi  tutte  le  biblioteche  d' Italia.  S' intitola  : 
La  moria...  notamente  (ossia  non  "  di  nuovo  n,  ma,  co- 
m'è certo  da  intendere,  n  ora  per  la  prima  volta  n)  in  vol- 
gare tradotta  (in  Venezia,  1539,  in  8°);  ed  ebbe  per  lo 
meno  due  ristampe:  Funa  anche  di  Venezia,  per  Giovanni 


(1)  Cito  della  trad.  ital.  :  Le  iscrittioni  poste  sotto  le  vere  imagini  degli 
uomini  più  famosi  in  lettere  di  Mons.  PAOLO  GlOVIO,  vescovo  di  No- 
cera,  tradotte  di  latino  in  volgare  da  Hippolito  Orio  Ferrarese,  in 
Ancona,  appresso  Giovanni  de'  Rossi  (1550),  pp.  200-202. 

(2)  Si  vedano  in  proposito  le  Postille  storiche  e  letterarie  alle  opere  di 
Q.  S,,  pubbl.  dallo  SPAMPANATO  nella  Critica,  IX  (1911). 


VI.  -  TRADUZIONI  E  IMITAZIONI  DI  ERASMO  6» 

della  Chiesa  Pavese,  1544,  e  l'altra,  ivi,  Zenaro,  1545  (1). 
L'opuscolo  erasmiano  fu  altresì  imitato  nel  libriccino 
intitolato  La  Pazzia,  o  Lodi  della  Pazzia,  più  volte  ri- 
stampato anonimo  tra  il  1 540  e  il  1 560.  Il  Brunet  lo  at- 
tribuisce ad  Ascanio  Persio,  ma  questi  nacque  nel  1 554;  la 
Biographie  universelle,  a  Ortensio  Landò,  ma  lo  confonde 
col  "  paradosso  n  Meglio  esser  matto  che  savio,  quinto 
nel  volumetto  dei  Paradossi  del  Landò  (Venezia,  1554). 
Per  di  più,  lo  stesso  Landò  accenna,  nel  principio  del 
suo  paradosso,  all'esistenza  di  quell'altro  n  Elogio  della 
pazzia  " ,  indipendente  dal  suo,  dicendo  che  negli  anni  pas- 
sati, a  sua  saputa,  "  da  due  nobilissimi  uomini  con  larga  vena 
di  facondia  "  era  stata  n  lodata  la  Pazzia  ":  ossia,  come 
sembra,  da  Erasmo  e  dall'autore,  chiunque  egli  fosse,  della 
Pazzia  italiana.  Il  quale,  infine,  il  Melzi  (2)  afferma  essere 
stato  n  indubitatamente  n  Vianesio  Albergato,  nobile  bolo- 
gnese, e  protonotario  apostolico;  e  sebbene  il  Fantuzzi,  che 
a  lungo  discorre  dall'  Albergati  (3),  non  sappia  nulla  di 
questa  attribuzione,  l'autorità  del  Melzi,  il  quale  avrà 
avuto  le  sue  buone  ragioni  per  così  affermare,  serba  il  suo 
peso.  A  ogni  modo,  la  Pazzia  italiana  è  mediocrissima 
rifrittura  del  libro  di  Erasmo  in  languida  e  scolorita  prosa, 
toltane  per  prudenza  tutta  la  parte  satirica  sugli  uomini 
di  chiesa  e  aggiuntavi  qualche  pagina  sui  grammatici,  i 
pedanti,  le  questioni  sulla  lingua.  L'autore  dice  che  nes- 


(1)  Bibliotheca  erasmiana,  che  si  vien  pubblicando  da  F.  van  der 
Haghen  (Gand,  1897-1908,  voli,  sette):  ved.  il  volume  della  Biblio- 
graphie  des  ceuvres  d'Erasme  che  concerne  il  J&Coriae  encomiarti  (Gand, 
1908),  p.  336. 

(2)  Diz.  di  anon.  e  pseudon.,   II,  323. 

(3)  Notizie  di  scritt.  bologn.,   I,   136-9. 


62  VI.  -  TRADUZIONI  E  IMITAZIONI  DI  ERASMO 

suno  (?)  aveva  sin  allora  lodato  la  Pazzia,  che  pure  ne 
è  degna,  e  perciò  toglie  sopra  di  se  questo  carico  ;  e, 
fatto  un  breve  esordio,  discorre  della  pazzia  e  del  suo  im- 
perio sulle  varie  età  della  vita  umana,  sugli  uomini  e  sugli 
dei,  sulle  varie  condizioni  e  stati  sociali,  sul  matrimonio,  sulle 
donne,  sugli  animali,  sui  poeti,  cacciatori,  astronomi,  gio- 
catori, litiganti,  marinai,  negromanti,  streghe,  grammatici  e 
pedanti. 

Anche  i  Colloqui  ottennero  una  completa  traduzione 
per  opera  di  Pietro  Lauro  di  Modena,  stampata  due 
volte  :  la  prima  nel  1 545  in  Venezia  "  appresso  Vincen- 
zo Vaugris  al  segno  d'  Erasmo  "  (1),  e  la  seconda,  che 
si  dice  riveduta  e  corretta,  nel  1 549,  presso  lo  stesso  e- 
ditore,  il  quale,  in  quel  mezzo,  aveva  italianizzato  il  suo 
cognome  francese  di  Vaugris  in  Valgrisi.  Del  traduttore 
Lauro  parla  il  Castelvetro  in  certe  note  manoscritte  rife- 
rite dal  Tiraboschi  (2),  affermando,  tra  l'altro,  che  n  so- 
steneva miseramente  la  vita  col  tener  scuola  privata  ed 
insegnando  le  prime  lettere  ai  fanciulli  in  Venezia,  e, 
quantunque  fosse  fuor  di  misura  ignorante,  ardì  di  vol- 
garizzare Columella  e  simili  autori  latini  n.  Certo  è  che 
il  Lauro,  massime  tra  il  1 540  e  il  1 570,  pubblicò  in  Ve- 
nezia moltissimi  lavori  di  traduzione  dal  greco,  dal  latino 
e  dallo  spagnuolo  :  da  Giuseppe  Ebreo,  Plutarco,  Colu- 
mella, Beroso  Caldeo  (ossia  Annio  da  Viterbo),  via  via 
ad  Alberto  Magno,  a  Raimondo  Lullo,  a  L.  B.  Alberti, 
al  Vives,  alla  cronaca  di  Catione  ,  a  Polidoro  Virgilio, 
a  Erasmo,  al  Guevara,  a  Luis  de  Granada;  tradusse  ari- 


ti) Supplément  au  Manuel  de  Brunet,  I,  459. 
(2)  Biblioteca  modenese,  III,  76. 


VI.  -  TRADUZIONI  E  IMITAZIONI  DI   ERASMO  63 

che  romanzi  cavallereschi  dallo  spagnuolo,  dei  quali  //  Ca- 
Valter  del  Sole  (Venezia,  Zoppino,  1 584),  che  il  Quadrio 
sospetta  fattura  dello  stesso  Lauro,  benché  sia  dato  per 
traduzione.  Pubblicò  inoltre  un  Praeludium  ad  copiam  di- 
cerìa e  due  libri  di  Lettere  (1552  e   1560)  (1). 

La  seconda  edizione  della  traduzione  del  Lauro,  che 
è  quella  che  io  ho  potuto  vedere  (2),  ha  questo  titolo  : 
/  ragionamenti ,  overo  \  Colloqui  |  familiari  |  di  DESI  - 
DERIO  ERASMO  |  ROTERODAMO  :  |  Di  latino  in  voi- 
gare  già  tradotti,  ma  hora  in  \  tanti  luoghi  racconci,  non 
solo  intorno  la  \  lingua,  ma  etiandio  intorno  i  sensi,  che  | 
pili  tosto  ritradotti,  che  racconci  \  si  possono  dire  |  In  Vi- 
negia.n  |  ella  bottega  d'  Erasmo  |  di  Vincenzo  Valgrisi  | 
M.D.XLIX  ;  —  e  forma  un  volume  di  547  pagine,  pre- 
cedute da  32  innumerate  che  contengono  il  frontispizio, 
la  dedica  e  l'epistola  di  Erasmo  sull'utilità  dei  Colloquia, 
e  seguite  infine  da  5  pagine  innumerate  contenenti 
1  Tavola  dei  Colloqui  ".  II  traduttore,  "  Pietro  Lauro  Mo- 
donese  ",  si  nomina  nella  dedica;  la  quale  (e  la  cosa  è 
degna  di  nota)  è  indirizzata  "  alla  illustrissima  et  virtuo- 
sissima Principessa  Madamma  Renee  di  Francia,  Du- 
chessa di  Ferrara  ".  n  La  più  parte  di  essi  colloqui  (vi 
si  dice  tra  l'altro)  discorrono  sopra  cose  appartenenti  alla 
nostra  Christiana  religione  :  onde  gli  animi  inchinati  alla 
vera  pietà  possono  trarne  costrutto  non  mediocre.  Tutti 
poi  sono  pieni  di  notabilissimi  ammaestramenti  et  utilissi- 


(1)  Bibl.  mod.,  Ili,  76-81. 

(2)  Nel  voi.  della  cit.  Bibl.  Erasmiana,  che  dà  la  bibliografia  dei 
Colloquia  (Gand,  1907),  si  descrivono  (pp.  281-7)  entrambe  le  edizio- 
ni, affermandosi  che  la  seconda  non  diferisca  dalla  prima  se  non  per 
qualche  lieve  spostamento  nell'ordine  dei  dialoghi. 


64  VI.  -  TRADUZIONI  E  IMITAZIONI  DI   ERASMO 

mi  avvertimenti,  donde  quasi  tutta  la  vita  dell'uomo  si 
può  formare  et  erudire  in  una  perfetta  moralità  et  politia: 
et  donde  ogni  sesso,  ogni  conditione  di  persone  può,  se- 
condo il  grado  suo,  imparar  il  modo  et  la  regola  di  go- 
vernarsi prudentemente  in  tutte  le  sue  attioni:  e  ciò  con 
assai  piacere  et  diletto  d'animo,  per  V  historie,  favole  et 
altre  gioconde  piacevolezze,  che  vi  sono  sparse  per 
dentro  ". 


Altre  opere  morali  ed  ascetiche  di  Erasmo  furono 
tradotte  in  italiano  (1);  ma  nella  seconda  metà  di  quel  se- 
colo e  per  tutto  il  seicento,  anzi  anche  per  una  parte  del 
settecento,  nell*  Italia  post-tridentina,  egli  cadde  e  fu  te- 
nuto in  sospetto  di  eretico  o  di  semieretico  (2).  Che  cosa 
si  pensasse  di  lui  dicono  in  compendio  due  sonetti-ritratti, 
che  si  leggono  il  primo  nella  Galleria  del  cavalier  Marino, 
messo  fra  i  ritratti  dei  n  negromanti  ed  eretici  n,  ed  il 
secondo  nei  Ritratti  poetici,  storici  e  critici  di  vari  moderni 


(1)  Mi  sono  note  le  seguenti:  Enchiridion  trad.  da  Emilio  d'Emili  (Bre- 
scia, 1 53 1 ,  e  Venezia  1 539)  ;  Institutione  del  principe  christiano,  trad.  da 
Coccio  di  Fano  (Ven.,  1 539)  ;  La  dichiarazione  de'  dieci  comandamenti 
(Venezia,  1540);  Della  institutione  de' fanciulli,  trad.  di  S.  Pendio  (Ve- 
nezia, 1545  e  1547);  Apoftemmi  scelti,  trad.  da  Fausto  da  Longiano 
(Ven.,  1546  e  1548);  Proverbi,  trad.  di  L.  Carani  (Ven.,  1550);  La 
ordinatione  del  matrimonio  de'  Christiana  trad.  da  P.  Rocca  (Ven.,  1550); 
//  paragone  delle  vergini  e  de'  martiri,  trad.  da  L.  Domenichi  (Firenze, 
I  554)  ;  Sermoni  della  grandissima  misericordia  di   'Dio  (Firenze,    1 554). 

(2)  Anche  nella  prima  metà  del  secolo  Erasmo  aveva  levato  op- 
posizioni in  Italia,  pel  suo  anticiceronianismo,  per  un  detto  satirico 
sulla  poca  bellicosità  italiana,  e  altresì  pei  suoi  atteggiamenti  verso  la 
religione  e  la  chiesa  (Alberto  Pio  di  Carpi,  e  altri).  Queste  pole- 
miche sono  ben  note  :  per  il  ciceronianismo  basta  qui  rimandare  al 
SABBADINI,  Storia  del  ciceronianismo  (Torino,  Loescher,  1 886),  pp.  59-74, 
e  per  la  polemica  col  Pio  al  TlRABOSCHI,  op.  cit.,  VII,  1.  II,  e.  I. 


VI.  -  TRADUZIONI  E  IMITAZIONI  DI  ERASMO  65 

uomini  di  lettere  di  Appio  Anneo  de  Faba  Cromaziano, 
ossia  del  padre  Appiano  Buonafede,  la  cui  quinta  edizione 
accresciuta  è  del   1 789.  Dice  il  Marino  : 

Dottore,  o  seduttor  deggio  appellarti? 
di  Giuda  e  d'Anticristo  empio  conviensi 
il  nome  a  te,  che,  'n  alterando  i  sensi, 
sai  del  Vangelo  adulterar  le  carte  ? 

Maestro  rio  d'abominabil  arte, 
falso  profeta,  entro  i  cui  spirti  accensi 
sol  di  zelo  infernal  tutto  contiensi 
quanto  dal  vero  s'allontana  e  parte  ; 

tu  mostrar  il  sentier  ch'ai  Ciel  conduce, 
guida  fallace  ?  e  tu  per  via  secura 
scorgere  i  ciechi  assai  più  cieco  duce? 

Che  vai  candido  inchiostro  e  fede  impura  ? 
ombra  nel  core  e  nell'  ingegno  luce  ? 
scienza  chiara  e  coscienza  oscura?  (1). 

Poco  diversamente,  alla  distanza  di  un  secolo  e  mezzo, 
il  Buonafede  : 

Diviso  io  vedo  in  parti  opposte  il  mondo, 
qualor  d'  Erasmo  il  simulacro  io  chero. 
Quinci  sostiene  il  letterato  impero, 
e  quindi  urtato  cade  giù  nel  fondo. 

Or  sobrio  e  puro,  ed  or  briaco  e  immondo 
il  vedo  :  or  schernitare  ed  or  severo  : 
or  nimico,  or  compagno  di  Lutero  ; 
or  tutto  piume,  or  tutto  nerbo  e  pondo. 

Or  degno  è  dell'alloro,  ed  or  del  fuoco  : 
or  distrugge  la  Fede,  or  la  difende  ; 
talor  sa  tutto,  e  talor  nulla  o  poco. 


(1)  G.  B.  MARINO,  Poesie  varie,  a  cura  di  B.  Croce  (Bari,  Later- 
za, 1913),  p.  257. 

5 


66  VI.  -  TRADUZIONI  E  IMITAZIONI  DI  ERASMO 

Quindi,  involta  in  oppositi  colori, 
T  immagin  di  costui  dubbiosa  pende 
tra  gran  virtuti  e  vizi  assai  maggiori  (1). 

Nelle  note,  il  ritrattista  spiega  che  "  il  Bellarmino  col- 
loca Erasmo  nel  numero  dei  semicristiani  ;  il  Possevino 
vorrebbe  che  si  cancellasse  il  nome  di  lui  da  tutti  gli 
scritti  dei  cattolici  ;  il  Grineo  disse  che  Erasmo  avea  re- 
cato più  danno  ai  papi  coi  suoi  motteggiamenti  e  coi  suoi 
tanti  aculei  che  Lutero  col  suo  sdegno  e  coi  suoi  tra- 
sporti "  (2). 

Ciò  non  impediva  che  la  Stultitiae  laus  e  i  Colloquia 
avessero  molti  e  affezionati  lettori ,  dei  quali  fu  appunto 
il  Marino,  che  tra  gì'  idilli  della  sua  Sampogna  includeva 
una  Disputa  amorosa,  ossia  il  colloquio  Proci  et  puellae, 
messo  in  versi  :  plagio  non  rimasto  inavvertito  a  taluno  dei 
critici  contemporanei  (3). 

Passato  il  tempo  in  cui  la  parola  di  Erasmo  aveva  diretta 
efficacia  religiosa  e  morale,  e  formatisi  anche  nel  mondo 
cattolico  giudizi  più  equi  intorno  a  lui  (4),  a  quelle  sue 


(1)  Cito  dalla  «  quinta  edizione  napoletana  »,  Napoli,  1787,  presso 
i  fratelli  Terres,  I,  230. 

(2)  Ed.  cit.,  p.  235. 

(3)  Si  veda  B.  CROCE,  Saggi  sulla  letteratura  italiana  del  seicento 
(Bari,  Laterza,  1910),  p.  432.  Il  rifacimento  mariniano  è  riprodotto  in 
appendice  alla  mia  edizione  dell'Elogio  alla  pazzia  e  Dialoghi  di  Era- 
smo da  Rotterdam,  traduzioni  italiane  di  vari  scrittori,  ecc.  (Bari,  La- 
terza,   1914). 

(4)  Per  es. ,  TlRABOSCHI,  op.  cit.,  VII,  1.  II,  e.   1  :   «  Io  credo,  a 
dir  vero,  che  Erasmo  fosse  sinceramente  cattolico  ,   ma  che  la    troppa 
sua  libertà  di  scrivere  e  di  pensare,  congiunta  al  suo  non    troppo    sa- 
pere   in    teologia,  il  facesse    cader    più    volte    in    errori,   de'    quali  al  • 
certo  vi  ha  gran  numero  nelle  sue  opere;  errori  però  men  gravi  allora, 


VI.  -  TRADUZIONI  E  IMITAZIONI  DI  ERASMO  67 

opere  satiriche  si  tornò  per  pura  vaghezza  letteraria,  e  al- 
lora, nel  secolo  decimottavo,  dimenticate  affatto  le  vecchie 
traduzioni  cinquecentesche,  si  cominciò  a  ritradurre  la 
Stultitiae  laus.  Già  nel  1741  Angelo  Maria  Ricci,  pro- 
fessore di  lettere  greche  nello  Studio  fiorentino,  stampava 
un  rabberciamento  de  Le  lodi  della  pazzia  composte  da 
Erasmo,  abbreviate,  espurgate  di  empietà  e  di  cose  poco 
oneste  e  accresciute  di  altre  :  lavoro  che  servì  con  altre 
composizioni  del  Ricci  per  le  accademie  carnevalesche 
dei  collegi  Laurenziano  ed  Eugeniano,  dove  il  Ricci  in- 
segnava ;  e  la  recita  delle  Lodi  della  Pazzia  era  seguita 
da  sonetti  sul  medesimo  argomento. 

Una  compiuta  traduzione  delle  Laus  venne  fuori  nel 
1 76 1  in  un  volume  bilingue,  contenente  anche  la  tradu- 
zione francese  :  Encomio  della  pazzia,  composto  in  forma 
di  declamazione  e  tradotto  in  italiano  (in  Basilea,  a  spese 
della  Saviezza,  1761).  Ma,  condotta  sulla  francese  che  è 
liberissima  e  arbitraria  e  scritta  in  italiano  assai  scorretto, 
questa  traduzione  fu  unanimamente  rifiutata  dai  letterati.  Ne 
seguì,  pochi  anni  dopo,  altra  di  penna  assai  più  colta, 
ma  che  era  di  nuovo  una  riduzione,  lasciate  fuori  molte 
pagine,  specie  quelle  relative    agli    uomini  di   chiesa  ,  e 


e  in  certa  maniera  degni  di  scusa,  perchè  e  grandi  eran  veramente  gli 
abusi  ed  era  difficile  il  discernere  i  giusti  confini,  e  molte  cose  non 
eran  state  ancor  dalla  Chiesa  ultimamente  decise,  come  poi  si  fece  nel 
Concilio  di  Trento  ». 

(1)  A.  M.  RICCI,  La  guerra  dei  ranocchi  e  dei  topi  tradotta  in  rime 
anacreontiche,  con  altri  ameni  volgarizzamenti  e  un  '  appendice  di  altre 
piacevoli  poesie  (Firenze,  Albizzini,  1741),  dove  a  pp.  147-95  sono 
le  Lodi  della  pazzia.  Queste  e  le  piacevoli  poesie  furono  ristampate 
in  Firenze,  Carli,   1807. 


68  VI.  -  TRADUZIONI  E  IMITAZIONI  DI  ERASMO 

compendiate  o  anche  variate  altre.  Intendo  della  Cicalata 
della  Follia  in  propria  lode  o  sia  V  Elogio  della  follia 
d'Erasmo  di  Rotterdam:  reso  in  toscano  dall'abate  R.  P. 
(Colonia,  1 787),  dove  le  iniziali  celano  il  nome  di  Raf- 
faele Pastore.  La  traduzione  è  preceduta  da  varie  me- 
morie sulla  vita  di  Erasmo,  tratte  dalla  storia  dei  moderni 
filosofi  del  Saverieu,  e  da  un  "  piano  e  assunto  dell'  Elo- 
gio della  pazzia  ",  in  cui  sono  giudizi  da  notare.  Tra 
l'altro  :  »  E  ben  da  por  mente  che  il  secolo  di  Erasmo 
non  era  già  quello  delle  lettere,  del  buon  senso,  dell'e- 
same, del  criterio  :  cose  allor  tutte  nella  totale  loro  ec- 
clissi.  Dovette  egli  dunque  far  da  se  dietro  le  sole  tracce 
degli  Antichi  ;  sulle  quali,  e  col  mezzo  delle  più  scelte 
riflessioni  verso  se  stesso  e  altrui,  pensò  e  scrisse  così 
bene  da  far  rinascere  al  mondo  il  sole  della  saggia  filo- 
sofia n.  n  I  costumi,  in  parte  cangiati  da  quei  del  tempo 
di  Erasmo,  fanno  che  non  si  possa  gustar  tutto  quello  che 
ei  nel  suo  Elogio  dice  della  grammatica,  della  caccia, 
d'alcune  scienze,  d'  alcuni  ceti,  come  dei  pedanti,  ecc. 
Ma,  in  generale,  il  costume  e  l' indole  dell*  uomo,  eh'  e 
sempre  e  ovunque  presso  a  poco  lo  stesso,  non  vi  può 
essere  dipinto  più  al  naturale  ne  con  più  vivi  colori  n. 
n  L'assunto  del  libro  è  :  —  Ogni  uomo,  chi  più  chi  me- 
no, ha  del  pazzo.  Questa  dose  di  pazzia,  ch'è  in  ognuno, 
lo  rende  contento  e,  alla  sua  maniera,  felice.  —  Infatti, 
se  l'uomo  riflettesse,  se  esaminasse  il  suo  stato,  i  suoi  di- 
fetti, il  peso  dei  suoi  doveri,  gì'  incomodi,  gì'  inconve- 
nienti a*  quali  è  in  mezzo,  affogherebbe  egli  in  un  mar 
d'agitazioni  e  d'affanni.  Ma  e  a  rovescio:  perchè  l'uomo 
ignora  sé  stesso  e  quanto  è  attorno  a  se,  ne  ha  la  mi- 
nima riflessione  a  quel  che  più  gli  dovrebbe   importare; 


VI.  -  TRADUZIONI  E  IMITAZIONI  DI  ERASMO  69 

o  per  effetto  di  quella  incorreggibile  filosofia  o  sia  amor 
proprio,  all'uomo  sì  essenziale,  s'  accarezza,  s'adula,  s'ap- 
plaudisce ,  ove  più  dovrebbe  compiangersi ,  riprendersi, 
vergognarsi  di  se  stesso  ". 

Le  manchevolezze  di  queste  traduzioni,  e  la  rarità  dello 
stesso  testo  latino,  mossero  nel  1804  un  ammiratore  del 
libro  di  Erasmo  ad  eseguirne  una  seconda  traduzione 
italiana,  che  è  :  V Elogio  della  pazzia  composto  in  forma 
di  declamazione  da  ERASMO  DI  ROTTERDAM,  nuova- 
mente recato  in  italiano  dal  testo  latino,  ed  arricchito  delle 
annotazioni  di  Listrio,  e  di  varie  altre  del  traduttore  C.  C. 
con  la  falsa  data  di  n  Amsterdam,  1805  ".  Chi  fosse  que- 
sto C.  C.  mi  è  stato  impossibile  finora  ritrovare,  nonostante 
che  non  mi  sia  fidato  delle  mie  indagini  e  abbia  fatto 
ricorso  all'opera  di  amici  esperti  nella  materia.  In  un  vec- 
chio catalogo  della  Biblioteca  Nazionale  di  Napoli  è  se- 
gnata per  questa  traduzione,  accanto  alla  data  topica  di 
"  Amsterdam  ",  quella  di  B  Napoli  "  ;  donde  si  potrebbe 
congetturare  (posto  che  la  notizia  di  quel  catalogo  venga 
da  esatta  informazione  e  non  sia  cervellottica)  che  Fau- 
tore fosse  un  italiano  del    Mezzogiorno. 

Comunque,  questa  traduzione  è  rimasta  fondamento  di 
tutte  le  posteriori  edizioni  italiane,  a  cominciare  da  quella 
di  Milano,  Ferrano,  1819,  che  dice  di  averla  n  ripulita  e 
corretta  "  sul  testo  latino.  Ristampa  materiale  di  questa 
del  Ferrano  è  l'altra  con  la  data  di  "  Brusselle,  tipografia 
della  Società  belgica,  1842  n,  formante  il  volume  X  di 
una  Scelta  di  autori  classici  italiani  e  stranieri,  in  versi  ed 
in  prosa  ;  e  forse  anche  le  altre  due,  che  non  ho  viste, 
di  Milano,  1850,  e  di  Livorno,  G.  B.  Rossi,  1863,  la 
quale  ultima  ha  per  titolo:   Una  gabbia  di  matti  è  il  mondo 


70  VI.  -  TRADUZIONI  E  IMITAZIONI  DI  ERASMO 

tutto,  ovvero  elogio  della  pazzia.  Su  tutte  è  da  notare 
quella  che  nel  1863  Eugenio  Camerini  curò  per  la  Bi- 
blioteca rara  del  Daelli  (voi.  XVII),  nella  quale  professò 
di  riprodurre  1'  n  antica  versione  italiana  n  ("antica  ",  è 
troppo  dire)  sulla  stampa  del  Ferrario,  sfrondandone  le 
note  e  togliendone  qualche  scandalo  linguistico  ,  e  ag- 
giunse, per  la  prima  volta  in  un'edizione  italiana,  i  dise- 
gni dello  Holbein,  ricavandoli  da  alcuna  delle  edizioni  di 
Basilea.  L*  ultima  ristampa  ne  è  contenuta  nel  n.  246 
della  Biblioteca  universale  del  Sonzogno  (Milano,  1897), 
e  riproduce  quella  del  Ferrario,  salvo  che  nella  dedica- 
toria al  Moro,  per  la  quale  (chi  sa  perchè)  fa  ricorso  alla 
traduzione  dell'abate   Pastore. 

I  Colloquia  familiaria  avevano,  intanto,  sullo  scorcio 
del  settecento,  un  estimatore  e  imitatore  nel  roveretano 
dementino  Vannetti,  che  compose  una  serie  di  dialoghi 
sul  fare  di  Luciano  e  di  Erasmo  (1).  Il  dialogo  XIII, 
La  moglie  (Uxor  mempsigamos)  (2),  dedicato  con  lettera 
da  Rovereto  del  giugno  1 794  a  Matilde  de*  Telani  no- 
vella sposa,  fu  (dice  il  Vannetti)  n  nel  latino  idioma  già 
scritto  da  quel  Luciano  dell*  Olanda,  Erasmo,  e  da  me, 
non  verbo  a  verbo,  ma  largamente  (come  di  più  latine 
commedie  veggiamo  aver  fatto  diversi  fiorentini  ingegni) 
nel  nostrale  ridotto,  e  ad  un'ora  in  parecchi  luoghi  mo- 
dificato, quelle  cose  togliendo  via  che  coli*  italiana  deli- 


(1)  Raccolti    in  Opere    ital  e  latine   del  cav.   CLEMENTINO    VAN- 
NETTI, roveretano,  voi.  I  (Venezia,  Alvisopoli,    1826). 

(2)  Voi.  cit.,  pp.    161.97.  Una  ristampa  per  nozze    Berselli-Zanna- 
rini  ne  fu  fatta  a  Bologna,  tipi  Mareggiani,  1888. 


VI.  -  TRADUZIONI  E  IMITAZIONI  DI  ERASMO  71 

catezza  mi  son  parute  men  conface  voli,  e  annestandovi 
pel  contrario  di  quelle  che  ho  giudicate  al  nostro  modo 
di  pensare  e  a'  moderni  usi  per  avventura  più  adatte  ". 
Anche  il  dialogo  IX,  //  vero  risparmio  (1),  è  imitazione 
da  Erasmo  (Diluculum)  (2).  A  una  diligente,  elegante 
e  compiuta  traduzione  dei  Colloquia  attendeva,  una  tren- 
tina d'anni  fa,  Ettore  Toci,  che  pubblicò  come  saggio  del 
suo  lavoro,  nel  1878,  Gli  alberghi  (nella  Rassegna  setti' 
manale,  voi.  II,  n.  6),  nel  187 9  L'amante  e  la  fanciulla 
(Livorno,  tip.  Vigo,  per  nozze  Toci-Corazzi),  nel  1881 
L'epitalamio  di  Pietro  Gilles  (Livorno,  Vannini,  per  nozze 
Abrial- Chiappe),  nel  1882  //  naufragio  (Livorno,  Meuc- 
ci  :  estr.  dagli  Annali  del  R.  Istituto  tecnico  e  nautico 
di  Livorno),  e  nel  1 883  L'abate  e  la  donna  istruita.  Circa 
lo  stesso  tempo,  anch'  io,  non  conoscendo  quella  del 
Toci,  impresi  una  traduzione  dei  Colloquia  e  cinque  di 
essi  pubblicai  in  un  opuscoletto  di  Dialoghi  di  Erasmo 
da  Rotterdam  (Trani,  Vecchi,    1886). 

Nella  stessa  Livorno,  dove  il  Toci  lavorava  alla  sua 
traduzione,  venne  fuori  nel  1 885  uno  studio  di  Francesco 
Polese    su    Erasmo  maestro  (3),   fondato   soprattutto    sui 


(1)  Voi.  cit.,  PP.  111-19. 

(2)  Si  ha  anche  un  Volgarizzamento  libero  e  castigato  del  Colloquio 
del  celebre  Desiderio  Erasmo  da  Roterdam  intitolato  Mulier  (sic)  MefityioaK 
(sic)  Cale  a  dire  Donna  sdegnata  dal  matrimonio,  dato  in  luce  nelle  ben  au- 
gurate nozze  Duodo- Balbi  Valier,  Venezia,  1808,  dalla  stamperia  Curti. 
Un  Ottavio  Angaran  che  lo  dedica  alla  sposa,  dichiara  di  averlo  avuto 
da  un  letterato  amico  e  averne  soppresso  «  qualche  disgressione  non 
affatto  decente  e  solo  accessoria  ». 

(3)  Livorno,  Giusti,   1885. 


72  VI.  -  TRADUZIONI  E  IMITAZIONI  DI  ERASMO 

Colloquia.  Questo  studio,  che  è  forse  il  solo  lavoro  ita- 
liano intorno  a  Erasmo  e  che  è  condotto  con  molto  cri- 
terio e  buon  gusto,  contiene  anche  (p.  156)  un  ottimo 
giudizio  sul  carattere  e  valore  artistico  dei  Colloquia  : 
n  In  Erasmo  (scrive  il  Polese,  opponendosi  al  Sainte-Beuve 
che  aveva  parlato  di  un  n  lucianismo  accademico  ")  il  dia- 
logo non  ha  niente  di  accademico:  non  ha  il  soggetto 
predefinito,  in  cui  un  principale  interlocutore  fa  da  mae- 
stro o  da  disserente  davanti  a  interlocutori,  ai  quali  pre- 
scrive le  conclusioni  e  lo  scioglimento  delle  difficoltà.  Il 
dialogo  cinquecentista,  dissertazione  con  domande  e  ri- 
spose svolgentesi  o  sotto  gl'intercolunni  o  al  rezzo  di  pla- 
toniche querce  con  languidezze  cavalleresche  e  larghe  pause 
di  periodo,  diventa  plebeo  in  Erasmo,  nobilmente  plebeo; 
sono  amici  e  nemici  che  s'incontrano  per  la  via.  Nessuno  si 
prefigge  la  dimostrazione  di  una  tesi,  in  qualche  modo  c'è 
o  si  presente,  ma  gl'interlocutori  vi  parlano  veramente,  tutti 
vogliono  che  la  propria  opinione  trionfi,  e  vi  si  ostinano 
con  serietà,  con  lepidezza,  con  l'amarezza  irosa  di  chi 
crede  di  ragionare  e  di  pensare  meglio  degli  altri.  E  la 
disputa  reale  e  sentita,  piena  di  avventure,  dove  gli  uo- 
mini discutono  e  si  lasciano  colla  persuasione  di  soste- 
nere la  verità  senza  aver  convinto  nessuno.  AH*  ultimo, 
non  sai  da  chi  stia  il  torto  o  da  chi  la  ragione  :  la  di- 
mostrazione, che  inavvertitamente  si  allarga  e  si  annoda 
nella  trama  del  dialogo,  tutt'a  un  tratto  ti  si  disfà  tra 
mano  e  gli  attori  si  allontanano  e  pare  che  non  abbiano 
bene  spiegato  il  pensier  loro  e  abbiano  scherzato  e  non 
credano  neppur  essi  a  quello  intorno  a  cui  si  accalorano. 
Lo  scrittore  sfugge  a  se  stesso  e  al  lettore,  si  sveste  della 


VI.  -  TRADUZIONI  E  IMITAZIONI  DI  ERASMO  73 

sua  personalità;  l'insegnamento  pedagogico  o  morale  si 
occulta  del  linguaggio  signoreggiante.  Altro  che  luciani- 
smo  accademico  !  "  (1). 


(1)  La  traduzione  dello  sconosciuto  C.  C.  della  Stultitiae  laus  è  anche 
riprodotta  nella  mia  edizione  di  ERASMO  DA  ROTTERDAM,  Elogio 
della  pazzia  e  dialoghi,  traduzioni  italiane  di  vari  ecc.  (Bari,  Laterza, 
1914).  «  Quantunque  (è  detto  nella  prefazione)  questo  celebre  opu- 
scolo di  Erasmo  si  possa  certamente  ritradurre  con  vantaggio,  neppur 
io  ho  creduto  di  dover  rifiutare  quella  vecchia  edizione...  e  ho  provve- 
duto soltanto  a  rivederla  ancora  una  volta  sul  testo  latino,  correggendo 
qualche  errore  di  senso,  sostituendo  qualche  parola,  e,  soprattutto,  to- 
gliendo qua  e  là,  quando  riusciva  possibile,  alcune  proposizioni  e  pe- 
riodi che  non  hanno  ombra  di  corrispondenza  col  testo,  e  sono  la  ma- 
nifestazione acuta  del  difetto  generale  e  ineliminabile  di  essa,  la  verbo- 
sità ».  Pei  Colloquia,  vi  si  riproducono  le  versioni  del  Lauro,  del  Toci 
e  mie,  e  le  imitazioni  del  Marino  e  del  Vannetti.  Posteriormente  si  è 
avuto  (in  edizione  assai  lussuosa  ma,  a  dir  vero,  di  cattivo  gusto)  : 
MARCO  BESSO,  L'encomium  morias  di  Erasmo  da  Rotterdam,  con  l'ico- 
nografia dell'opera  e  dell'uomo  (Roma,  Bibl.  Besso  ed.,  1918),  che  con- 
tiene, tra  molte  cose  affastellate,  la  ristampa  del  testo  latino  dell'opu- 
scolo erasmiano  e  una  nuova  versione  italiana,  dovuta  al  padre  Luigi 
Pietrobono.  —  A  proposito  dell'operetta  satirica  di  Erasmo  è  da  vedere 
anche  il  saggio  di  NATALE  CACCIA,  Note  su  la  fortuna  di  Luciano 
nel  Rinascimento.  La  versione  e  i  dialoghi  satirici  di  Erasmo  da  Rot- 
terdam e  di  Ulrico  Hutten  (Milano,  Signorelli,   1914). 


VII. 


POSTILLE  MANOSCRITTE  DI  ORAZIO  ARIO- 
STO AI  n  ROMANZI  ■  DEL  PIGNA 

Il  Barotti,  nella  sua  vita  dell'Ariosto,  cita  due  volte 
un  esemplare  dei  Romanzi  del  Pigna,  da  lui  posseduto, 
con  note  manoscritte  di  Orazio  Ariosto,  e  ne  trae  alcune 
notizie  (1).  Questo  esemplare,  che  si  poteva  credere  smar- 
rito, torna  ora  a  riveder  la  luce,  e  io  Y  ho  nelle  mani 
per  gentile  prestito  di  un  amico  (2). 

E  della  prima  edizione  dell*  opera  :  /  romanzi  di  m. 
Giovan  Battista  Pigna,.,  de  quali  della  poesia  et  della  vita 
dell' Ariosto  con  nuovo  modo  si  tratta  (In  Vinegia,  nella 
bottega  d'Erasmo,  presso  Vincenzo  Valgrisi,  1555):  e 
reca    il  bollo    della  Bibliotheca  Joan.  And.  Barotti  Fer. 

Certamente  esso  fu  donato  dall'autore  a  Giulio  Ario- 
sto, figliuolo  di  Gabriele  e  perciò  nipote  ex  fratre  di 
messer  Ludovico  (3).  Giulio  era  ancora  vivo  nel  1 554,  e 


(1)  Vedi  la  vita  dell'Ariosto,  composta  dal  Barotti,  nella  ristampa 
che  è  di  fronte  al  Furioso,  ed.  di  Milano,  Classici  Italiani,  1812,  pp. 
XXX-XXXI  n,  XLVII  n. 

(2)  Il  prof.  Giorgio  Levi  della  Vida,  della  R.  Università  di  Roma, 
che  1'  ha  trovato  tra  i  libri  della  sua  famiglia. 

(3)  Su  lui,  FRIZZI,  Memorie  storiche  della  nobil  famiglia  Ariosti,  in 
Raccolta  di  opuscoli  scientifici  e  letterari  (Ferrara,    1779),  p.    153. 


VII.  -  POSTILLE  DI  ORAZIO  ARIOSTO  75 

morì  tre  anni  dopo.  E  di  suo  pugno  debbono  essere  al- 
cune parole  scritte  sui  margini;  e  anzitutto  a  pag.  6  del- 
l' introduzione,  in  cui  si  narrano  le  circostanze  del  plagio 
che  il  Pigna  sofferse  dal  Giraldi,  e  si  mentovano  tra  i  te- 
stimoni "  M.  Virgilio  e  M.  Giulio  Ariosti  \  i  quali  ■  san- 
no che  tre  anni  erano  ch'io  l'avea  composto  n:  al  che  una 
postilla  manoscritta  assente  :  n  E  la  verità  n.  Della  stessa 
mano,  oltre  qualche  correzione  di  errori  di  stampa,  è 
la  rettificazione  a  p.  120  dell'anno  di  morte  di  messer 
Ludovico,  segnato  dai  Pigna  come  il  1534  e  corretto 
nel  1533,  e  quella  dell'ora  della  morte,  segnata  dal  Pigna 
nelle   n  hore  ventiquattro  n  e  corretta  nelle   n  ventuna  n. 

Da  Giulio  l'esemplare  dovè  passare  al  figliuolo  Orazio 
(1551-1595),  amico  di  Torquato  Tasso,  noto  come  autore 
di  una  Difesa  del  Furioso  (1585)  e  degli  argomenti  ai 
canti  della  Gerusalemme  e  di  altri  lavori  (1):  il  quale  lo 
postillò  assai  più  riccamente,  ma  di  postille  del  tutto  let- 
terarie. L'unica  di  carattere  biografico  è  a  pag.  71,  già 
trascritta  dal  Barotti,  là  dove  il  Pigna  affermava  che, 
dopo  la  morte  della  Lippa,  n  gli  Ariosti  sempre  crebbero 
in  honori  et  in  in  ricchezze  grandissime  n.  "  Questo  è 
falso  (protesta  la  nota  marginale),  et  io  Horatio  di  tal  fa- 
miglia e  nepote  di  messer  Lodovico  lo  so  benissimo  e 
so  che  la  famiglia  nostra  quale  che  ne  sia  la  cagione  è 
stata  piuttosto  povera  che  mezzanamente  dotata  de*  beni 
di  fortuna  " .  A  pag.  9    è    un'  obiezione,  ma    puramente 


(1)  Su  Orazio,  oltre  il  FRIZZI,  op.  cit.,  pp.  162-3,  il  BAROTTI, 
Memorie  isteriche  di  letterati  ferraresi  (Ferrara,  1792),  pp.  414-17.  Er- 
roneamente il  MAZZUCHELLI,  Scrittori  d'Italia,  pp.  1084-5,  lo  fa  fi- 
gliuolo di  Gabriele  Ariosto. 


76  VII.  -  POSTILLE  DI  ORAZIO  ARIOSTO 

di  logica  formale,  alla  dimostrazione  che  il  Pigna  con- 
duce contro  il  Giraldi:  che  il  plagio  di  quest'ultimo  si 
mostri  anche  nella  composizione  ineguale,  mista  di  cose 
buone  e  di  cattive:  "  Per  molti  di  questi  segni  che  a  chi 
vi  considera  si  veggono  in  quest'opra,  si  potria  dire 
(s' io  non  m'inganno)  che  ella  non  è  del  Pigna,  et  in 
ispecie  parlo  del  primo  libro,  cha  nel  vero  nel  2.°  dice 
di  buone    cose,  et    nel  3°  di  ottime  " . 

S'impara  qualcosa  dalle  postille  letterarie  di  Orazio 
Ariosto  ?  Esse  e'  introducono  subilo  nel  mezzo  dei  di- 
battiti della  Poetica  del  Cinquecento,  che  operava  coi 
concetti  inadeguati  della  imitazione  e  della  verisimiglianza 
e  dei  generi  letterari,  e  si  avvolgeva  perciò  in  contraddi- 
zioni, e  poneva  fragili  distinzioni,  e  delle  une  e  delle  altre 
si  avvedeva  senza  saper  liberarsene,  perchè,  per  liberar- 
sene, sarebbe  dovuta  uscire  da  quella  cerchia,  levarcisi 
sopra,  come  accadde  solo  assai  più  tardi. 

Ne  darò  alcuni  esempi.  Il  Pigna  offre  una  lunga  disqui- 
sizione sull'etimologia  della  parola  "  romanzi  "  :  etimologiz- 
zare arbitrario,  correlativo  all'ancora  deficiente  senso  sto- 
rico e  al  concetto  arbitrario  che  si  aveva  del  linguaggio. 
L'Ariosto  annota  a  p.  1 4  :  n  Diligente  investigatore  della 
etimologia,  e  trascuratissimo  nel  parlar  della  dimnitione 
tanto  necessaria  :  e  pur  non  ne  fa  parola  " .  Ne  verbum 
quidem:  ma  appunto  nei  tentativi  di  definire,  di  logica- 
mente definire,  la  teoria  dei  generi  scopriva  la  sua  de- 
bolezza. 

Più  avanti  (p.  15)  alla  distinzione  introdotta  dal  Pigna 
dei  tre  modi  dell'  imitare,  di  una  stessa  cosa  con  di- 
verso genere  (come  con  colori  e  con  linee  e  colori),  di 
cose  diverse  con  uno  stesso  genere  (come  in  verso  solo 


VII.  -  POSTILLE  DI  ORAZIO  ARIOSTO  77 

le  cose  belle  o  solo  le  cose  brutte),  e  infine  di  una  stessa 
cosa  con  lo  stesso  genere  ma  con  diverso  modo  (come 
gli  eroi  in  epica  o  in  tragedia),  —  lo  scontento  dell'anno- 
tatore rinasce  :  "  A  che  serve  questa  stravagante  e  con- 
fusa distinzione  della  imitazione,  se  non  si  vede  neanco 
nel  progresso  dell'opera  ?  n. 

Il  Pigna  sosteneva,  con  altri  del  suo  tempo,  la  supe- 
riorità dell'artista  che  elabori  materie  storiche  e  tradizio- 
nali rispetto  a  quello  che  inventa  di  suo  favole  e  perso- 
naggi, perchè,  a  far  ciò,  n  non  vi  è  tanto  obligo  n  e  vi 
è  n  minor  industria  n.  L'Ariosto  avverte  bensì  che  questa 
dottrina  non  regge  ;  ma  non  può  giungere  sino  alla  radice 
dell'errore,  che  è  nel  porre  il  proprio  dell'arte  in  altro 
che  non  sia  la  personalità  stessa  dell'artista,  il  suo  senti- 
mento e  perciò  la  sua  fantasia.  "  Se  non  vi  è  tant'obligo, 
vi  è  più  più  artificio,  et  quasi  crederei  che  colui  fosse 
chiamato  indegnamente  Poeta  che  da  altri  tolse  la  favola, 
da  Aristotile  chiamata  anima  della  Poesia,  et  nella  quale 
è  posto  il  fondamento  dell*  imitare  ;  anzi  che,  se  torrà  da 
altri  la  materia,  si  dirà  più  tosto  che  egli  la  narri,  ch'egli 
la  imiti  n.  Nelle  cose  finte  e  nuove,  asseriva  il  Pigna, 
non  si  ottiene  il  piacere  che  nelle  altre,  nelle  quali  si 
gode  del  riscontro  tra  il  fatto  e  V  imitazione  :  n  Anzi  (ri- 
batte il  postillatore)  il  piacere  sarà  maggiore  quanto  più 
nova  sarà  la  favola,  purché  nel  resto  essa  sia  degna  di 
lode  n.  Non  è  cosa  ragionevole,  rincalzava  il  Pigna,  che 
di  un  grandissimo  fatto  di  un  grandissimo  personaggio  non 
si  abbia  contezza,  quando  invece  ciò  è  ragionevole  per 
piccoli  fatti  e  piccoli  personaggi,  come  nella  commedia. 
E  il  postillatore  suggerisce  :  n  Facciasi  avvenire  in  paesi 
dai  nostri  remoti  ".  E,  concludendo  il  Pigna  che,  poiché 


78  VII.  -  POSTILLE  DI  ORAZIO  ARIOSTO 

neanche  il  poema  romanzesco  imita  cose  false,  cade  l'o- 
biezione, l'Ariosto  (p.  21)  lo  accusa  d' inconcludenza  : 
n  Non  fu  posta  per  obiezione,  anzi  per  differenza  tra 
F  Epico  e  *1  Romanzo,  la  quale  se  non  porta,  e  se  non 
ne  portano  d'altre  che  siano  specifiche,  come  l'Epico  e  '1 
Romanzo  non  saranno  una  stessa  specie  di  Poesia  ?  n .  La 
difficoltà  è  sempre  quella  :  posto  l'arbitrio  dei  generi  let- 
terari, distinguere  e  definire   logicamente. 

Di  tali  negazioni,  che  non  sono  ricostruzioni,  viene  lo 
Ariosto  cospargendo  i  margini  dei  primo  libro  del  trat- 
tato del  Pigna;  come  (per  dare  ancora  qualche  esempio) 
a  p.  24,  —  dove  il  Pigna  dice  che  le  tragedie  di  lieto 
fine  piacciono  alla  gente  di  vii  condizione,  laddove  quelle 
di  fine  tristo  sono  le  vere  e  degne,  perchè  ci  presentano 
gravi  avvenimenti  di  fortuna  che  si  volgono  a  impensato 
male,  e  più  ha  del  meraviglioso  una  estrema  sciagura  che 
opprima  i  grandissimi  re  che  non  una  prosperità  che  li 
innalzi,  —  risponde  con  un  reciso  no  :  "  No.  Bella  ra- 
gione per  preporre  le  tragedie  di  tristo  fine  a  quelle  di 
fin  lieto  n  ;  —  o  a  p.  32,  dove,  distinguendo  i  soggetti,  il 
Pigna  introduce,  oltre  il  n  composto,  ",  quello  "  pertur- 
bato n,  che  presenta  commutazione  di  stato  di  bene  in 
male  o  di  felicità  in  miseria,  e  l'Ariosto  osserva:  n  Questo 
genere  perturbato  non  conobbe  Aristotele,  e  se  dee  in- 
tendersi come  egli  medesimo  lo  dichiara  a  e.  82,  non 
sarà  agevole  il  distinguerlo  dal  composto  n.  Anche  nel  se- 
condo libro,  p.  97,  l'Ariosto  non  è  soddisfatto  delle  teo- 
rie del  Pigna  :  n  Tutto  il  precedente  trattato  de'  nomi  è 
alquanto  avviluppato,  e,  se  non  che  se  ne  rimette  al  trat- 
tato dei  Sigone,  sarebbe  molto  da  biasimare  che  non  ne 
dia  più  chiari  esempi  ". 


VII.  -  POSTILLE  DI  ORAZIO  ARIOSTO  79 

Il  secondo  e  terzo  libro  trattano  direttamente  di  messer 
Ludovico  e  del  Furioso;  e  perciò  le  postille  si  riferiscono 
a  singoli  luoghi.  A  p.  81  il  Pigna  qualificava  come  agni- 
zione l'episodio  di  Rinaldo  e  Guidone:  n  Parmi  (dice  lo 
Ariosto)  che  questa  agnitione  non  sia  discompagnata  da 
una  ben  espressa  Peripetia,  quale  è  che,  dove  Rinaldo 
si  credea  di  combattere  col  nemico,  egli  trova  che  com- 
batte col  fratello  n.  E  sempre  la  critica  rettorica,  che  mira 
al  classificare.  A  p.  1 03  il  Pigna,  riferendosi  a  Ludovico 
Ariosto,  adopera  il  pronome  "  costui  n.  Orazio  Ariosto 
protesta  per  la  sconvenienza  linguistica:  n  Male  sta  quella 
voce,  di  dispregio  anzichenò,  tra  tante  lodi  ".  Il  Pigna 
(p.  105)  giudica  come  principali  tra  le  commedie  dello 
Ariosto,  "  per  essere  più  doppie  n,  la  Cassarla  e  i  Sup- 
positi.  n  Dove  riman  la  Lena,  doppiissima  nella  sua  sem- 
plicità ?  E  forse  se  il  Negromante  non  cozza  colla  Cas- 
sano, non  è  che  egli  ceda  ai  Soppositin.  Il  Pigna  (p.  105) 
taccia  il  senese  dai  Soppositi  di  credere  e  fare  cose  non 
molto  verisimili  :  '  Verisimilissime  sono,  stando  la  sem- 
plicità di  quella  città,  per  testimonio  di  Dante  in  più  di 
un  luoco  ".  Ap.  108  avverte  che  n  tumulto  a  quello  della 
Lena  simigliante  pose  Terentio  nel  suo  Eunucho  ". 

Anche  le  osservazioni  su  luoghi  corretti  dall'  autore 
stesso  nel  Furioso  sono  alcune  affatto  teoriche,  altre  più 
propriamente  particolari  e  critiche.  A  p.  130,  per  esem- 
pio, il  postillatore  fa  le  sue  riserve  circa  la  sentenza  del 
Pigna  che  il  sermone  sarà  molle  ogni  volta  che  si  trat- 
tino cose  gravi  e  difficili  essendoché,  ove  cresce  il  sog- 
getto, bisogna  allentare  nelle  voci  :  "  Nelle  cose  difficili 
son  con  lui ,  ma  quanto  alle  grandi  non  gli  credo  senza 
ragione  ;  perchè,  se  le  parole  son  note  e  segni  de*  con- 


80  VII.  -  POSTILLE  DI  ORAZIO  ARIOSTO 

cetti,  bisognerà  che  tra  loro  siano  proportionati,  e  così  il 
gran  concetto  vorrà  sermone  grande  e  pien  di  maestà 
non  molle  n.  Talvolta,  applaude  alle  ragioni  che  il  Pigna 
adduce  dei  mutamenti  introdotti  nel  Furioso  dall'autore  : 
Al  verso  :  "  Non  gli  saria  sempre  ai  desir  rubella  n  era 
stato  sostituito:  n  Non  sarà  a'  suoi  desir  sempre  rubella  n, 
perchè  (dice  il  Pigna)  ir  dinanzi  a  ru  non  lasciava  cor- 
rere il  verso,  e  quando  la  lingua  è  sforzata  à  fare  i  moti 
contrari  Y  un  subito  dopo  l'altro,  le  parole  vengono  ad 
aver  duro  e  rincrescevole  strepito .  n  Sottile  e  bella  ra- 
gione n  (p.  135).  Altrove  era  detto:  n  Me  sola  trar  vo 
di  tutt' altre  fora  n,  corretto  poi  :  n  Sola  di  tante  io  vo 
trarmi  fora  s ,  e  poi  ancora  :  n  Me  sola  di  tant' altre  vo 
trar  fuora  n,  perchè  (dice  il  Pigna)  i  nomi  che  significano 
moto  devono  nel  verso  aver  il  luogo  del  corso,  e  quei  che 
denotano  quiete,  avervi  la  sede  della  giacitura  :  n  Sottile 
et  ingegnosa  consideratione  n  (p.  145).  Invece:  "  E  co- 
me dicea  1*  oste  e  dicea  il  vero  n ,  sostituito  a  "E  per 
quel  che  narrò  quivi  l'ostiero  n,  aveva  suggerito  al  Pigna 
questa  considerazione  :  "  Questa  rima  vero  non  è  propria 
della  stanza,  e  pure  si  vede  che  questo  verso  può  piacere 
più  del  primo  n  :  e  l'Ariosto  nota:  n  La  ragione  di  questo 
si  desidera.  Quasi,  oltre  la  distintione  delle  voci  data  per 
rispetto  de  versi  e  delle  prose,  sia  anco  necessario  darne 
altra  secondo  varie  maniere  di  versi  ;  tal  che  altre  sian 
proprie  delle  stanze,  altre  de'  sonetti,  altre  delle  canzo- 
ni, ecc.  Ben  si  distingueranno  le  voci  secondo  le  varie 
specie  de  poemi,  a'  quali  diversi  stili  e  diversi  decori  si 
accomodino  n.  Nel  canto  Xf  :  n  Lasciato  avea  ciascuna 
cosa  oscura  n,  mutato  in:  n  L'aria  e  la  terra  avea  lasciata 
oscura  ",  era  parso  al  Pigna  effetto  dell'obbligo  che  ha 


VII.  -  POSTILLE  DI  ORAZIO  ARIOSTO  81 

lo  scrittore  di  romanzi,  rivolgendosi  a  uditorio  alquanto 
misto,  di  parlar  più  chiaramente  che  non  l'epico:  "  Non 
crederei  che  questa  fosse  la  cagione  di  questo  mutamento, 
ma  piuttosto  la  riconoscerei  da  un  poco  di  desiderio  di 
amplificar  maggiormente  ,  e  questo  se  pur  qui  si  dee  cer- 
car altra  ragione  che  il  semplice  gusto  di  chi  scrisse  et 
dell'orecchio  de'  lettori  n.  Il  verso  :  n  Lasciar  da  lungi 
dietro  i  lor  stendardi  n,  cangiato  poi  in  n  Dietro  lascian 
lontani  i  lor  stendardi  n,  e  in  fine:  n  S'avean  lasciato  ad- 
dietro i  lor  stendardi  n ,  aveva  fatto  credere  al  Pigna  che 
così  n  lungi  "  come  "  lontani  n  vi  fossero  di  più  e  infiac- 
chissero il  numero.  n  Stando  la  parola  lontano,  si  facea  più 
noto  l'ordine  dei  tre  ,  a  qual  fine  tende  tutto  quel  verso; 
però  quel  lontano  non  era  senza  gratia,  e  quanto  al  nu- 
mero, e  quanto  anche  al  concetto:  ond*  io  direi  che  que- 
sta non  sia  la  vera  cagione  di  questo  mutamento  n.  Dei 
versi  :  n  Ed  egli  e  Ferraù  gli  aveano  indotte  L'armi  del 
suo  progenitor  Nembrotte  ",  variati  in:  "  ...  gli  han  messo 
l'usbergo,  eh'  al  fier  Nembrotte  armò  già  il  petto  e  '1 
tergo  n,  e  poi  restituiti  nella  prima  forma,  il  Pigna  dava 
ragione  con  la  ritrosia  dell' Ariosto  a  quel  latinismo  (in- 
dotte), alfine  accettato  come  il  men  male  :  n  No:  che  chi 
gratiosamente  introduce  parole  straniere  merita  lode  ".  Al 
verso  dall'Ariosto  cangiato  senza  accordarlo  grammatical- 
mente col  seguente  :  "  Che  fosse  eulta  in  suo  linguaggio 
io  penso  Ed  era  nella  nostra  tale  il  senso  ",  verso  che 
il  Pigna  suggeriva  di  correggere  :  n  Et  era  in  questo  no- 
stro tal  il  senso  n,  il  postillatore  suggerisce  invece:  "  E 
sarebbe  nel  nostro  n  ecc. ,  muta  meglio  il  Ruscelli ,  il 
quale  però  non  farebbe  sempre  meglio,  anzi  alle  volte  fa 
non  bene,  e  dice  cose  frivole,   e  se  move  buoni  dubbi, 


82  VII.  -  POSTILLE  DI  ORAZIO  ARIOSTO 

rimette  il  lettore  per  la  solutione  a  sue  opere  che  cleono 
essere  morte  prima  che  nate  poiché  non  son  state  mai 
vedute  ". 

Sono  minuzie  queste  che  siamo  venuti  traendo  dall'e- 
semplare dei  Romanzi,  postillato  dal  nipote  di  messer 
Ludovico;  ma  la  lettura  di  queste  postille  ci  ha  ricon- 
dotti all'ambiente  critico  letterario  della  seconda  metà  del 
Cinquecento,  e,  in  virtù  del  nome  del  loro  autore,  ci  ha 
come  ravvicinati  per  qualche  istante  alla  persona  del  gran 
poeta  del  Furioso. 


Vili. 

LIBRI  SECENTESCHI  SUI  MISTERI 
DEI  NUMERI 

Fu  assai  letto  non  solo  in  Italia,  ma  in  tutta  Europa, 
dalla  fine  del  cinquecento  a  tutto  il  seicento,  il  libro  del 
patrizio  e  canonico  bergamasco  Pietro  Bongo,  sui  mi- 
steri dei  numeri.  Ne  ho  innanzi  l'edizione,  arricchita  di 
aggiunte,  che  Fautore  ne  die  nel  1 599,  due  anni  prima  di 
morire,  e  che  forma  un  assai  grosso  volume:  Numerorum 
mysteria,  opus  maximarum  rerum  doctrina  et  copia  refertum, 
in  quo  mirus  in  primis  ,  idemque  perpetuus  Arithmeticae 
Pythagoricae  cum  Divinae  Paginae  numeris  consensus, 
multiplici  ratione  probatur  (Bergomi,  typis  Comini  Ven- 
turae,  eiusdem  urbis  Typographi,  MDXCIX).  Era  già  stato 
stampato  quindici  anni  innanzi,  presso  lo  stesso  editore, 
col  titolo:  De  mystica  numerorum  significatione  {]  583-4), 
e  di  nuovo  due  volte  a  Venezia  nel  1 685  e  a  Bergamo 
nello  stesso  anno,  e  altre  tre  edizioni  si  erano  seguite  nel 
1590,  1591  e  1593;  e  dopo  la  morte  dell'autore,  fu  an- 
cora ristampato  a  Parigi,  presso  Reginaldo  Chaudière, 
nel  1618  (1). 

(1)  Si  veda  il  MAZZUCHELLI ,  Scrittori  d'Italia,  sub  nona.,  e  più 
particolarmente  B.  VAERINI ,  Scrittori  di  Bergamo  (Bergamo  ,  1 788), 
I,  229-30. 


84  Vili.  -  LIBRI  SUI  MISTERI  DEI  NUMERI 

Qui  si  possono  trovare  tutte  le  più  varie  erudizioni  e 
le  più  curiose  e  strane  corrispondenze  non  solo  per  l'u- 
nità, pel  binomio,  per  la  triade,  per  la  tetrade,  pel  set- 
tenario, pel  novenario,  ma  per  moltissimi  altri  numeri,  an- 
che dei  più  grossi,  fino  al  numero  144000  e  al  "  mille- 
nare  cubo  n,  anzi  ai  "  numeri  maggiori  B  e  alla  "  molti- 
tudine n.  Ma  io  non  trascriverò  ne  alcune  né  una  delle 
fitte  pagine  latine  dell'opera,  e,  per  dare  un  saggio  di 
siffatte  trattazioni,  ricorrerò  piuttosto  a  un  libercolo  vol- 
gare, scritto  da  un  amico  del  Bongo,  il  dottor  Decio  Ce- 
lere, che  tratta  dell' Heroe  (1).  Nel  quale,  dopo  che  si 
sono  stabiliti  n  li  quattro  gradi  della  virtù  morale,  per  gli 
quali  procedendo  l'uomo  studioso  finalmente  arriva  alla 
grandezza  heroica,  dico  virtù  civile,  virtù  purifi- 
cante, virtù  purgata  et  virtù  esemplare",  si 
domanda  (cap.  22)  :  "  Perchè  gli  Pitagorici  giurassero 
per  l'Autore  del  numero  quaternario  n,  e  si  sostiene  che 
col  Quattro  essi  non  alludessero  ne  ai  quattro  gradi  dell'Es- 
sere, ne  alle  quattro  proprietà  delle  cose,  ne  alle  quattro 
nature  dell*  uomo,  ma  appunto  a  quei  quattro  gradi  della 
virtù  morale.  E  al  Quattro  si  consacra  uno  speciale  capi- 
toletto (e.  32)  col  titolo  :  Misteri  et  laudi  del  numero 
Quaternario,  che  dice  così  : 

Io  non  mi  posso  contenere  in  questo  particolare  di  non  recitare  al- 
cuni delli  molti  et  segnalati  privilegi  di  cotesto  numero,  ancorché  non 


(1)  Sommarialdescrittione  dell' Heroe,  nella  quale  filosoficamente  si  di- 
scorre della  natura,  cause  et  effetti  meravigliosi  dell'  Heroe,  prima  se- 
condo il  parere^di  Aristotele,  et  poi  anche  secondo  quello  di  Platone. 
Novamente  composta  dall'  Eccell.  Sig.  Dottore  DECIO  CELERE,  a  gusto 
et  indirizzo  di  quelli  che  desiderano  di  pervenire  al  sommo  della  virtù 
et  farsi  chiari  al  mondo^(In  Brescia,  presso  G.  B.  et  A.  Bozzola,   1 607). 


Vili.  -  LIBRI  SUI  MISTERI  DEI  NUMERI  85 

mi  sia  celato,  che  il  dottissimo  Signor  Bongo,  già  mio  grande  amico, 
ne  abbia  fatto  longo  discorso  nel  suo  volume  di  numeri.  Prima  adon- 
que  io  avvertisco,  che  il  numero  quaternario  è  detto  in  sé  potential- 
mente  contenere  il  denario,  che  è  la  somma  di  tutti  gli  numeri  sem- 
plici :  attento  che  nel  quaternario  sono  l'uno,  il  duo,  il  tre  et  il  quattro, 
gli  quali  ridotti  in  una  somma  fanno  appunto  dieci.  Et  però  il  Magno 
Siriano  lasciò  scritto,  che  gli  quattro  primi  principi]  delle  cose,  secondo 
la  Pitagorica  Scola,  cioè  Iddio,  mente,  anima  et  prima  materia,  furono 
dalli  seguaci  di  quella  spesso  nominati  sotto  il  titolo  della  Veneranda 
Decade.  Di  più  riferisce  Celio  Rhodigino,  che  il  nome  di  Dio  appresso 
tutte  quasi  le  nationi  è  scritto  con  quattro  lettere  sole:  il  che  Filone 
stima  esser  degno  di  alta  consideratione,  et  massime  in  quel  nome,  che 
gli  Rabbini  tenevano  celato  dal  volgo,  giudicando  doversi  manifestare 
solo  alli  innocenti  et  puri.  In  Cielo  anco  gli  Astronomi  riconoscono 
quattro  angeli  principali,  dalli  quali  pensano  discendere  specialmente  gli 
influssi.  Nel  medesimo  modo  gli  Filosofi  et  Medici  partiscono  questa  re- 
gione sottolunare  in  quattro  elementi,  fuoco,  aere,  acqua  et  terra:  nelli 
quali  dicono  anco  prevalere  quattro  qualità  principali  :  calidità,  humi- 
dità,  frigidità  et  secchezza  :  et  in  ciascuna  di  questa  gli  Medici  notano 
quattro  gradi  di  eccesso,  overo  intenzione.  Sono  anco  quattro  gli  tem- 
peramenti simplici,  che  dalla  mistione  di  queste  qualità  nelli  corpi  misti 
risultano,  et  quattro  gli  composti  secondo  la  traditione  di  HiprJocrate  et 
Galeno.  Chiaro  è  ancora,  che  la  università  di  corpi  misti  si  riduce  a 
quattro  ordini,  cioè  di  misti  senza  anima,  delle  piante,  delle  bestie  et 
delli  huomini.  Appresso  nell'anno  tutti  concedono  essere  quattro  stagioni, 
Primavera,  Està,  Autunno  et  Verno;  et  nel  mese  quattro  Settimane,  et 
nel  giorno  quattro  parti  principali  :  così  nell'  huomo  si  notano  per  emi- 
nente decreto  quattro  età,  pueritia,  adolescentia,  virilità  et  vecchiezza; 
et  dentro  al  corpo  humano  Hippocrate  pone  quattro  humori,  sangue,  pi- 
tuita, bile  et  melancholia,  delli  quali  asserisce,  che  sono  come  prossimi 
elementi  delle  parti  similari.  Galeno  ancora  attesta  che  quattro  sono  gli 
membri  che  tengono  sopra  gli  altri  il  principato  nel  corpo,  cerebro, 
cuore,  fegato  et  testicoli  :  et  delle  infermità  il  medesimo  scrive,  che  di 
quattro  in  quattro  giorni  si  movono  alla  crisi  et  giudicio  loro.  Ricordano 
aver  letto  appresso,  che  il  dolor  delle  ferite  si  inacerbisce  il  quarto 
giorno  :  il  che  pare  di  convenire  anco  al  volere  dei  Sacri  Libri,  come 
nota  il  Valesio  :  et  gli  Teologi  comunemente  scrivono  che  quattro  sa- 


86  Vili.  -  LIBRI  SUI  MISTERI  DEI  NUMERI 

ranno  le  doti  di  corpi  gloriosi,  cioè  agilità,  impassibilità,  chiarezza  et 
sottigliezza.  Di  più  in  questo  trattato  molte  volte  riabbiamo  detto  che 
quattro  sono  le  virtù  principali,  prudenza,  fortezza,  temperanza  et  giu- 
stitia  :  alle  quali  si  confanno  molto  le  quattro  doti  del  corpo,  ingegno, 
gagliardia,  sanità  et  bellezza,  che  sono  capi  di  tutte  le  altre  doti  del 
corpo,  sì  come  anche  le  dette  virtù  abbracciano  in  sé  tutti  gli  abiti 
morali.  Fra  le  Romane  leggi  Seneca  celebra  sopra  modo  questa  :  Quis 
sciens  damnum  dederit,  reddat  quadruplum,  qui  insciens  simplum.  Et  dice 
esser  stata  a  suoi  tempi  consuetudine  di  pregare  alcuno  quattro  volte, 
in  ogni  caso  che  da  lui  si  volesse  ottenere  qualche  gratia. 

Similmente  dall'  Ecclesiastico  ci  viene  intimato,  che  quattro  sono  le 
cose  specialmente  necessarie  alla  conservazione  della  vita:  pane,  acqua, 
vestimento  et  casa.  Appresso  confessa  il  medesimo,  che  quattro  sono 
gli  estremi  dell'  huomo,  bene,  male,  vita  et  morte  ;  et  altresì  quattro  gli 
mezzi,  con  gli  quali  il  giustissimo  Iddio  ne  castiga  et  purga,  fuoco,  gran- 
dine, fame  et  morte.  Di  più,  scrivono  gli  Geometri,  che  la  figura  qua- 
drata sopra  tutte  le  altre  è  stabile  e  ferma  :  onde  alcuni  da  ciò  hanno 
argomentato  che  1'  Evangelista  Giovanni  dissegnasse  anco  la  trionfante 
Gerusalemme  in  forma  quadra  :  et  il  Rhodigino  appresso  notava,  che  il 
corpo  quadrato  è  indicio  nelle  cose  di  gran  perfettione  come  quello  che 
ha  sei  superficie  ugualmente  quadrate,  ciascuna  delle  quali  si  vede  con- 
star di  quattro  linee  et  quattro  angoli  retti;  talché  gittata  per  ogni  verso 
in  terra,  cade  sempre  dritto  et  stabilmente  posa.  Fanno  gli  Aritmetici  an- 
cora mentione  di  uno  numero  quadrato,  come  di  cosa  singolarmente  per- 
fetta, et  perciò  Aristotele  chiamò  l'uomo  perfetto  quadrato,  alludendo, 
se  io  non  m*  inganno,  a  quella  sentenza  di  Simonide,  celebrata  da  Pla- 
tone, che  cosa  difficile  è  il  fare  uno  huomo  buono,  che  abbia  le  mani, 
piedi  e  mente  quadrata.  Ad  imitatione  di  quali  Autori  parmi  che  Ga- 
leno anco  appellasse  quelli  habiti  di  corpi,  che  sono  vigorosi  et  sani,  con 
il  cognome  di  quadrati. 

Per  lassiar  intanto,  che  gli  Musici  fra  le  prime  consonanze  hanno  la 
quarta  :  et  che  l'Apostolo  numera  quattro  misure  nelle  cose  spirituali, 
cioè  lunghezza,  larghezza,  profondità  et  altezza.  Et  che  finalmente  quattro 
sono  gli  stati  dell'humana  natura,  cioè  stato  di  innocenza,  stato  di  na- 
tura, stato  sotto  la  legge  et  stato  di  gratia;  alle  quali  totalmente  rispon- 
dono le  quattro  età  del  Mondo  doppo  le  quali  egli  si  ha  da  risolvere 
in  cenere. 


Vili.  -  LIBRI  SUI  MISTERI  DEI  NUMERI  87 

Questi  et  simili  sono  gli  privilegi  et  doni  del  Numero  Quaternario, 
dalli  quali  altre  volte  forse  mosso  1*  acuto  Pitagora  disse  quello  essere 
non  causa,  come  pensa  Galeno,  ma  simbolo  d'unione,  di  compimento, 
di  felicità,  et  eccesso  mirabile. 

Come  si  vede  la  trattazione  prende  in  queste  pagine 
del  Celere,  come  già  in  quelle  del  Bongo,  un  andamento 
secentesco,  di  curiosità  e  ingegnosità  accademiche;  e  altre 
trattazioni  dello  stesso  genere  si  ebbero  in  quel  secolo, 
delle  quali  ricordo  una  manoscritta,  che  ebbi  tra  mano 
molti  anni  fa,  di  un  napoletano  Luca  Auriemma  sul  Tre, 
in  cui  erano  raccolte  tutte  le  più  varie  triadi  di  cose,  e 
anche  una  lunga  serie  di  proverbi  trimembri  (1). 

Ma  sotto  l'accademico  capriccio  della  cicalata  pur  per- 
sistevano le  tradizioni  pitagoriche  e  quelle  medievali,  che 
nei  numeri  stimavano  simboleggiati  i  misteri  della  divi- 
nità. Il  Bongo  insiste  sull*  accordo  per  questa  parte  della 
dottrina  pitagorica  con  la  cristiana  ;  e  rivendica  perciò 
alla  scienza  da  lui  coltivata  un  metodo  diverso  da  quello 
del  ragionamento.  "  Cum  enim  ",  dice  nella  introduzione, 
1  duplex  sit  probandi  modus,  unus  videlicet  ratione,  alter 
auctoritate  constans,  atque  in  reliquis  disciplinis  primum 
locum  teneat  ratio,  postremum  auctoritas  ;  in  hoc  non  tam 
r  a  t  i  o  n  i  s  et  garruli  s  y  1 1  o  g  i  s  m  i  vis,  quam  a  u  e  t  o- 
r  i  t  a  t  i  s  sibi  locum  vindicat.  Triumphant  in  natura  et 
humanis  inventionibus  atque  figmentis,  si  fas  est,  Syllo- 
gismorum  artificia,  sed  in  Pythagorica  disciplina,  quae  Di- 
vina scrutatur  Mysteria,  locum  sibi  minimum  sperent  aut 
tenuem  n. 


(1)  Un  saggio  se  ne  può  vedere  nelle  note  alla  Posilecheata  del  Sar- 
nelli,  ed.  Imbriani  (Nàpoli,  Morano,  1885),  pp.  112-130,  dove  si  leg- 
gono vari  testi  sulle  «  virtù  del  Tre  ». 


88  Vili.  -  LIBRI  SUI  MISTERI  DEI  NUMERI 

Nel  suo  Polistore  il  Morhof,  discorrendo  la  storia  della 
scuola  pitagorica  e  in  particolare  di  Giamblico,  dopo  aver 
citato  la  dissertazione  in  cui  Giovanni  Meursio  riunì  tutto 
ciò  che  dai  filosofi  greci  si  traeva  circa  la  dottrina  pitago- 
rica dei  numeri,  mentova  il  libro  dell'italiano  Bongo,  meno 
ordinato,  accurato  e  diligente  (egli  dice)  del  lavoro  del 
Meursio,  ma  più  pieno  e  copioso,  nel  quale  per  altro 
l'autore  "  multa  addit  non  ex  pythagoricis  fontibus  hausta, 
sed  e  Cabalistarum  et  Enthusiastarum  scriptis,  qui  in  hoc 
argumento  valde  sunt  operosi  n  (1).  Anche  un  altro  autore 
italiano  egli  cita,  Teodoro  Osio  di  Milano,  il  quale  pub- 
blicò un  libro  su  L'Jlrmonia  del  nudo  parlare,  overo  la 
Musica  ragione  della  voce  continua,  nella  quale  a  forza 
di  aritmetica  e  di  musiche  speculazioni  si  pongono  alla 
prima  le  regole  sino  al  presente  stabilite  dagli  osservatori 
del  numero  della  prosa  e  del  verso,  e  lasciò  inedito  un 
altro  libro  di  Meditationes  Rhytmicae  in  duas  partes  di- 
stinctae,  quarum  una  theoreticam,  altera  practicam  facul- 
tatis  sciendi  per  numeros,  sive  restitutam  Pythagoreorum 
doctrinam  pollicetur  (2). 

Pure  il  Morhof  non  ispregiava  quelle  indagini  e  ma- 
nifestava I'  avviso,  comune  ai  dotti  del  suo  tempo,  che 
esse  contenessero  del  serio  e  del  buono.  n  Nelle  scienze 
matematiche  (traduco  dal  suo  latino)  che  cosa  ci  è  che  non 


(1)  D.  G.  MORHOFII,  Polystor,  literarim,  philosophicus  et  practicus 
(cito  dalla  ed.  4a,  Lubecae,  1747),  II,  14-15.  Il  Morhof  nacque  nel 
1639  e  morì  nel   1691. 

(2)  Op.  cit.,  I,  394-5  :  cfr.  G.  GHILINI,  Teatro  d' huomini  letterati 
(Milano,  s.  a.,  ma  1640,  pp.  408-10).  —  Anche  del  Bongo  il  VAERINI, 
1.  e,  ricorda  un'altra  operetta  rarissima  :  De  musica  quaternarii  Numeri 
significatione  (Venezia,  per  G.  B.  Ugolini,    1585). 


Vili.  -  LIBRI  SUI  MISTERI  DEI  NUMERI  89 

sia  divino  ?  Qui  si  offre  prima  la  dottrina  dei  numeri,  che 
meritamente  è  da  dir  tutta  divina.  Quante  e  quanto  ar- 
cane siano  le  possanze  dei  numeri,  neanche  oggi  è  ab- 
bastanza cognito.  Il  che  ben  vedendo  Pitagora  non  trovò 
modo  più  comodo  di  celare  i  segreti  della  sua  filosofìa, 
ed  insieme  di  aprir  tutto  agli  intelligenti,  che  nasconderli 
nei  suoi  numeri,  i  quali  a  ragione  dirai  formali  :  imper- 
ciocché, nominandosi  numeri,  non  s*  intendono  se  non  le 
occulte  proporzioni  della  natura,  i  progressi,  le  operazioni, 
le  rivoluzioni  definite  da  Dio  stesso  ;  nel  qual  modo  non 
è  troppo  difficile  adombrare  con  quelli  tutti  i  misteri  della 
sapienza  divina  ed  umana.  Non  creda  alcuno  temeraria- 
mente che  i  suoni  si  assolvano  nel  settenario  ,  i  numeri 
nel  novenario,  e  che  di  qui,  con  le  stesse  avaxu%X(óaet$, 
si  riducano  in  centenari  e  millenari.  Qui  sono  nascosti 
tipi  di  cose  astruse,  in  essi  quasi  prefigurate:  nelle  quali 
palpitano  come  nelle  tenebre  ,  vedendo  quasi  attraverso 
nebbia,  gli  autori  che  ci  hanno  lasciato  sui  misteri  dei 
numeri  interi  volumi  £aTOpoóu.eva,  non  già  cpcXoaocpoujjieva. 
La  radice,  e  quasi  il  padre,  di  tutti  i  numeri  è  la  mo- 
nade ,  da  cui  sorge  prima  la  diade,  che  per  mezzo  della 
triade  si  riduce  quasi  in  consonanza  ed  unità.  Da  essa 
procede  la  TexpàxXus  ;  —  per  la  quale,  come  per  cosa 
sacra,  non  senza  ragione  giuravano  i  Pitagorici  n.  Certo 
(continua)  n  molti  impugnano  queste  cose  con  ragioni  in- 
vero non  disprezzevoli  ;  nondimeno  come  in  quasi  tutte 
le  discipline  vi  sono  alcuni  0au[xaaxà,  che  non  tutti  com- 
prendono ne  importa  sapere  ,  così  anche  in  questa  parte 
il  sommo  Maestro  si  riservò  forse  alcune  cose.  Dio  ha 
alcune  cose,  per  così  dire,  riservate,  alle  quali  non  sono 
ammessi  se  non  pochi  quos  ardens  evexit  ad  aethera  virtus. 


90  Vili.  -  LIBRI  SUI  MISTERI  DEI  NUMERI 

Tali  precipuamente  sono  le  precognizioni  del  futuro,  o  che 
questo  si  deduca  dalla  configurazione  degli  astri  o  d'altron- 
de ,  la  conoscenza  del  sommo  arcano  fisico,  e  le  accurate 
ragioni  dei  tempi  che  1*  antico  Padre  dei  giorni  e  dei 
tempi,  con  arcano  consiglio,  volle  nascoste  all'uomo:  quan- 
tunque sieno  alcuni  che,  lui  consenziente,  abbiano  ten- 
tato 7capaxó<J>at  in  quegli  arcani.  Nella  grande  famiglia 
di  Dio  ci  aggiriamo  ,  bimbi  e  fanciulli  gli  uni ,  altri  di 
età  più  matura,  e  se  a  quelli  è  non  solo  inutile  ma  pe- 
ricoloso conoscere  talune  cose,  questi  talora  sono  ammessi 
nella  società  del  governo  domestico,  in  tal  modo  per  altro 
che  le  occulte  dispensazioni  delle  cose  spettino  ai  solo 
padrefamiglia.  Egli  delle  singole  scienze  mise  da  parte  per 
se  qualche  oafàaXfAa,  TéyvYjfAa,  col  quale  talora  bea  i  fi- 
gliuoli, mentre  le  restanti  cose  concede  anche  xolg  e£a)  "  (1  ). 
Ma,  con  lo  svolgersi  del  pensiero  moderno,  mentre  la 
matematica  diventava  sempre  più  strumento  delle  scienze, 
la  filosofia  sempre  più  si  liberava  da  essa,  e  non  era  più 
disposta  a  ricercare  nei  numeri  gli  arcani  dell'  Essere. 
Nel  Dizionario  filosofico  del  kantiano  Krug  è  dichiarato 
l'avvenuto  rivolgimento.  n  Si  è  voluto  trovare  (egli  dice), 
specialmente  dal  tempo  di  Pitagora  e  della  sua  scuola, 
ogni  sorta  di  segreti  nei  numeri  e  nei  loro  sistemi,  e  per- 
fino nello  zero  ,  e  si  è  cercato  anche  di  trasformare  la 
Filosofìa  stessa  in  un'Aritmetica  filosofica.  Ma  tutto  ciò  è 
vuoto  almanaccamene  ;  nei  numeri  si  ripete  sempre  sol  • 
tanto  la  stessa  operazione  del  porre,  contrapporre  e  con- 
giungere  ;  e  certo,  tra  le  combinazioni  infinitamente  varie 
che  a  questo  modo  sono  possibili,  se  ne  trovano    anche 


(1)  Op.  cit.,  I,  118-9. 


Vili.  -LIBRI  SUI  MISTERI  DEI  NUMERI  91 

di  quelle  che  conducono  a  risultati  stupefacenti  e  che 
quasi  confinano  col  prodigioso.  Ma  chi  studia  e  sottilizza 
in  siffatte  cose,  in  ultimo  non  impara  a  conoscere  altro 
che  rapporti  numerici,  che  sembrano  nuovi  e  mirabili  solo 
perchè  non  si  poteva  prevederli  da  prima  e  perciò  non 
si  aspettavano  n.  Il  Krug  ,  dopo  avere  recato  di  ciò  in 
esempio  i  "  quadrati  mistici  n  o  n  magici  n,  concludeva: 
"  La  filosofia  ammonisce  fermamente  a  guardarsi  dagli 
inutili  almanaccamene  sui  cosiddetti  misteri  dei  nu- 
meri, come  appaiono  nell'opera  di  Goldbeck,  Bedeutung 
der  Nuli ,  oder  erste  Fiamme  der  Morgenróthe  der 
WahrheiU  dove  il  Numero  tiene  una  formale  allocuzione 
ai  suoi  avversari,  e  conclude  con  le  parole  :  I  o  il  Nu- 
mero! Con  tutto  il  rispetto  verso  le  matematiche,  la 
filosofia  deve  dirle  per  questo  riguardo  quel  che  Archi- 
mede avrebbe  detto  al  soldato  romano  :  Noli  turbare 
circulos  meos  /,  —  o  anche:  —  Tieni  per  te  i  tuoi  misteri 
aritmetici,  perchè  io  non  so  che  cosa  farmene!  n  (1). 

Finanche  le  regolarità,  numeriche  d'apparenza,  che  si 
ponevano  nei  sistemi  filosofici,  furono  prese  in  sospetto, 
come  vani  giochetti  o  come  indizi  di  artificio  nei  sistemi 
stessi.  E  nondimeno  (pur  ammettendo  che  assai  di  fre- 
quente i  filosofi  peccassero  in  questo  verso)  i  rapporti  su- 
premi dei  concetti,  l'unità,  la  diade,  la  triade,  la  tetrade, 
sono  da  considerare  davvero  come  numeri  sacri: 
sacri,  si  potrebbe  dire,  appunto  perchè  non  sono 
rapporti    numerici,    ma    rapporti    speculativi,  nei   quali  i 


(1)  W.  T.  KRUG,  Allgemeines  Handwbrterbuch    der  pbilosophiscben 
Wissenschaften  (Leipzig,   1829),  IV,  513-4. 


92  Vili.  -  LIBRI  SUI  MISTERI  DEI  NUMERI 

numeri  stanno  con  semplici  simboli  (1).  Per  questa 
ragione  non  piccola  importanza  rivestono  indagini  filolo- 
giche come  quelle  dell'Usener  sulla  Triade  (2),  dalle  quali 
si  può  desumere  come,  tra  molte  cose  accidentali,  il  ritorno 
di  certi  numeri  nelle  religioni  e  nelle  teologie  si  leghi  a 
profonde  esigenze  delio  spirito  umano  e  a  barlumi  di 
verità. 


(1)  Si  vedano  in  proposito  gli  accenni  della  mia  Logica,  terza  edi- 
zione, pp.   184-6. 

(2)  H.  USENER,  Dreiheit,  nel  Rheinisches  Museum  del  1903  :  e  si 
vedano  intorno  a  questo  lavoro  le  notizie  di  N.  TERZAGHI,  in  Atene 
e  Roma,  VII,  1904,  pp.  134-8,  e  di  E.  BODRERO,  in  Italia  moderna 
di  Roma,  1905. 


IX. 


GIOVANNI   DELLA   CARRIOLA 

E  LA  SUA 

■  STORIA  DI  MARZIA  BASILE  n 

Chi  mai  ripiglierà  in  Italia  il  lavoro,  che  sulle  stampe 
popolari  italiane,  e  sulla  varia  storia  e  poesia  che  esse  ci 
serbano,  conduceva,  con  dotta  industria,  negli  ultimi  anni 
di  sua  vita,  Francesco  Novati  ?  Non  credo  che  altri  col- 
tivi oggi  quel  tema  portandovi  la  larghezza  d' intenti  con 
la  quale  egli  vi  s'era  accinto,  sebbene  in  Italia,  e  anche 
all'estero,  non  manchino  studiosi  che  vi  recano  particolari 
contributi  (1). 


(1)  Ricevo  proprio  ora  dal  Dr.  Karl  Christ,  bibliotecario  della  Bi- 
blioteca prussiana  di  Berlino,  un  importante  scritto  :  Aeltere  Drucke 
Oob\stumlicher  italienischer  Dichtung  in  der  Preussischen  Staatsbibliothek 
(estratto  dai  Fiinfzehn  Jahre  Kbnigl.  und  StaatsbibL,  omaggio  allo  Har- 
nack,  1921).  Tra  le  stampe  popolari  napoletane,  che  vi  sono  indicate» 
noto  una  nuova  e  più  antica  edizione  dell'Opera  di  Belardinello  musico, 
nella  quale  ragiona  delle  cose  di  Napoli,  dal  tempo  di  Re  Marocco  fina 
al  dì  di  oggi,  nuovamente  ristampata  (In  Venetia,  in  Frezzaria,  al  se- 
gno della  Regina,  1590).  Per  numero  e  ordine  di  ottave  essa  non  dif- 
ferisce da  quella  di  Venezia,  1616,  ristampata  da  me  neìYArch.  stor. 
nap„  XXXIX,  81-94  ;  e  le  varianti  sono  lievi,  come  vedo  da  uno  spo- 
glio di  essa  che  il  Dr.  Christ  mi  ha  favorito.  Anche  della  Farsa  delli 
massari  il  Christ  ha  trovato  una  stampa,  di  pari  luogo  e  data,  col  titolo; 
//  lamento  di  Janni,  Anluoni  e  Parmieri,  della  lor  disgratie  e  delle  lor 
moglieri.  Ma  essa  contiene  solo  25  ottave  e  di  queste  solo   15  trovano 


94  IX.  -  GIOVANNI  DELLA  CARRIÒLA 

Il  Novati,  qualche  mese  innanzi  la  sua  morte  immatura, 
pubblicò  un  saggio  (1),  nel  quale  ricostruì  una  parte  del 
patrimonio  letterario  di  un  rimatore  popolare  della  fine 
del  Cinque  e  dei  primi  del  Seicento  ,  che  era  noto  fin 
allora  solo  pel  ricordo  che  di  lui  si  legge  presso  il  Cor- 
tese, il  Basile  e  lo  Sgruttendio  :  Giovanni  della  Carreiòla 
o  della  Carriòla  (2). 

Egli  ritrovò  tre  composizioni  di  questo  cantastorie  po- 
polare :  un  Dialogo  del  Povero  e  del  Ricco,  del  quale 
offerse  un  largo  sunto,  un  contrasto  Sdegno  d'amanti  che 
riferì  per  intero,  e  una  Istoria  di  Marzia  Basile,  che  si 
riprometteva  di  ristampare,  avendo  ricevuto  da  me  i  do- 
cumenti che  illustravano  il  caso  a  cui  si  riferiva  quel  poe- 
metto e  ne  fermavano  la  data,  il   1603. 

Ma  quest'ultimo  lavoro  gli  fu  tronco  dalla  morte,  ed  io 
avevo  pensato  di  compierlo  in  vece  del  compianto  amico, 
se  mi  fosse  stato  possibile  avere  (e,  nonostante  che  gentili 
persone  vi  si  adoperassero  per  me,  non  mi  fu  possibile) 
copia  del  poemetto  del  quale  il  Novati  aveva  visto  un'u- 
nica stampa  dei  primi  del  secolo  decimonono,  uscita  forse 


rispondenza  nel  testo  edito  da  me  in  Atti  dell'Accad.  Pontaniana,  vo- 
lume IX  (1910).  Della  stessa  stampa  il  Novati  aveva  citata  un'edizione 
del  1 580,  ma  senza  avvedersi  dell'  identità  con  la  Farsa  delti  massari  ; 
v.  in  Lares ,  Bollettino  della  Società  etnografica  italiana ,  voi.  II, 
1913,  P.  161. 

(1)  Giovanni  della  Carretòla:  un  cantastorie  napoletano  del  sec.  XVI 
ed  i  suoi  contrasti,  nel  Libro  e  la  stampa,  a.  Vili,  f.  6,  nov.-dic.  1914 
(ma  pubblicato  nel  secondo  semestre  del   1915). 

(2)  Che  tale  e  non  della  Carretòla,  come  per  errore  tipografico  della 
tarda  stampa,  fosse  il  nome,  provò  agevolmente  F.  RUSSO,  Un  canta' 
storie  napoletano,  Napoli,  ed.  Vela  Latina,    1917. 


IX.  -  GIOVANNI  DELLA  CARRIÒLA  95 

da  torchio    bolognese,    che    faceva    parte    della   raccolta 
Bertarelli,  donata  alla  Braidense  e  non  ancora  ordinata. 

Senonchè,  giorni  addietro,  guardando  libri  antichi  nella 
bottega  del  libraio  sig.  Giacomo  Puccinelli,  in  Roma,  a 
piazza  San  Lorenzo  in  Lucina,  mi  venne  tra  mano  una 
miscellanea  di  storie  popolari  napoletane,  tra  cui  è  proprio 
quella  della  Basile.  L*  edizione  ha  la  data  In  Napoli 
1820,  e  il  frontespizio  adorno  di  una  vignetta,  ritraente 
un'esecuzione  di  giustizia,  con  due  impiccati,  una  donna 
che  sta  per  essere  decapitata,  fratelli  confortatori,  soldati 
e  popolo.  La  cortesia  del  sig.  Puccinelli  mi  ha  con- 
sentito di  trarne  copia  e  mi  mette  ora  in  grado  d'infor- 
mare i  curiosi  intorno  al  poemetto  del  quale  il  Novati 
non  potè  darci  1"  illustrazione. 

L'edizione  napoletana  del  1 820  conta,  come  quella  vista 
dal  Novati,  cinquantuna  ottave,  e  comincia  con  gli  stessi 
versi  di  quella ,  in  forma  alquanto  più  corretta  ;  ma  non 
termina  col  distico,  riferito  dal  Novati  e  contenente  il 
nome  dell'autore  :  "  Ed  io  Giovanni  della  Carreiòla  — 
Fermo  la  penna,  inchiostro  e  la  parola  ",  sostituito  in 
questa  edizione,  per  opera  di  un  rimaneggiatore,  da  una 
sentenza  morale.  Anche  il  titolo  suona  alquanto  diverso  : 
Morte  —  di  Marzia  Basile  —  La  quale  fu  decollata  per 
la  crudel  morte  data  al  suo  —  marito  per  causa  dell*  a- 
mante,  —  e  la  morte  della  sua  serva  e  d'uno  sbirro,  che  — 
come  complici  del  delitto,  furono  impiccati. 

Nel  poemetto  si  narra  come  questa  giovane  napoleta- 
na, moglie  di  un  Domizio  e  madre  di  una  bambina,  presa 
d'amore  per  altro  uomo  e  temendo  della  gelosia  del  marito 
che  le  aveva  rivolto  minacce,  procurasse,  con  l'aiuto  dell'a- 
mante, di  una  serva  e  di  uno  sbirro,  la  morte  del  marito. 


96  IX.  -  GIOVANNI  DELLA  CARRIÒLA 

Il  delitto  fu  scoperto  poco  stante,  per  un  detto  imprudente 
della  serva  complice;  e  i  rei  (tranne  l'amante,  che  si  mise 
in  salvo)  vennero  imprigionati,  condannati  a  morte  e,  non 
ostante  che  molti  si  movessero  a  favore  della  bella  Marzia, 
giustiziati  fuori  Porta  Capuana. 

I  documenti  della  Congrega  dei  Bianchi  della  Giustizia, 
da  me  consultati  (1),  individuano  il  fatto  e  correggono 
qualche  inesattezza  del  cantastorie.  Nel  libro  degli  Atti 
del   1602-03  si  legge: 

Ai  dì  maggio  1603  si  eseguì  la  giustizia  di  un  huomo  et  una  donna 
che  fumo  appiccati  nel  borgo  di  S.  Antonio,  et  d'un'altra  donna,  alla 
quale  fu  tagliata  la  testa  nell*  istesso  luogo. 

I  nomi  dei  tre  erano  questi  : 

Per  ordine  di  Sua  Eccellenza  (il  Viceré)  la  donna  decollata  (2)  si 
chiamava  Martia  Basilia  di  anni  20  in  circa;  la  appiccata  Desiata  Conte, 
di  anni  45  in  circa  ;  l'altro  appiccato  si  nominava  Giovan  Angelo  Spi- 
nello, alias  Giamelio  di  Casalicchio  del  Cilento,  di  anni  33    in    circa. 

Dalle  notizie  sulle  famiglie  dei  tre  (tutti  e  tre  erano 
coniugati  con  figliuoli)  si  ricava  che  il  marito  assassinato 
si  chiamava,  non  Domizio  (come  dice  il  cantastorie),  ma 
Muzio,  e  aveva  cognome  Guarniero,  e  che  Marzia  lasciava 
due  figliuole,  Tolla  (Vittoria)  di  circa  otto  anni,  che  era 
allora  nell*  Ospedale  degli  Incurabili,  e  Beatrice,  di  circa 
quattro,  che  era  a  Migliano,  presso  Lauro,  a  balia. 

Le  circostanze  del  delitto  non  sono  riferite  negli  Atti 
dei  Bianchi,  salvochè  vi  si  leggono  le   ritrattazioni  delle 


(1)  Si  vegga  il  volume:   Capece,  scrivano:   1 602-1 603,  fol.  38-9. 

(2)  Intendi  :  la  donna  che  fu  giustiziata  per  ordine  ecc. 


IX. -GIOVANNI  DELLA  CARRIÒLA  97 

due  donne  circa  false  accuse    da    esse  pronunziate,    nei 
loro  interrogatori,  contro  innocenti  : 

Desiata  dello  Conte...  ha  detto  alla  prima  disamina  fatta  in  presenza 
di  Carlo  Tirone,  che  lo  cocchiere  [che]  deportò  Muzio  Guarniero  oc- 
ciso  dentro  suo  cocchio,  haveva  occiso  detto  Mutio;  il  che  non  è  vero, 
atteso  che  detto  cocchiere  non  è  intervenuto  a  detto  homicidio. 

Martia  Basile,  decollata  come  di  sopra,  ha  detto  che  Ferrante  Cam- 
marota  et  Capitan  Canino  si  ritrovarono  alla  morte  di  Mutio  Guarniero 
suo  marito ,  et  questo  lo  disse  per  sdegno  che  aveva  con  li  detti,  atteso 
che  detto  Ferrante  et  Capitano  non  eran  presenti  al  detto  omicidio:  et 
questa  è  la  verità. 

Vi  si  nota  altresì  che  la  giustizia  fu  ritardata  di  alcune 
ore,  n  dovendo  compire  il  signor  Vicario  di  Napoli  certa 
esamina  del  Santo  Officio  che  aveva  cominciata  la  pre- 
detta donna  alla  quale  si  tagliò  la  testa  ".  E  probabile 
che  la  disamina  avesse  per  oggetto  qualche  stregoneria 
di  cui  la  Basile  era  sospettata,  perchè  il  cantastorie  dice 
che  ella  resistette  dapprima  così  bravamente  alle  torture 
cui  fu  sottomessa  che  si  dubitò  d*  incantamento,  onde  le 
furono  rasi  i  capelli. 

Termina  la  nota  dei  Bianchi  : 

Uscì  la  giustizia  di  queste  due  donne  et  un  uomo  dalla  Vicaria  a 
23  hore,  perchè  trattenuta  dal  signor  Vicario  di  Napoli,  che  finì  di  esa- 
minare detta  Martia  Basilia  in  materia  di  Santo  Officio  ;  et  andò  per 
Palazzo,  et  alla  Piazza  dell'Olmo  (di  Porto)  si  debilitò  detta  Martia  in 
modo  che  bisognò  portarla  in  una  sedia  fino  al  Talamo,  dove  era  in- 
numerabile gente,  et  tanto  concorso  di  popolo  che  si  passò  pericolo  dai 
fratelli  (della  Congregazione  dei  Bianchi)  ;  et  essendo  già  imminente  la 
esecuzione  della  Giustizia,  la  predetta  Martia,  secondo  ha  riferito  il  Pa- 
dre Agostino,  a  cui  toccò  di  attendere  a  farla  ben  morire  ,  fece  una 
escolpatione,  dicendo  che  quanto  aveva  detto  nell'esamina   fatta  avanti 


98  IX.  -  GIOVANNI  DELLA  CARRIÒLA 

il  signor  Vicario  contro  qualsivoglia  persona,  non  era  vero;  et  si  tardò 
tra  l'andar  per  la  città  et  l'eseguirsi  questa  giustizia,  che  li  fratelli  se 
ne  tornarono  nell'  Oratorio  essendo  già  quattro  hore  e  mezza  di  notte. 

Dopo  di  che,  recherò  io  per  intero  il  poemetto  di  Gio- 
vanni della  Carriòla,  come  disegnava  il  Novati?  La  ra- 
rità estrema  deiropuscoletto,  pure  ristampato  molte  volte 
per  circa  quattro  secoli,  mi  vi  consiglierebbe  ;  ma  la  tri- 
vialità del  caso  in  esso  narrato  e  Io  scarso  pregio  arti- 
stico della  forma  (sebbene  non  del  tutto  priva  di  vivacità 
ed  evidenza  popolaresche)  me  ne  sconsigliano.  Basterà, 
mi  sembra,  darne  la  trama  e  trascriverne  per  saggio  al- 
cune ottave  : 

Se  voi  benigna  udienza  mi  donate, 
di  Marzia  Basile  (1)  vi  vo*  dire, 
della  sua  morte,  della  sua  beltate, 
come  il  marito  suo  fece  morire. 
Uomini  e  donne,  esempio  ne  pigliate 
di  tanti  enormi  falli  e  tanto  ardire; 
che  sentirete  l'aspro  e  rio  lamento, 
e  di  Marzia  gentil  morte  e  tormento. 

Se  ne  stava  Marzia  in  casa,  con  una  figliuola  e  una 
serva,  e  si  arrovellava  contro  il  marito.  Perchè  ? 

Sedeva  Marzia  alla  scuola   d'Amore 
sul  fior  degli  anni  e  fior  della  bellezza  ; 
a  molti  amanti  avea  ferito  il  core 
con  gli  occhi  suoi  e  con  l'aurate  trezze  ; 
e  il  marito,  geloso  nell'onore, 
le  disse,  bastonandola  con  asprezza  : 
—  Se  il  tale  in  casa  ti  fai  più  venire, 
peggio  che  morte  ti  farò  soffrire  I 


(1)  Nella  stampa;  gentile. 


IX. -GIOVANNI  DELLA  CARRIÒLA  99 

Essa  rompe  in  lagrime;  in  questo  sopraggiunge  l'amante, 
le  domanda  la  cagione  del  pianto,  e,  saputala,  le  propone 
di  liberarla  presto  d'ogni  affanno,  sopprimendo  il  marito. 
I  due  si  concertano  con  la  serva  e  con  uno  sbirro  per 
ammazzarlo  la  sera  : 

Oh  se  il  marito  potesse  sentire 
il  consiglio  crudel  che  lor  fatt*  hanno, 
ch'a  primo  sonno  gli  convien   morire  ! 
Non  pensa  Marzia  di  pagarne  il  danno. 
Chi  di  cortello  fere  ha  da  morire, 
ed  il  fine  pagar  del  suo  malanno  ; 
non  pensa  di  Prudenza  anconetana, 
e  d'Apollonia  ancor  la  morte  strana. 

Erano,  queste  due,  altre  famose  adultere  e  viricide, 
delle  quali  correvano  storie  popolari  :  come  si  può  tener 
certo  per  l'Apollonia,  su  cui  non  posseggo  particolari  no- 
tizie, ma  come  è  comprovato  per  "  Prudenza  anconeta- 
na ",  la  quale  era  una  Prudenza  da  Trani,  sposata  in 
Ancona  da  un  fiorentino,  Matteo  Cecchi,  ch'essa  fece  av- 
velenare, onde  il  25  aprile  1 549  fu  giustiziata  a  Firenze 
sulla  piazza  di  S.  Apollinare.  Nel  compianto  destato  per 
la  triste  fine  di  questa  giovane  donna  si  levò  la  voce  di 
un  poeta ,  che  cantò  il  Lacrimoso  lamento  che  fece  la 
signora  Prudenza  Anconetana  prima  che  fosse  condotta 
alla  giustizia  per  aver  avvelenato  il  suo  marito ,  ristam- 
pato dal   1549    fin    quasi    ai    giorni  nostri  (1).  Giovanni 


(1)  Lo  riproduce  in  corretta  edizione  e  lo  illustra  ampiamente  il  NO- 
VATI,  La  raccolta  di  stampe  popolari  italiane  della  biblioteca  di  Fran- 
cesco Reina,  in  Lares  cit.,  Il,  1 50- 1 70.  Alle  dieci  edizioni  descritte  dal 
Novati  posso  aggiungerne  un'altra,  da  me    posseduta,   «  in  Napoli,   per 


100  IX.  -  GIOVANNI  DELLA  CARRIÒLA 

della  Carriòla ,  dunque  ,  proseguiva  una  prediletta  tradi- 
zione letteraria  dei  cantastorie,  quella  formata  dai  rac- 
conti di  genere  erotico-sanguinario,  con  orpello  moralistico, 
che  avevano  a  loro  eroine  donne  ree  per  amore  ed  espianti 
il  delitto  sul  palco  della  giustizia. 

Segue  la  scena  dell'agguato  e  dell'assassinio  : 

Ecco  la  sera  il  povero  marito 
la  moglie  accoglie  con  tutto  l'amore. 
Disse  :  —  Mi  sento,  ohimè,  tutto  smarrito, 
mesto,  sospetto,  e  tremolante  il  core. 
Vorrei  mangiare  e  non  sento  appetito, 
mi  sento  male  senza  alcun  dolore.  — 
Disse  la  moglie,  e  finge  umilemente  : 
—  Mangia,  marito  mio,  che  non  è  niente.  — 

La  bella  e .  sontuosa  ultima  cena 
buone  ha  vivande  e  prezioso  vino. 
Dopo  cenato,  la  serva  lo  mena 
al  letto,  a  ritrovar  l'aspro  destino. 
E  addormentossi  il  meschino  con  pena  : 
ecco  l'amante  vien  con  l'aguzzino, 
e  l'assaltorno  con  ira  e  tempesta  ; 
l' iniqua  moglie  gli  tiene  la  testa. 

Tralasciamo  il  sèguito  dell'atroce  descrizione  :  il  risve- 
gliarsi del  misero  ai  primi  colpi,  il  chiedere  pietà  o,  al- 
meno, confessione,  il  vano  lottare,  il  soccombere;  e  poi 
il  trasporto  del  corpo  in  carrozza,  sette  miglia  lontano,  a 
un  fiume,  dove  fu  gettato.  Marzia,  dopo  il  delitto  e  po- 


Nicola  Monaco  »,  che  mi  sembra  secentesca  o  settecentesca.  Al  caso 
della  Prudenza  accenna  anche  U.  SCOTI  BERTINELLI,  Sullo  stile  delle 
commedie  in  prosa  di  G.M.  Cecchi  (Città  di  Castello,  Lapi,  1 906),  pp.  40-1 . 


IX. -GIOVANNI  DELLA  CARRIÒLA  101 

tendo  ormai  godere  indisturbata  l'amante,  rimase  tuttavia 
in  preda  a  contrari  sentimenti  : 

Dubbiosa  allegrezza  e  non  sicura, 
or  contentezza  n'  ha  or  pentimento, 
or  sta  contenta  e  lieta,  or  s'appaura, 
or  allegrezza  fa  ed  or  lamento  ; 
ora  le  sape  forte,  or  non  si  cura, 
or  n'  ha  piacere  e  festa,  ora  tormento. 
Così  tra  due  pensier  di  guerra  e  pace, 
or  li  par  bene  il  fatto,  or  li  dispiace. 

0 

Non  passò  molto  tempo,  e  in  conseguenza  di  un  litigio 
di  Marzia  con  l'amante,  la  serva  confida  a  una  vicina  il  de- 
litto che  era  stato  consumato,  e  quella  ne  informa  un  suo 
amico,  scrivano  della  Vicaria  (come  a  dire,  cancelliere 
della  corte  criminale).  Così  i  rei  furono  imprigionati  e  si 
iniziò  il  processo,  nel  quale  lo  sbirro  e  la  serva  presto 
confessarono  ed  ebbero  condanna  di  morte;  e  Marzia,  in- 
vece, stava  per  essere  salvata,  "  per  grazia  e  per  favore  ", 
protetta  com'  era  dai  molti  amici  e  vagheggiatori  che 
aveva  in  Napoli. 

Ma  dello  sbirro  la  fedel  consorte 
di  volo  se  n'andò  da  Sua  Eccellenza, 
dicendo  :  —  Mio  marito  va  alla  morte, 
dovendo  Marzia  patir  la  penitenza  : 
ella,  che  fé*  morire  il  suo  consorte, 
la  vogliono  far  passar  pien  d*  innocenza.  — 
E  questo  espose  nel  memoriale, 
che  si  castiga  quel  eh*  ha  fatto  male. 

Comanda  Sua  Eccellenza  che  il  processo 
si  legga  e  veda  nel  Collaterale  ; 
ben  presto  venne  inteso  il  caso  espresso, 
visto  e  rivisto  il  tutto  a  mano  a  mano... 


102  IX. -GIOVANNI  DELLA  CARRIÒLA 

E  probabile  che  il  memoriale  fosse  recapitato  al  nuovo 
viceré,  conte  di  Benavente  ,  venuto  in  Napoli  ai  primi 
dell'aprile  1 603,  il  quale  non  si  fece  sfuggire  l'occasione 
di  dar  subito  prova  della  sua  inflessibile  giustizia.  Co- 
munque ,  continuando  a  leggere  la  n  storia  n  ,  dopo  gli 
ordini  severi  del  viceré,  Marzia  fu  sottoposta  ai  tormenti, 
e,  poiché  li  sosteneva  con  fermezza  e  punto  non  confes- 
sava, le  furono,  come  si  è  detto,  rasi  i  capelli. 

Quando  i  capelli  d'or  vidde  tagliati, 
resta  sospetta,  attonita  e  confusa; 
con  pianti  e  con  sospir  gli  ha  radunati, 
e  dentro  un  canestrello  poi  gli  pose  ; 
e  così  caramente  gli  ha  serbati, 
come  ognun  fosse  pietra  preziosa. 
Si  crede  al  certo  non  dover  morire  ; 
piangendo,  queste  parole  prese  a  dire  ; 

•■ —  Ah  quante  volte  il  dì  v*  ho  profumati, 
capelli  che  non  siete  più  li  miei  ! 
Quanti  amanti  per  voi  furon  legati  ! 
Forse  ogni  giorno  più  di  cinque  o  sei. 
Ora,  dal  capo  mio  disseparati, 
per  li  capricci  miei  vani  e  rei  !  — 
Ed  al  specchio  si  mira  e  il  dolor  cresce  ; 
e  quanto  più  si  mira,  più  gì'  incresce. 

Si  vede  trasformata  nell'aspetto, 
sospira,  piange  e  n'  ha  grande   cordoglio  ; 
pare  esser  divenuta  un  giovanetto... 

Dopo  questa  operazione  del  taglio  dei  capelli,  risotto- 
messa alla  tortura,  confessò  ogni  cosa  per  filo  e  per  segno, 
e  fu  condannata.  Nei  giorni  che  seguirono  d' incertezza 
e  d'ansia,  ella  ora  si  abbandonava  e  rassegnava  alla  puni- 
zione, sentendo  in  cuor  suo  che  il  versato  sangue  del 
marito  gridava  vendetta,  ora  sperava  di  ottenere  la  grazia. 


IX.  -  GIOVANNI  DELLA  CARRIÒLA  103 

Molti  in  Napoli  pur  sempre  la  favorivano  e  cercavano  di 
trarla  a  salvamento. 

Oh  quanti  cavalier,  quanti  signori 
procuraron  che  fosse  liberata  ! 
Chi  per  denari  assai,  chi  per  favori, 
non  ne  poteron  mai  trovar  la  strada. 
A  giudici,  avvocati,  procuratori 
da  mille  e  mille  fu  raccomandata  ; 
mille  scudi  s'offerse  e  cinque  teste  (1), 
ma  invano  fumo  tutte  le  richieste. 

E  un  giorno,  ali*  improvviso,  ella  si  vide  entrare  nella 
cella  i  Bianchi,  i  confortatori  all'  estremo  passo.  Tremò, 
cadde  in  deliquio,  fu  fatta  rinvenire. 

Dissero  i  confrati  :  —  O  figlia  mia, 
sta  allegramente,  e  non  ti  spaventare  (2)  ; 
a  Gesù  Cristo,  figlio  di  Maria, 
umilemente  ti  vogli  inchinare. 
Renditi  in  colpa  d'ogni  pena  ria, 
pregalo  che  ti  voglia  perdonare  ; 
se  morte  pigli  per  li  tuoi   peccati, 
a  goder  anderai  con  li  Beati.  — 

A  due  s'appoggia  e  cala  finalmente 
la  bella,  afflitta  e  sconsolata  Marzia. 
Corre  a  vederla  innumerabil  gente, 
nà  della  sua  beltà  nullo  si  sazia. 
Vien  Monsignor  Vicario  incontanente, 
li  fa  tornar  con  sua  benigna  grazia  ; 
1*  interroga  :  confessa  ed  assoluta 
se  ne  va  Marzia  già  più  risoluta. 


(1)  Intendi:  cinque  teste  di  banditi. 

(2)  La  stampa  «  sbigottire  ». 


104  IX. -GIOVANNI  DELLA    CARRIÒLA 

E  questo  V  indugio  di  cui  parla  il  diario  dei  Bianchi, 
cagionato  dall'  intervento  del  Vicario  del  Santo  Officio 
dell*  Inquisizione. 

Si  avvia  il  triste  e  crudele  corteo  dei  condannati,  che 
percorre,  girando  in  pompa,  un  gran  tratto  della  città. 

Va  la  meschina  dolorosa  e  mesta, 
ed  esce  fuori  del  gran  Tribunale. 
L'orribil  tromba  suona  e  manifesta 
a  tutti  il  suo  delitto  e  il  fatto  male, 
dicendo  :  —  A  questa  si  tronca  la  testa, 
perchè  al  marito  fu  micidiale.  — 
Il  capitano  disse  che  si  vada, 
facendo  far  largura  per  la  strada. 

Avanti  Marzia  va  col  viso  adorno, 
come  vuol  sua  sciagura  iniqua  e  dura  ; 
segue  lo  sbirro  con  timore  e  scorno, 
e  sopraggiunta  vien  la  notte  oscura. 
Le  torce  fan  parer  di  mezzogiorno  ; 
va  capo  chin  la  serva,  afflitta  e  scura  : 
un  ramo  di  speranza  ancora  ha  Marzia, 
forse  di  non  morire  e  d'aver  grazia. 

Ad  ogni  suon  che  tocca  la  trombetta, 
corre  la  gente  con  gran   confusione. 
Fanno  d*  intorno,  con  gran  folla,  stretta  ; 
ognun  n  ha  pietà,  compassione. 
Al  fin  fu  posta  dentro  una  seggetta, 
stanca  e  lassa,  con  grande  afflizione  ; 
move  il  core  di  tutti  e  gli  occhi  al  pianto  : 
son  li  confrati  all'uno  e  all'altro  canto. 

Cammina,  gira,  giunge  al  Lavinaro  ; 
corre  la  gente  da  vichi  e  vinelle. 
Oh  quanto  spiace  e  dole  il  caso  amaro 
a  donne,  vecchie,  figliuole  e  zitelle  ! 
Le  torce  fan  parere  il  cielo  chiaro, 
e  Marzia  meschina  a  queste  e  a  quelle 


IX.  -GIOVANNI  DELLA  CARRIÒLA  105 

con  bel  modo  e  con  gentil  maniere 

dicea  :  —  Ditemi,   per  pietà,  un  miserere  I  — 

Come  fu  giunta  a  Porta  Capuana, 
di  cavalli  e  di  cocchi  un  rumor  sente  ; 
di  fuor,  dentro  e  intorno  la  fontana 
vede  gran  moltitudine  di  gente. 
Essa  con  debil  voce,  umile  e  piana  : 

—  Che  cosa  è  questa?  —  disse  umilemente. 
Disse  un  confrate  mansueto  e  pio  : 

—  Son  gente  che  per  voi  pregano  Dio.  — 

Il  supplizio  è  descritto  nei  più  minuti  particolari.  Lo 
sbirro  fu  primo  a  morire  e  morì  compunto;  ma  la  serva 
si  rivoltò  astiosa,  assalita  dal  sospetto  che  si  volesse,  morta 
lei,  far  grazia  sul  palco  alla  padrona,  che  era  stata  la 
vera  autrice  del  delitto  commesso  e  della  comune  rovina. 
Ci  volle  l'opera  dei  confortatori  per  calmarla  e  ridurla  a 
pensieri  di  perdono  e  religione  : 

Dissero  i  confrati  :  —  Oh  figlia  mia, 
vedi  che  st'odio  ti  farà  dannata  I  — 
Salir  la  fanno  con  parole  accorte  ; 
disse  il  credo  e  poi  giunse  alla  morte. 

Anche  Marzia  riluttava  a  sottomettersi  al  supplizio,  e 
ci  vollero  minacce,  lusinghe,  buone  parole  per  persuaderla, 
e  infine  fu  messa  a  morte  con  un  inganno  usatole  dallo 
esecutore  della  giustizia  : 

Allo  cader  che  fece  la  mannara, 

—  Gesù  I  Gesù  !  —  gridorno  i  circostanti  ; 
ognun  si  dole  di  tal  morte  amara, 

a  pianger  cominciaron  tutti  quanti. 

La  bella  donna,  sì  tenuta  cara, 

perse  ad  un  tempo  la  beltà  e  gli  amanti. 

Chi  al  male  si  confida,  questo  aspetta, 

morir  con  strazi,  tormento  e  vendetta. 


106  IX.  -  GIOVANNI  DELLA  CARRIÒLA 

Donde  la  finale  esortazione  : 

Uomini  e  donne,  che  seguite  Amore, 
di  questa  morte  esempio  ne  pigliate  ; 
pensi  ognun  prima  che  facci  l'errore, 
e  nel  mal  fare  mai  vi  confidate  ; 
che  chi  offende  Iddio  nostro  Signore 
delle  lor  colpe  sono  castigati. 
Perciò  facciamo  bene  e  mai  mal  opre, 
che  chi  fa  mal  alfin  sempre  si  scopre. 

Esortazione,  senza  dubbio,  sincera,  ma  che  è  da  dubi- 
tare fosse  il  diretto  motivo  ispiratore  di  queste  storie  di 
sangue  ed  espiazione,  nelle  quali  e*  è  sempre  una  certa 
curiosità  e  compiacenza  malsana,  che  spiega  la  fortuna 
che  trovarono  e  trovano  presso  ascoltatori  e  lettori,  e  non 
sempre  sulle  sole  piazze  dove  s'aduna  il  volgo,  avido  di 
rozze  commozioni. 

Con  la  notizia  che  abbiamo  data  della  Storia  di  Marzia 
Basile  è  compiuta  la  rassegna  di  quel  che  rimane,  o  piut- 
tosto di  quel  che  finora  è  riuscito  d' identificare,  della 
copiosa  opera  poetica  di  Giovanni  della  Carriòla,  del- 
l'umile cantastorie,  che  sulla  fine  del  Cinque  e  i  primi  del 
Seicento  ebbe  in  Napoli  quel  soprannome,  forse  n  a  ca- 
gione del  carrettino  che  egli  spingeva  ,  o  nel  quale  da 
se  stesso  si  trascinava  perchè  probabilmente  storpio  o 
paralitico  n  (  1  ). 


(1)  F.  RUSSO,  op.  cit.,  P.  7. 


X. 

SHAKESPEARE,  NAPOLI,  E  LA  COMMEDIA 
NAPOLETANA  DELL'ARTE 

Non  mi  è  noto  che,  fra  i  tanti  raccostamenti  di  cose 
lontane,  dei  quali  abbonda  la  letteratura  critica  ed  erudita 
shakespeariana  —  raccostamenti  assai  spesso  stravagantis- 
simi (1),  —  il  nome  dello  Shakespeare  e  quello  di  Napoli 
siano  stati  messi  mai  in  relazione.  Si  concederà  che  ciò 
faccia  ora  un  critico  napoletano,  per  curiosità  storica  ma 
forse  anche  per  trarne  lume  su  qualche  particolare,  sia 
pure  ben  lieve,  dei  drammi  shakespeariani. 

Il  quale  critico  napoletano  rinunzia  preliminarmente  al- 
l'attraente motivo  del  grande  influsso,  che  sullo  Shakespeare, 
e  più  propriamente  sul  personaggio  e  sulle  meditazioni 
di  Amleto,  avrebbe  esercitato  il  filosofo  napoletano  di  lui 


(1)  Eccone  uno,  per  esempio;  curioso  per  noi  italiani:  Shakespeare 
è  —  Garibaldi.  Infatti,  Gariwald  o  Gerwald  (nome  di  un  duca  bavaro 
del  sesto  secolo),  —  che  in  Francia  divenne  nome  di  famiglia,  Giraud, 
Guerault,  ecc.,  e  trapassò  coi  Normanni  in  Inghilterra  nella  forma  di 
Gerald,  e  sopravvive  in  nomi  composti,  Fitzgerald,  —  si  risolve  etimo- 
logicamente in  Ger  (ingl.  spear,  lancia)  e  wald  (ingl.  wield,  brandish, 
shake,  scrollare,  squassare);  sicché  l'uno  e  l'altro  nome  significano  Crol- 
lalanza.  Si  veda  un  articoletto  in  Notes  a.  Queries,  n.  238,  tradotto  in 
Jahrb.  der  deutsch.  Shakespeare  Gesellschaft,  voi.  XX,  1885,  pp.  335-6. 


108       X.  -  SHAKESPEARE  E  LA  COMMEDIA  NAPOLETANA 

contemporaneo,  Giordano  Bruno.  Il  raccostamento  fu  fatto 
pel  primo,  che  si  sappia,  da  Moritz  Carriere,  nella  sua  Phi- 
losophische  Weltanschauung  der  Reformationszeit  (1847), 
e  poi  dal  Tschischwitz  nelle  Shakespeare-Forschungen 
(1868);  fu  svolto  in  una  monografietta  di  W.  Koenig, 
Shakespeare  und  Giordano  Bruno  (1876)  (1),  e  riecheg- 
giato da  parecchi  critici  tedeschi  de\Y  Amleto,  anche  dal 
Vischer  (2)  ;  finche  venne  ripreso  in  esame  nel  1 889  da 
R.  Beyersdorff  (3),  il  quale  concluse  che,  dei  riscontri 
citati,  alcuni  non  hanno  significato  filosofico,  e  molto  meno 
bruniano,  e  altri  si  riportano  ai  libri  del  Montaigne  e  del 
Lily  :  neir  ultimo  dei  quali  si  trova,  fra  l'altro,  adombrato  il 
carattere  di  Polonio  nella  figura  di  un  old  gentleman  in 
Naples.  Questa  conclusione  —  che  cioè  la  Bruno  Hypo- 
these  manchi  di  ogni  positive  Begrùndung  —  si  può  dire 
per  ora  concordemente  accettata  dagli  studiosi  (4). 


(1)  In  Jahrbuch  cit.,  XI,  97-139. 

(2)  Shakespeare- Vortràge,   I3,  254. 

(3)  Giordano  Bruno  und  Shakespeare,  in  Jahrbuch  cit.,  XXVI,  1891, 
pp.  259-324. 

(4)  Si  possono  aggiungere  questi  scritti  inglesi,  che  trovo  citati  nella 
monografia  deH*lNTYRE  sul  Bruno:  Quarteria  Review,  e  il  FURNESS 
nel  New  Variorum  Shakespeare.  Il  risultato  negativo  è  anche  raccolto 
nella  nota  opera  divulgativa  di  GIORGIO  BRANDES,  William  Shake- 
speare (trad.  ted.,  1 898),  pp.  492-505.  —  Ciò  non  ha  impedito  a  un 
noto  affastellatore  italiano  di  ripresentare  testé,  su  pe'  giornali,  tra  la 
ammirazione  degli  inesperti,  1*  ipotesi  bruniana  come  una  scoperta  ori-* 
ginale  :  v.  P.  ORANO,  Amleto  è  Giordano  Bruno  ?  (Lanciano,  Carab- 
ba,  1916);  nel  qual  opuscolo  (pp.  34-5)  si  legge:  «Che  Amleto  possa 
essere  stato  concepito  dal  genio  dello  Shakesprare  alla  lettura  delle 
opere  di  Bruno  vagabondo  a  Parigi  e  a  Londra  in  cerca  di  vecchi 
mondi    da    distruggere,    non    soltanto    non    è    mai    passato 


X.  -  SHAKESPEARE  E  LA  COMMEDIA  NAPOLETANA        109 

Sarà  il  caso,  invece,  di  accennare  alla  risonanza  che 
del  nome  e  della  storia  quattrocentesca  di  Napoli  si  ha 
neh" Henry  VI,  dove  nella  prima  parte  è  tra  i  personaggi 
1  Reignier,  duke  of  Anjou,  and  titular  King  of  Naples  n, 
il  nostro  "  re  Renato  ",  il  cavalleresco  avversario  di  Al- 
fonso d'Aragona.  Al  quale  Renato  non  sono  risparmiati 
sarcasmi  per  la  sua  povertà,  sicché  egli  fa,  in  quei  drammi, 
un  pò*  la  figura  del  n  re  Teodoro  "  (nel  melodramma 
dell'abate  Casti).  n  II  povero  re  Renato  (si  dice,  parte  II, 
I,  1  ),  la  cui  aria  grandiosa  non  ben  s'accorda  con  la  ma- 
grezza della  sua  borsa  n  : 

...  the  poor  King  Reignier,  whose  large  style 
agrees  not  with  the  Ieanness  of  his  purse. 

Questo  disprezzo  pel  pretendente  senza  danaro  ritorna  nelle 
invettive  lanciate  contro  la  figliuola  di  lui,  una  delle  più 
terribili  figure  shakespeariane,  la  regina  Margherita.  Il  pi- 
rata, che  mette  a  morte  Suffolk,  inveisce  contro  costui, 
che  era  stato  l'amante  della  regina,  e  tradiva  un  potente 
re  per  la  figlia  "  of  a  worthless  £/ng  Having  neither  su- 
bjecU  wealth,  nor  diadem  ■  (ivi,  IV,  1  ).  E  Riccardo,  duca 
di  York,  allorché  essa  vuol  farlo  arrestare,  esclama: 

O  blood-bespotted  Neapolitan, 
outcast  of  Naples,  England  's  bloody  scourge  !... 

(Ivi,  V,    1). 


per  il  capo  del  pubblico,  ma  neanche  per  quelli 
degli  studiosi,  quantunque  la  spulciatura  (sic)  comparativa  (sic) 
a  scopo  di  raffronto  generico  (sic)  sia  stata  tentata  (sic)  da  qualche  (sic) 
sofo  (sic)  alemanno  »  ! 


110       X.  -  SHAKESPEARE  E  LA  COMMEDIA  NAPOLETANA 

Con  maggiore  violenza  ancora,  nel  momento  in  cui  quella 
furia  di  Margherita  sta  per  metterlo  a  morte,  Riccardo 
impreca  contro  di  lei,  rinfacciandole  il  padre  miserabile: 

She-wolf  of  France,  but  worse  than  wolves  of  France, 

whose  tongue  more  poisons  than  the  adder  *s  tooth  !... 

But  that  thy  face  is,  visard-like,  unchanging, 

made  impudent  with  use  of  evil  deeds, 

I  would  assay,  proud  queen,  to  malte  thee  blush. 

To  teli  thee  whence  thou  camest,  of  whom  derived, 

were  shame  enough  to  shame  thee,  wert  thou  not  shameless. 

Thy   father  bears  the  type  of  King  of  Naples, 

of  both  the  Sicily  and  Jerusalem, 

yet  not  so  wealthy  as  an  English  yeoman. 

Hath  that  poor  monarch  taught  thee  to  insult  ?... 

(Parte  terza,  I,  4). 

Similmente  poi,  i  due  figliuoli  di  lui,  il  duca  di  Gloucester 
e  il  duca  di  Clarence,  il  primo  dei  quali  la  chiama: 

Iron  of  Naples  hid  with  English  gilt, 

whose  father  beers  the  title  of  a  King  — 

as  if  a  channel  should  be  tali  'd  upon  the  sea,  — 

shamest  thou  not,  knowing  whence  thou  are  extraught, 

to  let  thy  tongue  detect  thy  base-born  heart  ? 

e  il  secondo  dice: 

What  will  your  grace  have  done  with  Margaret  ? 
Reigneir,  her  father,  to  the  King  of  France 
hat  pawn'd  the  Sicily  and  Jerusalem, 
and  hither  have  they  sent  it  for  her  ransom. 

(Ivi,  II.  2)  (1). 

(I)  Superfluo  dire  che  sulla  figura  drammatica  della  regina  Marghe- 
rita e'  è  una  monografia  tedesca  (e  su  quale  argomento  non  e'  è  una 
monografia  tedesca  ?)  :  KARL  SCHM1DT,  Margareta  von  Anjou  vor  und 


X.  -  SHAKESPEARE  E  LA  COMMEDIA  NAPOLETANA        1  1 1 

1  Napoli  "  e  "  napoletano  n  ricorrono  altresì  nei  drammi 
dello  Shakespeare  a  proposito  di  una  certa  malattia,  che 
nel  Cinquecento  prese  denominazione,  tra  1*  altro,  dal  no- 
stro paese.  n  After  this  (dice  Tersite  nel  Troilus  and 
Cressida,  II,  2)  the  vengeance  on  the  rohole  camp  !  or, 
rather,  the  Neapolitan  bone-ache  /...  "  o  anche,  come  la 
chiama  Pandaro,  che  ne  è  affetto  (ivi,  V,  1  )  :  n  the  rotteti 
disease  of  the  south  n .  Neil*  Othello,  ai  musici  che  Cassio 
reca  a  suonare  sotto  le  finestre  del  generale,  dice  il  clown, 
alludendo  agli  effetti  dello  stesso  malanno:  What,  masters, 
have  your  instruments  heen  in  Naples,  that  they  speak  ¥ 
the  nose  thusì  "   (III,   1). 

Si  direbbe  che  qualcosa  del  ritratto  satirico,  assai  di- 
vulgato nel  Cinquecento  (1),  dei  gentiluomini  napoletani, 
vantatori  delle  loro  ricchezze,  del  loro  lusso  e  della  loro 
varia  abilità,  si  avverta  in  quel  luogo  del  Merchant  of 
Venice,  in  cui,  tra  gli  aspiranti  alla  mano  di  Porzia,  viene 
catalogato  un   "  principe  napoletano  n  : 

NEPESSA.— First,  there  is  the  Neapolitan  prince. 

PORTIA.  —  Ay,  that  's  a  colt  indeed,  for  he  doth  nothing 

but  talk  of  hirs  horse  ;  and  he  makes  it  a  great 
appropriation  to  his  own  good  parts,  that  he 
can  shoe  him  himself.  I  am  much  afeard 
my  lady  his  mother  played  with  a  smit. 

(A.  I,  2). 


bei  Shakespeare  (Berlino,  1906:  nella  raccolta  Palaestra,  voi.  LIV).  Vi 
si  cerca,  tra  l'altro,  di  provare  che  quel  carattere  shakesperiano  ha  su- 
bito l' influsso  del  racconto  di  Polidoro  Virgilio,  il  quale,  a  sua  volta, 
s'era  ispirato  al  ritratto  che  Livio  (I,  46)  fa  della  romana  Tullia. 

(1)  Si  veda  in  proposito  il  mio  saggio:  «  11  tipo  del  Napoletano  nella 
commedia»,  in  Saggi  sulla  letteratura  italiana  del  seicento  (Baiti,  1911), 
p.  370  sgg. 


112       X.  -  SHAKESPEARE  E  LA  COMMEDIA  NAPOLETANA 

Mi  tornano  qui  a  mente,  tra  l'altro,  certe  parole  del  Va- 
sari, nella  vita  di  Polidoro  da  Caravaggio:  "  Avvenne  che, 
stando  egli  (Polidoro)  in  Napoli,  e  veggendo  poco  stimata  la 
sua  virtù,  deliberò  partire  da  coloro  che  più  conto 
tenevano  d'un  cavallo  che  saltasse,  che  di 
chi  facesse  con  le  mani  le  figure  dipinte  parer  vive  n  (1). 

Ma  il  solo  dramma  shakesperiano,  che  veramente  ci  ri- 
chiami per  più  rispetti  a  Napoli  è  The  Tempest(\6\  1  ?)  (2), 
sulle  cui  fonti  assai  si  è  disputato,  particolarmente  negli 
ultimi  anni,  e  noi  non  ritorneremo  sull'argomento  per  non 
ripetere  cose  che  si  possono  trovare  in  ogni  buon  manuale, 
o  raccogliere  dagli  spogli  del  Jahrbuch  della  Società  shake- 
speriana  tedesca.  Basterà  dire,  in  compendio,  che  le  due 
fonti  principali  sarebbero  il  racconto  del  naufragio  di  sir 
George  Somers  alle  isole  Bermude,  e  una  novella,  di  cui 
è  ignota  la  versione  che  lo  Shakespeare  avrebbe  letta,  ma 
che  trova  riscontro  in  una  delle  novelle  inserite  nelle  Noches 
de  invierno  di  Antonio  de  Eslava  (1609)  e  nella  tela  di  un 
dramma  tedesco  deli'Ayrer  (3). 


(1)  Vite,  ed.  Milanesi,  V,    151. 

(2)  Il  dramma  è  di  quelli  in  cui  i  baconiani  trovano  criptogrammi, 
che  ne  dimostrerebbero  autore  Bacone  1  Infatti,  gli  ultimi  due  versi  del- 
l'epilogo :  «  As  $ou  from  crimes  would  pardon' d  be,  Let  you  indulgence 
set  me  free  »,  trasportando  le  lettere  e  aggiungendo  un  a,  rivelerebbero: 
«  Tempest  of  Francis  Bacon  Lord  Verulam.  Do  \;e  ne'er  divulge  me,  $e 
words  !  »  (in  Jahrbuch  cit.,  XXXIX,  381).  Testé,  un  prof.  A.  Lefranc 
(v.  Reoue  des  deux  mondes,  1  febbraio  1919,  pp.  606-7)  lo  ha  asse- 
gnato a  colui  che,  a  suo  parere,  sarebbe  autore  di  tutti  i  drammi  sha- 
kesperiani,  il  conte  di  Derby,  perchè  solo  un  conte,  un  gran  signore, 
e  non  mai  un  vile  istrione,  poteva  osare  di  portare  in  iscena  magie  e 
stregonerie,  regnante  un  Giacomo  I,  avversario  dell'arte  magica  ! 

(3)  Per  maggiori  particolari  sulle  ricerche  più  recenti,   cfr.  Jahrbuch 


X. -SHAKESPEARE  E  LA  COMMEDIA  NAPOLETANA        113 

Nella  Tempest,  com*  è  noto,  hanno  parte  Alonso  re  di 
Napoli,  suo  fratello  Sebastiano,  suo  figlio  Ferdinando, 
Gonzalo  nobile  napoletano,  e,  in  un  altro  gruppo,  Pro- 
spero, duca  di  Milano,  sua  figlia  Miranda,  Antonio  suo 
fratello  ed  usurpatore  del  ducato  ;  e  i  reali  di  Napoli, 
insieme  con  Antonio,  nel  tornare  da  Tunisi  dalle  nozze 
di  Ciambella,  figlia  del  re  di  Napoli,  col  re  di  Tunisi, 
sono  sbattuti  da  tempesta  nell'  isola  dove  dimorano  Pro- 
spero e  la  figliuola,  e  dove  Ferdinando  e  Miranda  s'in- 
namorano T  un  dell*  altro.  "77/  make  you  the  queen  of 
Naples  n,  dice  il  giovane  principe  naufrago  alla  bella  Mi- 
randa (I,  2).  Già  il  Bonghi  ebbe  a  congetturare  che  i 
nomi  di  Alonso  e  di  Ferdinando,  e  le  loro  relazioni  coi 
duchi  di  Milano,  si  riportino  agli  avvenimenti  della  storia 
napoletana  sulla  fine  del  secolo  decimoquinto  (I);  e  questa 
congettura  è  stata  poi  ripresa  da  un  erudito  tedesco, 
ignaro  dello  scritto  del  Bonghi,  dal  Sarrazin,  che  iden- 
tifica le  figure  di  Alonso  e  di  Ferdinando  con  quelle  di 
Alfonso  II  d'Aragona  e  di  Ferdinando,  dei  quali  il  primo 
sposò  una  figliuola  del  duca  di  Milano,  Ippolita  Sforza, 
e  in  Gonzalo  vede  un  ricordo  di  Gonzalo  de  Cordova, 
il  gran  Capitano,  al  quale  il  regno  di  Napoli  dovè  la  sua 
salvezza  contro  i  francesi  (2).  Un  precedente  ricercatore 


cit.,  XLIII,  155-68,  375,  XLVII,  231,  L.  151-2.  Alla  controversia  ha 
partecipato  RUDYARD  KIPLING ,  con  l*  opuscolo  :  The  stilhexed  Ber- 
mootbes,  a  Letter  on  a  possible  source  of  the   Tempest  (1906). 

(1)  BONGHI,  Horae  subsecivae  (Roma,   1883),  pp.  222-3. 

(2)  GREGOR  SARRAZIN,  Neue  italienische  Skizzen  zu  Shakespeare: 
7.  Die  Vertreibung  des  Herzogs  Prospero,  in  Jahrbuch  cit.,  XLVI  (1906), 
PP.  179-86. 


114       X.  -  SHAKESPEARE  E  LA  COMMEDIA  NAPOLETANA 

o  almanaccatore  (1)  ritrovava  nel  nome  del  duca  discac- 
ciato quello  di  Prospero  Colonna  ;  e  identificava  1'  isola 
della  Tempesta,  Y  isola  di  Sicorace,  con  quella  di  Pan- 
telleria (2)  ;  e  nella  n  Calibia  n  dell'Africa  settentrionale 
scorgeva  la  probabile  origine  del  nome  di  "  Calibano  ". 
Ma  tutti  codesti  sono  giochetti,  specie  quando  si  consi- 
deri che  lo  Shakespeare  aveva  così  precise  cognizioni 
geografiche  sull'  Italia  meridionale  da  porre  Tunisi  a  di- 
stanza immensa,  quasi  invalicabile,  da  Napoli  (3).  Si  può 
ammettere  soltanto  che  lo  Shakespeare  adoperasse  nomi 
resi  familiari  all'orecchio  dalle  storie  italiane  degli  ultimi 
del  Quattro  e  dei  primi  del  Cinquecento,  notissime  allora 
e  poi. 

Nuova,  ma  più  importante  e  più  solida  affermazione  è, 
invece,  che  quel  dramma  ha  qualche  rapporto  con  la  let- 
teratura italiana.  Ciò  balenò  in  forma  di  sospetto  al  War- 
burton,  nel  Settecento  (4),  che  si  fondava  per  questo  so- 
spetto sulla  regolare  osservanza  della  unità,  che  c'è  nella 


(1)  TH.  ELZE,  Italienische  Skizzen,  in  Jahrbucb  cit.,  XV  (1880), 
PP.  251-3. 

(2)  Un  rev.  J.  Hunter  la  identificò  invece  con  V  isola  di  Lampe- 
dusa: secondo  una  notizia  della  ed.  New  Variorum  del  Furness  (Lon- 
dra,  1882). 

(3)  She  that  is  queen  of  Tunis:  she  that  dwells 

ten  leagues  beyond  man  *s  lire  ;  she  that  from  Naples 
can  have  no  note,  unless  the  sun  were  post,  — 
the  man  in  the  moon  *s  too  slow,  —  till  new-born  chins 
be  rough  and  razorable,  ecc.  (A.  II,    1). 

(4)  The  Works  of  Shakespear,  in  eight  Volumes...  by  Mr.  POPE  and 
Mr.  WARBURTON  (London,  1 774)  :  voi.  I,  p.  87  :  «  In  reading  this 
play,  I  ali  along  suspected  that  Shakespeare  had  taken  it  from  some 
Italian  writer  ...  ». 


X.  -  SHAKESPEARE  E  LA  COMMEDIA  NAPOLETANA        1 1 5 

Tempesta  e  manca  agli  altri  drammi  dello    Shakespeare, 
sull'essere  in  essa  tutti  i  personaggi  italiani ,  e  sopra  un 
giuoco  di  parole,  che  vedremo  più  oltre.  Ma  troppo  poco 
il  Warburton    era    versato    nella    conoscenza    del   teatro 
italiano  da  condurre  a  buon  fine  1*  idea  che  gli  era  sorta 
in  mente;  e,  sebbene  nell'opera  del  Riccoboni,    cercasse 
e  trovasse  titoli  di  due  commedie  col  negromante  (il  iVe- 
gromante  dell' Ariosto  e  il  Negromante  palliato  dei  Petrucci), 
neanche    quelle    potè    vedere  ,  e  del  resto  non  facevano 
al  caso.    Anche  oggi  scarse  e  insufficienti  sono  le  inda- 
gini rivolte  agli  influssi  che  sul  teatro  inglese  potè  eser- 
citare la  commedia  dell'arte  italiana,  che  veramente  gio- 
verebbe   considerare  più  da  vicino.    Influssi  i  quali    non 
sono    da    restringere,  a  mio    avviso,    solo    all'opera    dei 
comici    italiani  che  sappiamo    aver  recitato    allora  in  In- 
ghilterra, e  di  quelli  che  con  tanto    maggiore    frequenza 
recitavano   in    Francia  ;  ma  alla    divulgazione,    che    cer- 
tamente   dovevano    avere  i  copioni  e  gli  scenari    italiani 
nei  teatri    delle    varie    parti  d'Europa,  e  i  tanti  drammi 
italiani    d' ogni    sorta,    che  furono    messi  a  stampa   sulla 
fine  del  Cinquecento  e  nei  primi  del  Seicento,  che  ancora 
aspettano  il  bibliografo   e    V  esploratore.   Il  breve    lavoro 
del  Wolff,  Shakespeare  und  die  Commedia  dell* arte  (1), 
non  è  bene  informato    della  letteratura    critica  italiana  e 
delle  molte  raccolte  di  scenarii  venute  in  luce  negli  ul- 
timi decenni,  talché  si  fonda  ancora  solamente  sul  Teatro 
della  Scala. 


(1)  In  Jahrbuch  cit.,  XLVI  (1910),  pp.  1-20.  Gli  sono  sfuggiti  anche 
i  buoni  accenni  dello  SCHERILLO,  La  commedia  dell'arte,  in  Vita  ita- 
liana del  seicento,  pp.  475-80. 


116       X.  -  SHAKESPEARE  E  LA  COMMEDIA  NAPOLETANA 

E  merito  del  Neri  (1)  di  avere,  pel  primo,  rivolto   la 
attenzione  e  lo  studio    intelligente  al  gruppo   di    scenari 
che  risalgono  al  secolo  decimosesto,  dell* Arcadia  incan- 
tata, e  di  averne  scorto  la  relazione  con    The  Tempest. 
1  La  tempesta  (egli  dice  raccogliendo  i  tratti  di    quegli 
scenari),  che  disperde  i  naviganti  in  un'  isola  lontana,  per 
volontà  di  un  mago  che  guida  tutta  Fazione  in  un  giorno 
d*  incanti,  dopo  il  quale  spezzerà  la  sua  verga;  una  terra 
selvaggia  popolata  da  spiriti  ;  due  gruppi  di  personaggi, 
i  nobili  ed  i  plebei,  rivolti  i  primi  all'ambizione    e   allo 
amore  (con  le  nozze  finali),  i  secondi  al  godimento  bru- 
tale e  riserbati  allo  scorno  ;  par  bene  che  sia    questa  la 
nuda  trama  dell'ultima   commedia    dello    Shakespeare  n. 
Ed  aggiunge  :   n  Si  potrebbe  scendere  a  un  confronto  più 
minuto  ;  i  selvaggi  che  adorano  per  lor  nume  Arlecchino 
e  lo  rimpinzano  di  cibi,  e  poi  si  accorgono  dell'inganno, 
si  ritrovano  in  Calibano,  prostrato  dinanzi  ai  grossi  marinai: 
Ariele  trascina  e  delude  gli  smarriti:  1*  isola  è  piena  di  ru- 
mori, di  suoni,  di  dolci  arie  dilettose:  a  volte,  mille  strumenti 
risuonano  all'orecchio  di  Calibano,  e  se  pure  egli  si  è  destato 
da  un  lungo  sonno,  lo  fanno  addormentare  di  nuovo.  Anche 
la  rivalità  fra  il  mago  ed  i  naufraghi,  ed  infine  la  loro  paren- 
tela, viene  accennata   in  qualche   scenario   n  (2).    Giova 
leggere  i  primi  righi  delle  redazioni  di  quegli  scenari  : 

Prima  scena.  Selva  —  Mago  :  l'arrivo  dei  forastieri  :  dice  che  non 
partiranno  senza  suo  volere  ;  tratta  la  decisione  de  pastori  e  ninfe  delle 
selve,  che  lui  fa  :  doppo  incanto,  via. 


(1)  FERDINANDO  NERI,  Scenari  delle  Maschere  in  Arcadia  (Città  di 
Castello,  Lapi,   1913). 

(2)  Op.  cit.,  pp.  33-4. 


X.  -  SHAKESPEARE  E  LA  COMMEDIA  NAPOLETANA        1 17 

Mare  tempestoso,  con  nave  naufragandosi  —  Pollicinella,  da  mare;  so- 
pra la  tempesta  passata,  la  perdita  ed  il  naufragio  de  padroni  e  servi, 
suoi  compagni.  In  questo 

Coviello,  dall'altra  parte  :  1*  istesso  di  Pollicenella.  Si  accorgono  uno 
con  l'altro,  fanno  lazzi  di  paure;  infine,  dopo  lazzi  di  toccarsi,  si  chia- 
riscono esser  salvi;  dicono  la  perdita  del  compagno  e  del  padrone  (1). 

Per  mia  parte,  stimo  del  tutto  comprovate  le  conclu- 
sioni del  Neri  ;  e  solamente,  riattaccandomi  a  un*  osser- 
vazione che  ebbi  a  fare  già  sin  dal  1898  sulla  napole- 
tanità del  nome  di  uno  dei  due  marinai  ebbri  di  The 
Tempest,  Trinculo  (2),  ardisco  esprimere  Y  avviso  che  la 
commedia  italiana  che,  in  modo  più  o  meno  indiretto, 
venne  a  notizia  dello  Shakespeare,  e  che  egli  tenne  pre- 
sente o  ricordò  nel  comporre  The  Tempest,  doveva  es- 
sere una  commedia  o  uno  scenario  elaborato  da  comici 
napoletani,  con  parti  buffe  napoletane. 

Tornerebbe  difficile  altrimenti  spiegare  come  in  The 
Tempest  si  sia  introdotto  il  nome  di  n  Trinculo  ",  che  non 
solo  non  ha  riscontro  in  altre  lingue,  ma  nemmeno  nella 
lingua  italiana.  Vero  è  che  1*  Elze  non  dubitò  di  etimo- 
logizzarlo con  "  trincare,  trincone  n,  germanesimi  impor- 
tati nella  lingua  italiana  dai  lanzichenecchi  tedeschi  (3)  ; 
ma  quella  forma  derivata  non  esiste  in  italiano,  ne  potè 
esserne  derivata  dallo  Shakespeare.  Laddove,  se  si  apre 
un  canzoniere  napoletano  dei  primi  anni  del  Seicento,  s'in- 
contrerà subito  : 

Cecca,  pecche  l'aruta  te  mettiste 
ncopp'  a  ssa  trezza  ionna  de  natura, 


(1)  Pubbl.  in  app.  all'op.  del  NERI,  p.  87. 

(2)  CROCE,  Saggi  della  letteratura  italiana  del  seicento,  1.  e,  p.  303  n. 

(3)  TH.  ELZE,  in  Jahrb.  cit.,  XV,  253. 


118        X.  -  SHAKESPEARE  E  LA  COMMEDIA  NAPOLETANA 

e  fra    trincole    e  smincole  la  iste 
a  mettere  a  ssa  rossa  legatura  ?...  (1). 

Meglio  ancora  :  consultando  la  descrizione  in  versi  di 
Napoli  e  delle  sue  costumanze,  fatta  da  un  contempora- 
raneo  dello  Shakespeare,  da  Giambattista  del  Tufo  nel 
1588,  si  troverà  tra  i  gridi  dei  venditori  ambulanti  che 
risonavano  allora  quotidianamente  per  le  vie  di  Napoli  : 

Trincole    e    mincole! 

Chi  accatta  lazze  e  spingole  ?  (2). 

E  la  parola  (se  non  più  il  grido)  è  ancor  oggi  viva, 
e  il  vocabolario  dell' Andreoli  la  spiega  "  con  fronzoli,  nin- 
noli, cianfrusaglie,  gingilli  ". 


{])  La  tiorba  a  taccone  di  FILIPPO  SGRUTTENDIO,  corda  I,  son.  53 
(ed.  Porcelli,  p.  53). 

(2)  Ritratto  o  modello  della  grandezza,  delitie  et  meraviglie  della  no- 
bilissima Città  di  Napoli  (1588).  Ms.  della  Bibl.  Naz.  di  Napoli.  XIII» 
C,  96.  Riferisco  per  disteso  il  brano  : 

Se  le  scarpe  e  pantofoli  son  rotti, 

ecco  per  strade  il  conciator  di  quelli  : 

Chi  vuò  solar  chianelli  ? 

Poi  con  dolci  altri  motti  : 

Zeppale  con  lo  mele  ! 

E  cento  insieme  ancor  :   Chi  vuò  candele  ? 

Cetrangole  e   lomingelle, 

e  legna  e  frasche  insiem  con  sarcinelle  ? 

Chi  vuò  conciatinielle  ? 

Ma  poi  con  altri  ancor  :    Tringole  e  mingole  f 

Chi  accatta  lazze  e  spingole  ? 

Così  di  quando  in  quando 

sentireste  passare 

centomila  altre  cose  da  comprare... 

(Ms.  cit.,  f.  27). 


X.  -  SHAKESPEARE  E  LA  COMMEDIA  NAPOLETANA        119 

Or  bisogna  ricordare  che,  sul  finire  del  secolo  deci- 
mosesto, si  formarono  e  corsero  pel  mondo  una  folla  di 
personaggi  comici  napoletani,  Coviello,  Pascariello,  Poli- 
cinella,  Cola,  Maramao,  Ciccio  Sgarra,  Meo  Squacquara, 
Spaccasirummolo,  ecc.,  dei  quali  parecchi  si  vedono  de- 
lineati nei  rami  del  Callot  (1),  che  li  osservò  nella  stessa 
Napoli,  dove  venne  probabilmente  nel  1721.  Non  è  fuor 
di  probabilità  che  che  ,  fra  quei  tanti  nomi  buffoneschi, 
formati  spesso  su  mere  analogie  e  bizzarrie  foniche,  fosse 
anche  quello  di  un   n   Trinculo   ". 

Anche  il  nome  di  "  Stefano  n  risale  forse  a  un  ori- 
ginale napoletano.  Il  Warburton  (2)  pensava  che  le  pa- 
role di  Stefano,  atto  V,  v.  286  :  "  O,  touch  me  noi:  —  I  am 
noi  Stephano,  bui  a  cramp  ",  richiamassero  un  giuoco  di 
parole  dell'originale  italiano,  che  egli  supponeva  fosse, 
per  es.:  n  Non  sono  Stefano  (sic),  ma  staffilato  (sic)  ",  in  rela- 
zione con  le  punture  (looth  'd  briers,  sharp  furzes,  pricing 
goss  and  thorns),  inflittegli  sulla  pelle  da  Ariele.  Senza 
presumere  di  ricostruire  per  congettura  il  probabile  gioco 
di  parole  napoletane,  è  da  ricordare,  a  ogni  modo,  che 
ff  Stefano  n,  in  gergo  furbesco,  valeva  e  vale  n  ventre, 
pancia  '  ;  donde  le  frasi  napoletane  n  egnersi  (riempirsi) 
lo  Stefano  n  ;  ■  farse  tanto  de  Stefano  n ,  e  simili  (3)  ;  e 
questo  significato  agevolava  la  formazione  di  equivoci,  per 
es.  tra  Stefano  (ventre)  e  stentino  (budello),  o  Stefano  e 
granco  (ritiramento  di  muscoli,  contorsioni,  cramp). 


(1)  CROCE,  /  teatri  di  Napoli  dal  rinascimento    alla  fine   del  secolo 
decimottavo,  nuova  edizione  (Bari,    1916),  pp.  31-33. 

(2)  Ed.  cit.,  1.  e. 

(3)  Si  veda  il  D'Ambra  e  gli  altri  lessicografi  napoletani. 


120        X.  -  SHAKESPEARE  E  LA  COMMEDIA  NAPOLETANA 

Trinculo  risponde  perfettamente  ali* Arlecchino  delle 
commedie  fantastiche  italiane.  Egli  è  dato  bensì  come  un 
marinaio  appartenente  alla  ciurma  della  nave  che  la  tem- 
pesta spinse  ali*  isola  di  Prospero  ;  ma  intrinsecamente 
(come  avvertiva  lo  Steevens)  "  is  not  a  sailor,  bui  a  je- 
ster,  and  is  so  called  in  the  ancient  dramatis  personae  ; 
he  therefore  wears  the  petty-coloured  dress  of  one  of  these 
characters  "  (1).  Appartiene  (osserva  una  scrittrice  che 
ha  studiato  l'umorismo  dello  Shakespeare)  alla  categoria 
dei  servi  astuti,  ed  è,  in  tutto  il  suo  essere,  un  clown, 
un  domestic  buffoomh  codardo  e  senza  cervello,  e  il  vino 
scatena  in  lui  solo  impulsi  bassi  ;  onde  la  sua  comicità 
è  passiva,  esterna,  di  situazione,  e  il  suo  spirito  formale 
e  ottuso.  Accanto  a  lui,  il  suo  compagno  Stefano  è  "  su- 
periore così  per  temperamento  come  per  qualità  di  beone  "  ; 
rimane  più  padrone  di  se ,  e  verso  Trinculo  rappre- 
senta la  parte  del  signore  e  del  timoniere  (2).  La  co- 
micità di  entrambi  (notò  già  il  Tieck)  non  è  quella  di 
caratteri  che  abbiano  singolare  spicco  e  attirino  forte  la 
attenzione  (per  es.,  quella  di  Falstaff),  ma  è  leggiera  e  ovvia, 
perchè  servono  solo  a  svagare  lo  spettatore,  accrescendo 
insieme  il  meraviglioso  e  l'effetto  dell'intero  dramma  (3). 

Dopo  il  naufragio,  quando  l'uno  aveva  creduto  morto 
l'altro,  s' incontrano  entrambi  nel!'  isola,  presso  Calibano, 
e  si  riconoscono,  come  negli  scenari  della  corrispondente 
commedia  italiana  : 


(1)  Cito  dall'eoi,  dei   Complete  Works  of  W.  S.,  ed.  Chalmers  (Paris, 
1844),  I,  24. 

(2)  HELEN  RICHTER,  Der  Humor  bei  Sh.,  in  Jahrbuch  cit.,   LXV 
(1909),  cfr.  pp.   13-4. 

(3)  LUDWIG  TIECK,  Kritische  Studlen  (Leipzig,   1848),  I,  59. 


X.  -  SHAKESPEARE  E  LA  COMMEDIA  NAPOLETANA        121 

TRINCULO  —  Stephano  !  If  thou  beest  Stephano,  touch  me,  and  speak 
to  me  ;  for  I  am  Trinculo  —  be  not  afeard,  —  thy  good  friend 
Trinculo. 

STEPHANO  —  If  thou  beest  Trinculo,  come  forth  :  I  '11  put  thee  by 
the  lesser  legs  :  if  any  be  Trinculo  *s  legs,  these  are  they.  Thou  art 
very  Trinculo  indeed!  How  camest  thou  to  be  the  siege  of  this 
moon  calf  ?  can  h  e  vent  Trinculos  ? 

TRINCULO  —  I  took  him  to  be  killed  with  a  thunder-stroke.  But  are 
not  drowned,  Stephano  ?  I  hope  thou  art  not  drowned.  Is  the  storm 
overblown  ?  I  hid  me  under  the  dead  moon-calf  's  gaberdine  for  fear 
of  the  storm.  And  art  thou  living,  Stephano  ?  O  Stephano,  two  Nea- 
poletans  escaped  ! 

(II,  2). 

1  Two  Neapolitan  escaped  ",  "  due  napoletani  salva- 
tisi n,  che  a  Napoli  erano  stati  altra  volta  Coviello  e  Po- 
licenella,  e  altrove,  nella  commedia  delPalta  Italia,  Bri- 
ghella e  Arlecchino.  Con  questi  zanni,  italiani  e  napo- 
letani, i  due  personaggi  shakespeariani  hanno  comune  il 
fare  spensierato  e  scherzevole  ;  onde  il  loro  pronto  ami- 
carsi con  Calibano  e  il  bonario  loro  divertirsi  a  far  bere, 
godere  e  ubbriacare  il  mostro,  che  hanno  incontrato  :  il 
n  signor  mostro  ",  come  lo  chiamano,  ridendo  di  se  e  di 
lui.  A  leggere  quelle  scene,  par  di  sentire  1*  eco  di  si- 
mili o  affini  scene  pulcinellesche,  che  ci  sono  sfilate  in- 
nanzi tante  volte  nelle  commedie  e  farse  dei  teatri  na- 
poletani (1). 


(1)  E  non  sarebbe  opportuno  condurre  una  simile  ricerca  nei  drammi  e 
scenari  italiani  per  le  Pene  d'amor  perdute,  delle  quali  s'  ignora  la  fonte, 
e  che  ha  tanta  aria  italiana,  e  presenta  personaggi  comunissimi  nella  com- 
media italiana  della  seconda  metà  del  Cinquecento,  il  Pedante  e  lo 
Spagnuolo?  Al  qual  proposito  non  è  da  considerare  impossibile  che  lo  Sha- 
kespeare avesse  qualche  notizia  diretta  o  indiretta  della  commedia  //  Can- 
delaio del  Bruno.  Il  giuoco  di  parole  contro  il  pedante  Holof-rnes,  ha, 


122       X.  -  SHAKESPEARE  E  LA  COMMEDIA  NAPOLETANA 

pron.  be  (V,  1),  riesce  oscuro  e  inesplicabie  senza  il  riferimento  al 
motto  di  «  pe  »,  «  pecorone  »,  contro  il  pedante  Marfurio,  nel  Cande- 
laio, III,  7.  Anzi  un  mio  ingegnoso  amico  è  giunto  a  pensare  che.  cerne 
nei  Secondi  frulli  del  Florio,  noto  allo  Shakespeare,  e  di  cui  v'è  traccia 
forse  in  questa  commedia  (IV,  2),  il  Bruno  appare  come  «  Nolano  », 
così  nelle  Pene  d'amor  perdute  egli  avesse  suggerito  il  nome  del  più  vi- 
vace personaggio  di  quella  commedia.  «  Biron  »,  infatti,  è  una  corre- 
zione che  si  trova  dal  secondo  in-folio  in  poi  ;  ma  nelle  due  stampe 
originali  il  nome  è  scritto  costantemente  «  Berowne  »;  cfr.  The  Works 
of  W.  Sh.,  ed.  by  W.  Aldis  Wright  (London,  Macmillan,  1894),  voi.  II, 
p.  230.  Ora  «  Berowne  »  ±±  Brown  =:  Bruno!  Si  trastulli  chi  vuole  con 
questa  nuova  «  ipotesi  brunian?*  »,  che  avrebbe  per  lo  meno  il  merito 
di  non  perdersi  a  fantasticare  sulla  filosofia  bruniana,  studiata  dallo 
Shakespeare,  ma  di  restringersi  alla  probabile  aneddotica  della  vita  lon- 
dinese, nella  quale  la  figura  di  Bruno  non  passò  inosservata.  D*  altra 
parte,  nella  scena  IV,  1 ,  si  accenna  a  «  a  phantasime,  a  Monarcho  », 
sul  quale  i  commentatori  inglesi  raccolgono  notizie  che  dimostrano  es- 
sere una  figura  della  commedia  italiana,  e  appartenere  al  mondo  e  ai 
motti  di  «  Bergamasco  e  (Arlecchino).  Rimetto  questo  tema  di  studio 
a  miglior  tempo,  o  piuttosto,  ad  altro  e  migliore  ricercatore.  [Posterior- 
mente è  tornato  sulla  questone  delle  fonti  italiano  della  Tempesta  E. 
D.  GREY  negli  Studies  on  modem  philolog^  della  Università  John  Hop- 
kins, giugno  1920  :  cfr.  un  cenno  nel  giornale  Le  lettere  di  Roma,  II, 
3,  18  febbraio  1921.  Per  le  cognizioni  in  genere  delle  cose  italiane 
che  ebbe  lo  Sh.  è  da  vedere  la  recente  monografia  di  LONGWORTH 
CHAMBRUN,  Giovanni  Florio,  Un  apotre  de  la  Renaiseance  en  Angle- 
terre  a  l'epoque  de  Shakespeare,  (Paris,  Payot,  s.  a.,    1921.] 


XI. 

G.  B.  VICO  E  LA  FAMIGLIA  ROCCA 

Poiché  il  Vico  passò  parecchi  anni,  e  dei  più  feconda 
della  sua  giovinezza  in  casa  dei  Rocca,  a  Vatolla,  pia- 
cerà apprendere  qualcosa  di  più  particolare  intorno  alla 
famiglia  che  l'ebbe  ospite. 

Quello  dei  Rocca,  che  il  Vico  conobbe  per  primo,  e 
che  a  lui  offerse  l'ufficio  di  precettore  dei  suoi  nipoti,  il 
vescovo  Geronimo,  è  anche  il  più  noto,  perchè  lo  ricordano 
rUghelli(l)  e  il  Giustiniani  (2).  Vescovo  d'Ischia  dal 
1673  al  1691,  era  nato  a  Catanzaro,  e  "  si  esercitò  non 
poco  (dice  il  Giustiniani)  nei  tribunali  sì  ecclesiastici  che 
laici  n  di  Napoli  e  di  Roma,  acquistando  reputazione 
e  protezioni.  Dalle  sue  molte  allegazioni  forensi  trasse 
un'opera  in  due  volumi  di  Disputationum  iuris  selectatum 
cum  decisionihus  super  eis  prolatis,  stampata  due  volte,  a 
Napoli,  dal  Paci,  1686-1688,  e  a  Coloniae  Allobrogum 
(Ginevra),  presso  i  fratelli  De  Tournes,   1693,  cioè  due 


(1)  Italia  sacra  (editio,  II  Venetia,   1720),  VI,  237-8. 

(2)  Memorie  istoricbe  degli  scrittori  legali  dei  regno  di  Napoli  (Napoli, 
1788,  II,  113-14).  L' Ughelli  lo  loda,  come  vescovo,  per  le  opere  che 
compì  in  Ischia,  non  solo  di  religione,  ma  di  comodo  civile,  strade,  con- 
dotti di  acqua  potatile,  e  simili. 


124  XI. -G.  B.  VICO  E  LA  FAMIGLIA  ROCCA 

anni  dopo  la  morte  dell* autore  (morì  nel  1691).  "Giu- 
reconsulto chiarissimo,  come  le  sue  opere  dimostrano  ",  lo 
dice  il  Vico;  ma  il  Giustiniani,  che  non  aveva  ragione 
di  essere  altrettanto  riguardoso,  giudica  che  il  Rocca,  nelle 
sue  disquisizioni,  "  maneggia  la  legge,  ma  le  più  volte  si 
attacca  ali*  autorità  dei  dottori,  e  suole  spesso  versarvi 
<.o\  sacco  le  citazioni  n,  sebbene  conceda  che,  per  le 
molte  e  varie  cose  di  cui  tratta,  possa  "  prestare  non  poco 
aiuto  a  chi  si  addice  nel  foro  e  sappia  ritrovare  Toro  in 
mezzo  al  loto  n  (1). 

Quando  nel  gennaio  del  1674,  morto  il  vicario  gene- 
rale, Tarcivescovo  di  Napoli,  cardinale  Innico  Caracciolo, 
chiamò  a  quell'ufficio  il  vescovo  Rocca,  fu  un  gran  malu- 
more nel  clero  di  Napoli  ;  e  un  cronista,  che  da  quei 
preti  tolse  1*  ispirazione,  scrisse  parole  di  fuoco  contro 
questa  preferenza  data  a  "  un  calabrese  di  bassa  statura 
e  di  aspetto  miserabile,  ordinariamente  guernito  di  ma- 
teria legale,  gentiluomo  di  Catanzaro  assai  più  che  povero, 
superbo  quanto  Lucifero,  fratello  d'omicidiari,  avendo  un 
suo  fratello  ucciso  di  mezzogiorno  alla  cappella  di  San 
Marino  anni  sono  un  gentiluomo  di  casato  Catalano,  ed 
un  altro  suo  fratello,  gesuita,  ammazzò  un  altro  gesuita 
di  casa  Caracciolo  dentro  il  Collegio  dei  Gesuiti  di  Na- 
poli ".  E  via  di  questo  passo!  Ma,  un  paio  di  mesi  dopo, 
poiché  il  Rocca,  non  avendo  ottenuta  licenza  di  esimersi 


(1)  Nell'esemplare  dell'opera  del  GIUSTINIANI,  in  Bibl.  Naz.  di  Nap., 
ms.  XII.  Z.  6,  con  note  del  Minieri  Riccio,  sono  segnati  allegazioni 
«  pareri  del  Rocca  sparsamente  stampati,  tra  i  quali  noterò  un  Discorso 
prattico  dell'emendamento  delle  sete  in  Calabria,  dell'abusi  et  inconvenienti 
<be  l'affliggono,  et  delli  rimedi  et  ripari  che  potriano  applicarsi  per  ag- 
aiutarlo  e  per  ridurlo  alla  dovuta  et  proportionata  rendi ta  (Napoli,  1681 ,  in  f.). 


XI.  -  G.  B.  VICO  E  LA  FAMIGLIA  ROCCA  1 25» 

dalla  residenza  in  Ischia  e  dimorare  in  Napoli,  volle 
tornare  alla  sua  chiesa,  il  tono  cangia  fondamentalmente, 
e  lo  stesso  cronista  lo  loda  per  aver  n  giudiciosamente  n 
firmato  le  scritture  "  come  provicario  n  e  per  aver  ben 
tenuto  l'ufficio  "  con  suo  molto  concetto  appresso  d'ogn'uno 
di  buona  opinione  e  sodisfattione  publica  n  (1).  Il  temibile 
concorrente  aveva  lasciato  il  campo,  e  perciò  ridiventava 
un  galantuomo.  Così  son  fatti  gli  uomini,  ossia  così  eran 
fatti  nel  secolo  decimosettimo  ! 

Il  fratello  del  vescovo,  ai  cui  figliuoli  il  Vico  si  recò 
precettore,  era  Domenico  Rocca,  barona  di  Amato  e 
marchese  di  Vatolla.  Quest'ultima  terra  era  stata  acqui- 
tela all'asta  pubblica  nel  1660  dall'altro  loro  fratello,  il 
generale  Giovanni  Rocca,  maresciallo  di  Spagna,  che  morì 
nel  1 664  o  nel  1 666  (2).  Appartenevano  i  Rocca  a  una 
famiglia  calabrese,  di  cui  il  Vico  stesso  dà  notizie  nobi- 
liari in  due  suoi  scritti  (3).  Ereditò  Vatolla  e  gli  altri 
beni  feudali  il  figlio  primogenito  del  generale,  Giuseppe 
Oronzio,  a  cui  nel  1 680  fu  conferito  il  titolo  di  marchese 
di  Vatolla  ;  ma,  non  avendo  esso  figliuoli,  e  poiché  la 
vedova  del  generale    suo    padre,   Chiara  Vespoli,  aveva 


(1)  INNOCENZO  FUIDORO,  Giornali,  mss.,  Bibl.  Naz.  di  Napoli,  X. 
B.  16,  ff.  137,  139,  149. 

(2)  M.  MAZZIOTTI,  La  baronia  del  Cilento  (Roma,  1904),  p.  210, 
segna  la  data  del  21  ottobre  1666,  laddove  negli  Spogli  delle  signifi- 
catone dei  relevi,  li,  410,  dell' Arch.  di  Stato  di  Napoli,  è  quella  del 
31  dicembre  1664. 

(3)  Nella  dedica  della  canzone  gli  Affetti  di  un  disperato,  riferita  in 
CROCE,  Bibliografia  vichiana  (Napoli,  1904),  pp.  20-1,  e  in  quella 
che  precede  la  canzone  per  le  nozze  del  Mazzacane  con  Giulia  Rocca 
(in  Opere,  ed.  II  Ferrari,  VI,  356-7). 


126  XI.  -G.  B.  VICO  E  LA  FAMIGLIA  ROCCA 

sposato  in  seconde  nozze  il  cognato  Domenico,  nel  1683 
Giuseppe  Oronzio  donò  i  suoi  feudi  al  fratello  uterino 
Francesco,  e  il  padre  di  costui,  Domenico,  ne  assunse  i 
titoli    come  rappresentante    del  figlio  minorenne  (1). 

La  terra  di  Vatolla  "  di  bellissimo  sito  e  di  perfettis- 
simo clima  ",  come  dice  il  Vico,  era  una  delle  numerose 
borgate  che,  sparse  sulle  pendici  del  monte  Stella  nei 
Salernitano,  formano  la  regione  detta  del  Cilento  (2). 
11  Vico  non  solo  vi  trovò  una  ricca  biblioteca  a  sua  di- 
sposizione nel  convento  di  S.  Maria  della  Pietà  dei  frati 
osservanti,  ma  anche  sperimentò  il  marchese  Domenico 
Rocca  "  gentilissimo  suo  mecenate  n,  che  n  si  dilettava 
nella  stessa  maniera  di  poesia  "  da  lui  coltivata.  Nella 
Pompe  funerali  per  Caterina  d'Aragona,  madre  dei  vi- 
ceré Medinaceli,  stampate  in  Napoli  nel  1 Ó97  e  contenenti 
una  Oratio  del  Vico,  si  leggono  due  sonetti  del  Rocca,  dei 
quali  il  secondo,  diretto  all'  abate  Federico  Pappacoda, 
h  questo: 

Spirto  gentil,  cui  Febo  il  crin  circonda 
di  sempre  verde  ed  onorato  alloro, 
deh  salda  ornai  con  la  tua  cetra  d'oro 
l'aspra  d'un  regio  cuor  piaga  profonda. 

E  raffrena  del  pianto  il  rio,  che  inonda 
il  generoso  petto,  al  cui  martoro 
recar  ben  può  '1  tuo  canto  alto  ristoro, 
anzi  in  gioia  cangiarlo  alma  e  gioconda. 


(1)  Archivio  di  Stato,  Repertorio  dei  Quintemioni  IV,  419;  Spogli 
cit.,  II,  597/;  Cedolario  Principato  Citra,  1696-1731,  f.  32:  cfr.  MAZ- 
ZIOTTI,  op.  cit.,  pp.  2 1 0- 1 1 .  Giuseppe  Oronzio  morì  nel   1689. 

(2)  Si  veda  il  MAZZIOTTI,  op.  cit.,  intr. 


XI.-  G.  B.  VICO  E  LA  FAMIGLIA  ROCCA  127 

Mostra  pur  ne'  bei  carmi  al  mesto  figlio 
cinta  di  luce  la  gran  madre  altera, 
che  nel  materno  sole  affisa  il  ciglio. 

Mostragli  ancor  come  dall'alta  spera 
manderà  più  nipoti,  il  cui  consiglio 
serva  di  scorta  alla  fortuna  Ibera(l). 

Domenico,  oltre  una  figliuola,  Giulia,  aveva  tre  figliuoli 
maschi,  il  già  ricordato  Francesco,  Saverio  e  Carlanto- 
nio  (2),  che  sono  i  nomi  dei  giovinetti  affidati  alle  cure 
del  Vico.  Del  cui  soggiorno  a  Vatolla  hanno  formato 
argomento  di  congetture  e  di  dubbi  le  date  iniziale  e  finale, 
e  la  stessa  durata,  che  il  Vico  dice  di  n  nove  anni  n  e 
forse  fu  alquanto  più  breve.  A  me  che  avevo  pensato 
doversi  porre  il  novennio  tra  il  1684  e  il  1693,  nel  qual 
anno  si  aveva  notizia  di  ritorno  del  Vico  (3)  a  Napoli,  è 
stato  giustamente  fatto  osservare  dal  Donati  che  il  Vico 
dovè  più  volte,  durante  quel  soggiorno,  recarsi  a  Napoli 
e  dimorarvi  più  o  meno  a  lungo,  e  che  la  data  iniziale 
del  1683  non  può  sostenersi,  e  il  più  probabile  è  che 
il  Vico  partisse  per  Vatolla  tra  il  1689  e  il  1690  e 
vi  restasse  sin  verso  la  fine  del  1696,  meno  dei  nove 
anni  da  lui  ricordati.  Riconosco  giuste  le  argomenta- 
zioni del  Donati  (4)  e  le  accetto,  e  aggiungo  a  sostegno 


(1)  V.  anche  Rime  di  poeti  napoletani  (Napoli,    1701),  p.  260, 

(2)  Arch.  di  Stato,  Cedol.  cit.,  f.  33  ;  MAZZIOTTI.  op.  cit.,  p.  211, 

(3)  B.  DONATI,  Autografi  e  documenti  vichiani  inediti  o  dispersi. 
Note  per  la  storia  del  pensiero  del  Vico  (Bologna,  Zanichelli,  1921), 
pp.  36-38. 

(4)  Si  veda  ora  in  proposito  G.  SOLARI,  Per  la  vita  e  il  pensiero 
del  Vico,  in  Rassegna  internazionale  di  filosofia  del  diritto,  di  Roma,  I 
(1921),  pp.  250-63. 


1 28  XI.  -  G.  B.  VICO  E  LA  FAMIGLIA  ROCCA 

che,  essendo  il  primogenito  dei  figli  del  marchese  di  Va- 
tolla, Francesco,  nato  il  29  marzo  1672,  e  la  figliuola 
Giulia  il  6  maggio  del  1673  (1),  e  l'altro  figlio,  Saverio, 
circa  il  1677  (2),  anche  queste  date  ci  conducono  agli 
anni  da  lui  proposti.  Dirò  di  più  che  un  documento,  a 
lui  come  a  me  sfuggito  per  l' innanzi ,  conferma  che  il 
Vico  si  trovava  ancora  a  Vatolla  nel  1695. 

Tra  le  rime  del  Vico  è  un  epitalamio  per  le  nozze 
del  principe  d'Omignano  G.  C.  Mazzacane  con  donna 
Giulia  Rocca  dei  marchesi  di  Vatolla,  a  capo  del  quale 
il  Ferrari  nella  sua  edizione  (3)  pone  la  data  del  1719, 
il  che  gli  toglierebbe  importanza  pei  nostro  proposito  e 
ne  farebbe  tutt'al  più  documento  delle  buone  relazioni 
che  il  Vico  avrebbe  a  lungo  di  poi  intrattenute  coi  Rocca. 
Ma  il  vero  è  che  la  data  apposta  dal  Ferrari  e  affatto 
cervellottica;  il  Villarosa,  che  raccolse  quell'epitalamio  e 
la  lettera  dedicatoria  tra  gli  Opuscoli  (4),  non  vi  pone  al- 
cuna data  e  solo  nota  che  rimase  n  inedito  e  fu  pubbli- 
cato per  la  prima  volta  in  un  giornale  che  anni  sono 
stampa  vasi  in  Napoli  col  titolo  Effemeridi  Letterarie  n.  In 
verità,  non  così  s' intitolava,  ma  Scelta  miscellanea  per 
Fanno  1784  il  giornale  letterario  in  cui  (voi.  II,  pp.  461- 
75),  fu  pubblicato,  su  copia  fornita  da  Mario  Pagano, 
l'epitalamio  per  le  nozze  Mazzacane-Rocca,  dove  anche 
non  reca  data  ed  è  detto  n  inedito  " ,  quantunque  indub- 
biamente dovette  essere  messo  a  stampa  in  un  opuscolo 


(1)  Notizie  tratte  dai  registri  parrocchiali  di  Vatolla,  che  debbo  alh 
cortesia  del  principe  di  Migliano,  Michele  Vargas. 

(2)  Si  veda  più  oltre,  nota    1    a  p.    132. 

(3)  Opere,  Milano,    1835,  VI,  360-85. 

(4)  VICO,  Opuscoli,  ed.  Villarosa,  II,  200-5,  III,  75-80  ;  cfr.216. 


XI.  -G.  B.  VICO  E  LA  FAMIGLIA  ROCCA  129 

ora  introvabile  (  I  ).  Ora,  Io  storico  del  Cilento  e  di  Va- 
tolla  e'  informa  che  Giulia  Rocca,  nata  nel  maggio  del 
1673,  sposò  il  Mazzacane,  principe  di  Omignano  (altra 
terra  del  Cilento),  in  Vatolla,  nel  luglio  del  1695  ;  e 
morì  tre  anni  dopo,  nel  feudo  del  marito,  il  25  luglio 
1698  (2).  Il  Vico,  nella  lettera  di  dedica,  la  chiama 
1  l'illustrissima  mia  signora  D.  Giulia  Rocca  ",  e  la  loda 
di  "  cortesi  e  gentili  costumi  n,  di  n  atti  leggiadri  ed  ac- 
corti ",  e  di  n  parole  piene  di  senno  e  di  onestà  ". 

L'epitalamio,  come  il  Vico  stesso  dice,  è  imitazione 
di  quello  catulliano  Vesper  adest  :  "  Tra  le  più  belle  e 
più  leggiadre  costumanze,  le  quali  erano  appresso  le  due 
antiche  nazioni  sopra  tutte  l'altre  più  gentili  ed  umane, 
io  dico  appresso  i  Greci  e  Latini,  mi  sembra  essere  stata 
quella  che  usavasi  nelle  nozze,  con  la  quale  la  novella 
sposa,  purché  vergine  fosse  stata,  era  posta  nel  letto  ma- 
ritale col  nuovo  sposo  a  giacere  ;  un  coro  di  donzelle  ed 
un  altro  di  garzonetti  solevano  un  inno  in  lode  del  Dio 
delle  Nozze,  intessendovi  ancor  le  lodi  di  essi  sposi,  or 
or  l'uno  or  l'altro  vicendevolmente  cantare,  acciocché  i 
pietosi  lamenti  ed  i  paurosi  gridi  che  sogliono  dalle  ver- 
ginelle in  quell'atto  mandarsi,  non  fossero  intesi  per  av- 
ventura d' intorno  ;  e  siffatto  inno  chiamavano  essi  Epi- 
talamio, del  quale  oggi  non  ne  abbiamo  migliore  esempio 
di  quello  che  lascionne  il  suavissimo  de*  latini  poeti  Ca- 
tullo... ".  C'è,  in  questa  imitazione,  una  certa  freschezza 
e  vivacità  giovanile,  che  si  ritrova  nell'altro  epitalamio  per 


(1)  CROCE,  Secondo  supplemento  alla  Bibliografia  vichiana    (Napoli, 
1911),  p.  48. 

(2)  MAZZIOTTI,  op.  cit.,  pp.  211  n,  213-4,  cfr.  260. 

9 


130  XI.  -G.  B.  VICO  E  LA  FAMIGLIA  ROCCA 

le  nozze  di  Vincenzo  Caraf a ,  composto  nel  1 696,  ma 
non  più  nei  posteriori  componimenti  del  Vico  di  simile 
argomento.  Ne  riferirò  qualche  strofa: 

O  stella  degli  amanti, 
e  qual  lume  nel  cielo 
splende  di  te  più  crudo  e  più  spietato, 
che  non  curando  i  pianti 
di  che  inama  per  zelo 
la  madre  il  sen,  come  rugiada  il  prato, 
del  suo  grembo  ben  nato 
tor  puoi  la  cara  figlia, 
a  cui  tiene  sì  strette 
le  braccia  leggiadrette, 
che  in  atto  alta  pietà  finge  e  somiglia  ; 
e  darla  in  preda  puoi 
all'amator  acceso, 

che  per  temprare  i  caldi  desii  suoi, 
è  a  far  di  lei  mille  vendette  inteso  ? 
Vieni,  santo  Imeneo, 
Imene,  Imeneo,  vieni,  Imeneo. 


Come  a  chiara  e  fresc'onda 
in  chiuse  parti  e  sole 
di  sacra  selva  accolta  in  fonte  vivo, 
fanno  onor  sulla  sponda 
e  ligustri  e  viole 
col  venticello  crespo  e  fuggitivo  ; 
tutto  lieto  e  giolivo 
stuol  di  giovani  amanti, 
mentre  si  stanno  al  rezzo, 
ri  si  specchiano  in  mezzo, 
e  perde  poi  sì  chiari  pregi  e   tanti, 
se  viene  intorbidato 
l'onor  di  sua  chiarezza  ; 


XI.-  G.  B.  VICO  E  LA  FAMIGLIA  ROCCA  131 

tal*  è  la  verginella  che  macchiato 

ha  il  verginal  candor  di  sua  bellezza. 

Vieni,  santo  Imeneo, 

Imene,  Imeneo,  vieni,  Imeneo. 

Come  vedova  vite 
nata  in  non  culto  piano 
giace  squallida,  umile,  infruttuosa 
che  le  braccia  smarrite 
talor  inalza  in  vano, 
e  tratto  mesta  al  suol  le  gitta  e  posa  : 
ma  s'all'olmo  si  sposa, 
s*  innalza  al  cielo,  e  dona 
di  sé  l'uva  gradita, 
e  dolce  e  colorita, 

onde  le  fanno  onor  Bacco  e  Pomona  ; 
così  sua  vita  mena 
la  verginella  sola  ; 

ma,  fatta  donna  poi  chiara  e  serena, 
sovr'ogni  eccelso  onor  s'erge  e  sorvola. 
Vieni,  santo  Imeneo, 
Imene,  Imeneo,  vieni,  Imeneo. 

Passarono  pochi  anni,  non  più  di  cinque,  dal  ritorno 
del  Vico  a  Napoli,  ed  egli  fu  spettatore  (nel  settembre 
1701)  di  quella  rivolta  di  una  parte  della  nobiltà  contro 
gli  Spagnuoli,  che  è  nota  come  la  congiura  di  Macchia, 
e  ne  scrisse  la  storia  nell'opuscolo  De  parthenopea  coniu- 
ratione.  In  quest'opuscolo,  composto  probabilmente  per 
incarico  del  partito  vincitore,  ossia  del  viceré  spa- 
gnuolo  che  in  nome  di  re  Filippo  V  aveva  represso 
la  rivolta,  con  qual  animo  mai  egli  dovè  segnare,  tra 
i  rivoltosi,  il  nome  di  uno  dei  suoi  allievi  di  Vatolla,  di 


132  XI. -G.  B.  VICO  E  LA  FAMIGLIA  ROCCA 

Saverio  Rocca  ?  Il  Rocca,  infatti,  che  allora  aveva  circa 
ventiquattro  anni  (1)  e  che  Tiberio  Carafa  nelle  sue  me- 
morie giudica  n  giovane  assai  coraggioso  n  (2),  si  dimostrò 
tra  i  più  ardenti  ed  operosi  nei  due  giorni  del  combat- 
timento per  le  strade.  Si  unì  alla  prima  schiera  degli  in- 
sorti, che  entrò  la  sera  del  22  per  la  porta  di  San  Gen- 
naro ;  fu  tra  coloro  che  si  mossero  ad  occupare  il  cam- 
panile di  Santa  Chiara  ;  emanò  bandi  per  l'arruolamento 
ai  servigi  di  re  Carlo  VI  ;  ritentò  la  resistenza  nella  trin- 
cea presso  i  Gerolomini  ;  e,  finalmente,  sconfitti  gì*  in- 
sorti, si  salvò  insieme  con  Malizia  Carafa,  uscendo  inos- 
servato per  la  porta  di  San  Gennaro,  e  indirizzandosi 
verso  Benevento.  Ma,  giunti  quei  fuggiaschi  al  villaggio 
di  San  Leucio,  stanchi,  affamati,  mandarono  a  domandare 
soccorso  a  uno  dei  principali  congiurati,  che  non  ancora 
conoscevano  traditore,  al  di  Capua  principe  Della  Riccia, 
il  quale  inviò  loro  incontro  una  dozzina  di  suoi  sgherri, 
che,  fingendo  di  guidarli,  a. un  tratto  si  avventarono  su  di 
essi,  e,  nonostante  la  loro  resistenza,  li  legarono.  Malizia 
Carafa  urlava  e  si  dibatteva  e  non  voleva  procedere  ol- 
tre;   e  il    Rocca,    n  tollerando   con   più   coraggio   quella 


(1)  Un  documento  del  marzo  1703  lo  dice  aetatis  suae  annorum  26 
circiter,  e  ce  lo  descrive  di  statura  piuttosto  alta,  di  capelli  rasi  color 
castagno  e  con  parrucca  bionda  :  v.  lo  scritto  recente  di  E.  M.  MAR- 
TINI, La  prigionia  di  Malizia  Carafa  e  le  sue  suppliche  a  papa  Cle- 
mente XI,  in  Arch.  stor.  p.  le  prov.  nap.,  N.  S.,  VI,  1920,  fase.  3-4,. 
pP.  289-90, 

(2)  «  Saverio  Rocca,  fratello  del  Baron  d'Amato  e  Marchese  di  Ba- 
tolla,  giovane  assai  coraggioso  »  {Memorie,  ms.  Bibl.  Soc.  Stor.  Nap.» 
XXI.  A.  22,  f.  125). 


XI.  -  G.  B.  VICO  E  LA  FAMIGLIA  ROCCA  1 33 

sventura,  si  studiava  di  consolarlo  n  ;  finche,  inaspettata- 
mente, n  sopraggiunto  un  messo  della  principessa  della 
Riccia,  la  quale  aborriva  da  cotali  infamie  ed  atrocità 
del  marito,  recò  un  suo  ordine  in  iscritto  perchè  fossero 
lasciati  andare  n.  Così  si  rifugiarono  a  Benevento  in  una 
chiesa,  e,  poiché  nei  giorni  seguenti  il  Viceré  mandò 
genti  per  chiedere  la  consegna  dei  due  ribelli,  l'arcive- 
scovo cardinale  Orsini,  poi  papa  Benedetto  XIII,  li  fece 
cavare  dall'  asilo  e  chiudere  in  castello,  "  impegnando  la 
pontificia  parola  di  ritenerveli  finche  per  pace  o  guerra  le 
cose  si  mutassero  ".  Da  Benevento  furono  poi  trasportati 
a  Roma,    in    Castel    Sant'Angelo  (1). 

Il  Vico  è  costretto  a  notare  che  I'  avvocato  e  poeta 
Saveria  Pansuto  fu  tratto  nella  congiura  "  a  Saverio  Rocca, 
patricio  iuvene,  quem  Malitia  transformavit  n,  sedotto  esso 
stesso  da  Malizia  Carafa  (2).  Tace  per  altro  il  nome  di 
lui  nel  descrivere  le  peripezie  della  fuga  ;  ma  tanto  più 
vigorosamente  marchia  d'infamia  il  principe  della  Riccia, 
col  contrapporre  la  fedeltà  di  oscuri  congiurati  al  nero 
tradimento    di    costui   così    altolocato.    "  Ex  obscurioribus 


(1)  A.  GRANITO,  Storia  della  congiura  del  principe  di  Macchia  (Na- 
poli. 1861),  I,  111,  113,129,  130,  138,  139,  139-60,  180-81.11  sé- 
guito dello  loro  avventure  può  vedersi  in  E.  M.  MARTINI,  art.  e  1.  cit. 

(2)  Opere,  ed.  seconda  Ferrari,  I,  352.  Del  Pansuto,  che  gli  era 
stato  collega  nell'accademia  Medinaceli  al  Palazzo  reale,  parla  così:  «  Is 
bono  studiofum  cultu  familiae  modestiam  honestabat,  et  paucis  ante  men- 
sibus  ad  eruditas  dissertationes  quae  apud  Proregem  habe  bantur,  in  certum 
literatorum  virorum  coetum  ad  id  ipsum  institutum  honorifice  admissus; 
sed  in  speciem  comis  obsequii  nescium  et  gloriae  intemperantem  gestabat 
animum...  ». 


1 34  XI.  -  G.  B.  VICO  E  LA  FAMIGLIA  ROCCA 

hominibus  qui  eius  facinoris  societatem  violatam  velit, 
inventus  nemo.  At  Capuanus  Malitiam  cum  parva  profu- 
gorum  manti  in  sua  ditione  latibula  quaeritantem  compre- 
hendi  et  obtr lineari  mandavit.  Ubi  Malitia  unde  saluti^ 
spem,  inde  sibi  vincula  et  necem  illatam  vidit,  tantum  vitae 
spatium  a  percussoribus  impetrava,  ut  grama  cum  Capuano 
et  ex  eius  usu  conferret,  auroque  preces  insinuante,  missus 
qui  haec  suprema  eius  vota  renunciareL  Sed  cum  Capuanus, 
animi  dubius  ne  in  Malitiae  persecutores  incideret,  Bene- 
ventum  commigrasset,  re  ad  eius  uxorem  delata,  ab  ea  in- 
columes  abire  iussL  Hi,  iniectis  vinculis,  soluti  Beneventum 
profugiunt,  ubi  Malitia  de  sacra  aede  praetereuntem  Ca- 
puanum,  qui  suo  adventu  perterritus  urbe  excedebat,  Uber- 
rima et  omnibus  prohris  referto  invectiva,  plurimo  populo 
qui  ad  nova  convenerat,  audiente,  insectatus  est  "  (1).  Ac- 
cenna pure  che  Malizia  e  il  Rocca  rimasero  custoditi  in 
Benevento  (2). 

Mentre  Saverio  Rocca  si  dava  alla  parte  austriaca,  il 
fratello  Francesco,  che  era  succeduto  al  padre  nel  titolo 
di  marchese  di  Vatolla,  si  dimostrava  ligio  a  re  Filippo  V, 
e  il  25  maggio  1702  fu  tra  coloro  che  gli  prestarono, 
nella  Cattedrale  di  Napoli,  giuramento  di  fedeltà  (3).  Ma 
nel  1 707,  alla  venuta  degli  Austriaci,  anche  Saverio  tornò 
da  Roma  con  altri  esuli  napoletani,  e  fece,  come  era 
da  prevedere,  un  felice  corso  di    onori    nel    nuovo    go- 


(1)  Voi.  cit.,  PP.  366-7. 

(2)  Voi.  cit.,  P.  371. 

(3)  Foglio  a  stampa  nel  ms.  XXVIII.  C.    12,  della  Bibl.  della  Soc. 
Storica  Napoletana. 


XI. -G.  B.  VICO  E  LA  FAMIGLIA  ROCCA  135 

verno  viceregnale,  in  qualità  prima  di  regio  governa- 
tore di  città  e  poi  di  preside  in  varie  provincie  del  Re- 
gno, nel  1710  di  Lecce,  nel  1713  di  Chieti,  nel  1723 
di  Aquila,  nel  1724  di  Salerno,  nel  1725  di  Cosenza, 
nel  1 732  nuovamente  di  Chieti,  dove  morì  1*  1 1  luglio 
1  733  ed  è  sepolto  nella  chiesa  dei  Cappuccini  sotto  una 
gloriosa  iscrizione,  che  lo  loda,  tra  l'altro,  come  insigne 
n  genere,  politiori  litteratura,  belli  virtute,  pacisque  artibus  ", 
oltreché  per  amore  grande  alla  patria  e  ossequio  a  Cesare, 
onde  da  questo  fu,  motti  proprio,  fregiato  della  chiave 
d'oro  (  1  ).  Io  non  seguirò  più  oltre  la  storia  dei  Rocca  e  del 
loro  feudo  di  Vatolla  (il  marchese  Francesco  morì  nel  1 735, 
i  due  figliuoli  che  l'un  dopo  V  altro  gli  successero  non 
ebbero  prole,  e  la  figliuola  Giacinta  donò  nel  1 767  Va- 
tolla al  cugino  Francesco  Vargas  Machuca)  ,  e  solo  mi 
sembra  opportuno  notare  che  P  iscrizione  —  che  è  poi  una 
odicina  saffica  di  quattro  strofe,  —  posta  a  una  fontana 
nella  casa  marchesale  di  Vatolla,  e  con  la  data  del  1731, 
la  quale  senza  fondamento  alcuno  si  attribuisce  al  Vico, 
ricorda  appunto  Saverio  Rocca,  che  dovette  far  costruire 


(1)  Gazzetta  di  Napoli,  n.  3,  14  gennaio  1710,  n.  42,  14  ottobre 
1710;  Discorso  istorico  o  sia  Notiziario  per  l'anno  1723,  p.  103,  per 
l'anno  1724,  p.  109,  per  gli  anni  1? '25-26-2? '-28-30,  pp.  81,  129, 
66,  158,  133,  135;  G.  RAV1ZZA,  Appendice  alle  notizie  biografiche 
degli  uomini  illustri  della  città  di  Chieti  (Chieti,  1834),  pp.  127,  128? 
cfr.  dello  stesso,  Epigrammi  antichi,  de' mezzi  tempi  e  moderni  pertinenti 
alla  città  di  Chieti  (Chieti,  1826),  p.  58.  Debbo  queste  ed  altre  no- 
tizie che  ho  adoperate  all'amico  dr.  Nino  Cortese,  che  mi  ha  coadiu- 
vato nelle  ricerche  intorno  ai  Rocca. 


136  XI. -G.  B.  VICO  E  LA  FAMIGLIA  ROCCA 

quella   fontana   in  un    anno  in   cui   colà   si  riposava   dai 
consueti  uffici  (1).  L'ultima  strofa  suona  infatti: 

Confluent  Nymphae  Thetides  canentes, 
Naiadum  turbae  Satyrique  dicent  : 
Vivat  aeternum,  repetentque,  Xa- 

verius  author  (2). 


(1)  Nel  1731  non  è  segnato  nei  Notiziari  citati  come  preside  in 
alcuna  provincia. 

(2)  Il  MAZZIOTTI,  op.  cit.  p.  214,  reca  così  gli  ultimi  due  versi: 
«  Vivat  aeternum,  repetentque  saxa  (?)  Verius  author  ».  Sui  ricordi  del 
Vico  a  Vatolla  cfr.  Bibliografia  oichiana,  pp.  120-22. —  Tra  le  epi- 
grafi del  Vico  ve  ne  ha  una  {Opere,  seconda  ediz.  Ferrari,  VI,  310) 
pel  marchese  Orazio  Rocca,  del  Sacro  Regio  Consiglio,  che,  dopo  lunghi 
anni  di  servigi  come  magistrato,  lasciò  la  famiglia  quasi  indigente,  onde 
Carlo  di  Borbone,  re  di  Napoli  e  Sicilia,  nominò  il  figlio  Francesco 
giudice  della  Vicaria  e  gli  conferi  il  paterno  titolo  di  marchese.  Questi 
Rocca  erano  di  una  linea  diversa  da  quella  dei  marchesi  di  Vatolla. 
Orazio,  giudice  nel  1 728,  consigliere  nel  *30,  reggente  del  Collaterale 
nel  *34  e  consigliere  della  R.  Camera  nel  *35,  morì  il  27  maggio  1 742; 
il  che  assegna  la  data  dell'epigrafe  del  Vico.  A  lui  G.  P.  Cirillo  de- 
dicava la  sua  ediz.  delle  Vindiciae  secundum  Cuiacium  adversus  Meril- 
lium  di  Dora.  Gentile  (Napoli,  Muzi,  1 729);  v.  GIUSTINIANI,  op.  cit., 
I,  259,  II,  93.  Francesco  Rocca,  suo  figlio,  giudice  il  2  giugno  '42, 
morì  governatore  di  Capua  il  5  settembre  1 766  :  v.  Notiziario  ragio- 
nato del  S.  R.   Consiglio  (Napoli,  1802),  pp.  63,  87. 


XII. 

G.  B.  VICO  E  LA  CONGIURA  DI  MACCHIA 

L' opuscolo  del  Vico  De  parthenopea  coniuratione  è 
stato  finora  poco  o  nulla  considerato,  e  merita»  a  mio  pa- 
rere, qualche  studio.  Rimasto  inedito,  sebbene  sparso  in 
più  copie  nelle  biblioteche  pubbliche  e  private  di  Na- 
poli, fu  edito  per  la  prima  volta  nel  1836  dal  Ferrari,  in 
fondo  al  primo  volume  delle  Opere,  dopo  quella  sua  sgan- 
gherata e  mirabolante  introduzione  storico-filosofica  (1). 
Edizione  infiorata  di  ogni  sorta  di  scerpelloni,  e  spesso  inin- 
telligibile, alla  quale  è  aggiunto  un  lungo  errata-corrige  (2), 
preceduto  dall'avvertenza  che  n  dopo  1*  impressione  dello 
scritto  istorico  di  Vico  n  l'editore  ne  aveva  ricevuto  una 
"  copia  assai  più  corretta  n.  Nella  ristampa  che  egli  fece 
delle  Opere  nel  1854,  l'edizione  si  presenta  di  poco  mi- 
gliorata, e  da  una  nota  dovrebbe  trarsi  che  il  Ferrari  tenne 
presente  addirittura  1'  n  autografo  n  (3)  :  di  che  dubito. 
Venne  altresì  ristampato  nella  raccolta  del  Jovene  e  del 


(1)  Milano,  1836,  voi.  I,  343-401. 

(2)  Si  veda  a  p.  414   inn. 

(3)  Milano,   1854,  voi.  I,  pp.  317-73  ;  cfr.  p.  319  n. 


1 38  XII.  -  G.  B.  VICO  E  LA  CONGIURA  DI  MACCHIA 

Pomodoro  (  1  )  ;  ma  in  una  futura  edizione  occorrerebbe 
rivederlo  sui  manoscritti  che  se  ne  conservano  e  che 
altrove  ho  indicati  (2),  in  verità  anch'essi  molto  scorretti, 
e  nel  resto  aiutarsi  con  la  critica. 

Il  Vico  tace  affatto  di  questo  non  lieve  suo  lavoro  nel- 
l'autobiografia, nella  quale  pure  ricorda  altre  sue  scritture 
di  minore  estensione  e  di  assai  minore  importanza.  Avrebbe 
dovuto  parlarne  là  dove  scrive:  n  Tra  questi  studi  severi 
non  mancavano  al  Vico  delle  occasioni  di  esercitarsi 
anco  negli  ameni,  come,  venuto  in  Napoli  il  re  Filippo  V 
[aprile- giugno  1702],  ebbe  egli  ordine  dal  signor  duca 
d'Ascalona,  ch'allora  governava  il  regno  di  Napoli,  por- 
tatogli dal  signor  Serafino  Biscardi,  innanzi  sublime  av- 
vocato, allora  reggente  di  cancelleria,  ch'esso,  come  regio 
lettore  d'eloquenza,  scrivesse  un'orazione  nella  venuta  del 
re...  "  (3):  il  Panegiricus  Philippo  V,  Hispaniarum,  India- 
rumque  ab  utriusque  Siciliae  Potentissimo  Regi  a  Io:  Bap- 
iista  a  Vico,  Regio  Eloquentiae  Professore  Inscriptus,  *D/- 
catus  (4).  Alquanto  prima  lo  stesso  viceré  don  Giovanni 
Emanuele  Fernandez  Pacheco,  duca  di  Ascalona  e  mar- 
chese di  Villena,  n  di  età  grave,  di  circa  cinquant'anni, 
di  costumi  santi,  dottissimo  quasi  in  ogni  scienza,  teologo, 
filosofo  cartesiano,  politico,  militare,  matematico  "  (5),  pro- 
babilmente dovette  confermargli  1*  incarico  datogli  dal  vi- 


(1)  Nella  prima,  Napoli,   1840,  voi.  HI,  parte  I,  pp.  201-250;  nella 
seconda,  Napoli,   1860,  voi.  VI,  pp.  167-202. 

(2)  Bibliografia  ciciliana,  p.  27. 

(3)  Autobiografia,  ed.  Croce,  p.  36, 

(4)  Neapoli,  MDCCH,  Typis  Felicis  Musca,  Superiorum  permissu. 

(5)  A.  BULIFON,   Cronicamerone   1670-1706,  ma.  Bibl.   Soc.   Stor. 
Napol.,  f.    113,  t°. 


XII.  -  G.  B.  VICO  E  LA  CONGIURA  DI  MACCHIA  1 39 

cere  predecessore,  il  duca  di  Medinaceli,  perchè  sten- 
desse un  ragguaglio  storico  della  congiura,  rivolta  e  re- 
pressione accaduta  a  Napoli  dei  partigiani  di  casa  d'Au- 
stria contro  Filippo  V.  Al  professore  di  eloquenza  della 
università  non  spettava  forse  di  adoprare,  secondo  richiesta, 
non  solo  lo  stile  oratorio  e  l'epigrafico  e  il  poetico,  ma  anche 
quello  istorico  ?  Che  l'opuscolo  fosse  preparato  e  steso 
tra  l'ottobre  1701  e  il  marzo  1702,  si  vede  dal  farvisi 
menzione  del  richiamo  del  duca  di  Medinaceli  dal  go- 
verno di  Napoli  e  della  nomina  dell'  Ascalona  e  delle 
avventure  in  Roma  del  marchese  del  Vasto  (1),  e  dal 
non  farvisi  alcun  accenno  a  fatti  posteriori,  tra  i  quali  la 
venuta  di  re  Filippo  V  in  Napoli,  che  in  certo  modo  chiu- 
deva, almeno  provvisoriamente,  quella  serie  di  avvenimenti 
storici. 

Ma  il  Vico,  come  soleva  dare  impronta  di  serietà  alle 
cose  frivole,  che  sovente  gli  si  richiedevano,  così  anche 
rendeva  gravi  e  austeri  gl'incarichi  che  riceveva  di  sto- 
rico aulico  o  ufficiale  ;  ed  egli  che  la  biografia  a  lui  com- 
messa dal  duca  di  Traetto  del  generale  Antonio  Carafa 
"  lavorò  temprata  di  onore  del  subbietto,  di  riverenza 
verso  i  principi,  e  di  giustizia  che  si  dee  aver  per  la  ve- 
rità n  (2),  non  si  comportò  altrimenti  in  quest'opuscolo  di 
argomento  prossimo  e  scottante. 

Il  quale  ha,  anzitutto,  pregio  grandissimo  per  1'  esatta 
informazione  e  l'ordinato  racconto  ;  tantoché  l'ampia  storia 
che,  oltre  un  secolo  e  mezzo  dopo,  il  principe  di  Bei- 
monte,  Angelo  Granito,  soprintendente    dell'Archivio  di 


(1)  Cfr.  GRANITO,  op.  cit.,  I,   199,  Documenti,  p.  91. 

(2)  Autobiografia,  ed.  Croce,  p.  38. 


1 40  XII.  -  G.  B.  VICO  E  LA  COiNGIURA  DI  MACCHIA 

Napoli,  compose  della  Congiura  di  Macchia,  seguì  in 
ogni  parte  il  disegno  del  racconto  vichiano,  solo  arric- 
chendolo di  notizie  desunte  dalle  memorie  di  Tiberio 
Carafa  e  da  documenti  d'archivio  (1).  E  non  è  meno  da 
pregiare  pel  decoro  letterario  e  l'efficacia  rappresentativa 
della  forma  (2)  ;  ma  soprattutto  è  notevole  per  la  cura 
che  osserva  di  giustizia  e  di  verità,  e  pel  tono  non  da 
partigiano  e  libellista,  ma  da  probo  narratore,  pure  ap- 
partenente alla  causa  dell'ordine  e  del  governo  legittimo 
e  costituito. 


(1)  Il  GRANITO,  nella  prefaz.  (I,  pp.  XV-XVI),  muove  all'opuscolo 
del  Vico  la  censura  che  non  dia  alla  congiura  del  1701,  l'importanza, 
storica  che  le  spetta,  non  informi  sui  casi  posteriori  del  Macchia  e  degli 
altri,  e  non  connetta  la  sollevazione  del  1701  con  la  conquista  austriaca 
del  1 707.  Ma  tutto  ciò  era  chiaramente  impossibile,  perchè  il  Vico 
scriveva  nel   1702. 

(2)  Ne  trascriverò  a  saggio  qualche  piccolo  brano;  questo,  per  esem- 
pio, che,  narrato  come  i  congiurati  si  raccogliessero  e  nascondessero, 
condotti  da  Malizia  Carafa,  nelle  catacombe  di  San  Gennaro  dei  po- 
veri, così  descrive  il  luogo  :  «  Eo  enim  per  rudero  et  sentes  angusta  se- 
mita  et  deserta  subducil,  quo  primus  montis  hiatus,  ad  occidentem  solem 
spectans,  effossam  ex  ipso  coemento  cameram  exhibet,  ubi  vetusta  Chri- 
stianorum  visitur  aedes,  sed  lacunar  et  parietes  incondite  pioti,  simulacro 
infabre  sculpta,  barbarae  inscriptiones,  pone  aram  quoquo  Versus  fornices 
in  penitissimum  usque  montem  cavati,  qui  ampliores  altioresque,  qui  ab  his 
alii,  et  per  omnes  passim  ac  temere  in  alios  divertitur,  aut  in  profundio- 
res  iuxta  per  cuniculos  declinatur  :  alios  mons  vetustate  subsidens  penitus 
intercluserat,  in  alios,  veluti  per  Theatri  Vomitoria,  pervenitur  ;  omnia  se- 
pulcbretum  ostentane  Sed  sepulchra  uti  armario  alia  super  aliis,  prò  cuius' 
que  aetatis  modo  effossa,  ea  forte  communio  quae  in  fornicum  parietibus 
prominent,  certa  vero  passim  :  ubi  incrustati  recessus  et  versicoloribus  la- 
pillis  conserti,  ibique  intus  arae  et  post  eas  instar  columbariorum  Del  iuxta 
ac  balinearum  crebra  sepulcbra.  Undique  coecus  horror,  ossa,  religio  * 
(seconda,   ed.    Ferrari,  pp.  346-7).  E  quest*  altro,  in  cui    descrive  Tu- 


XII.  -  G.  B.  VICO  E  LA  CONGIURA  DI  MACCHIA  141 

Forse  fu  proprio  questo  naturale  pudore  del  vero,  questo 
infrenabile  studio  di  giustizia  la  causa  che  l'opuscolo  vi- 
cinano restasse  inedito.  Nella  notizia  bibliografica  che  il 
Soria  scrisse,  nella  sua  opera  sugli  Storici  napoletani,  in- 
torno a  Carlo  Maiello  (1665-1738),  canonico  dei  Duomo, 
filosofo  cartesiano,  avversato  come  tale  dai  Gesuiti  e 
da  Niccola  Capasso    chiamato   n  se    non  martire,  confes- 


nirsi  al  tumulto  della  feccia  della  plebea  e  i  sentimenti  delle  altre  parti 
della  cittadinanza  :  «  Itaque  per  quas  omnes  supra  memoravimus  vias  tumultuosi 
undique,  districtis  gladiis  aut  igneis  tormentis,  magna  Vero  pars  praeustis 
sudibus  aut  obtusis  ensibus  confertim  ac  turbatim  discurrere,  pauci  vero 
rem  serio  agere,  per  iocum  magis  ac  lasciviam  reliqui.  Sed  nonnisi  vilissimi 
homines,  nequam,  ignavi,  aere  alieno  graves,  criminibus  cooperti,  qui  alea, 
Vino,  venere  sua  prodegerunt;  nemo  unus  inter  eam  populi  faecem,  cui  ab 
opera  obcalluerat  manus,  nemo  cui  modicus  lar,  parvus  agellus,  omnes  quibus 
praeter  spem  et  vitam  nihil  reliqui  erat.  Cuncti  autem  artifices  ac  mer- 
catores,  officinis  ac  tabernis  occlusis,  domi  se  continere.  Modesti  cives  et 
quamplurimi  privatae  fortunae  nobiles,  omnes  trepidi  ac  festinantes  suorum 
securitati  studebant.  Virgines  filias,  matresque  familiarum  in  sanctimonia- 
lium  claustra  subducere  :  ibi  canora  subinferre.  Magistratus  vero  ac  splen~ 
didiores  Patricii  in  Hispanorum  partes  concedere  ;  sed  omnes  circumtoniti  a 
nobilitate  civitatem  turbatam,  obstupescebant,  ac  Telesianorum  ducem  ita 
suae  fiorenti  fortunae  ingratum,  ita  ab  Ludovico  Prorege  benefactorum  im- 
memorem,  et  Tiberium  Carafaeum  in  virtutis  exemplum  compositum  eo 
evasisse  admirabantur  »  (ed.  cit.,  pp.  253-4).  Ecco,  infine,  il  ritratto,  al 
modo  sallustiano,  di  Giuseppe  Capece  :  «  Iuvenis  abstrusus,  re  angustus, 
animi  vastus,  tristi  Vultu  et  exsangui  et  cogitabundum  praeseferente,  manu 
promptus,  tardus  lingua,  acer  ingenio,  tenax  propositi,  audax  effecti,  se- 
creti fidus,  Hispanis  infensus,  quod  hominis  occisi  caussa  acri  et  longa 
custodia  punitus,  maiestatis  contemptor,  qui  praesente  decessore  prorege  eam 
admiserat  caedem  ;  Germanis  ita  studens,  ut  iam  inde  quo  custodiretur, 
linguam  edidicisset  »  (ed.  cit.,  p.  331).  (Avverto  che,  nel  citare  questi 
ed  altri  luoghi  dell'opuscolo  del  Vico  sull'ediz.  seconda  ferrariana,  vi 
ho  introdotto  alcune  correzioni.) 


142  XII.  -  G.  B.  VICO  E  LA  CONGIURA  DI  MACCHIA 

sore  del  cartesianismo  \  e  detto  che  il  Maiello  compose 
una  storia  della  congiura  di  Macchia  ;  e  a  questo  pro- 
posito si  aggiunge  :  "  Due  Letterati  Napoletani  ne  ave- 
ano  composta  ciascuno  la  sua;  ma  il  Duca  di  Popoli 
Cantelmo  ed  il  Principe  di  Cellamare,  che  furono  inca- 
ricati di  rivederle,  le  trovarono  troppo  offensive  della 
Maestà  del  Sovrano  non  meno  che  dell'onore  di  alcune 
nobili  famiglie.  Avendone  dunque  chiamato  a  consulta  il 
nostro  Maiello,  che  si  conformò  alla  loro  oppenione,  die- 
dero a  lui  1*  incarico  di  compilarne  un'altra  secondo  tutte 
le  regole  della  prudenza...  "  (1).  Ora,  pur  non  potendo 
far  congetture  sul  nome  dell'altro  letterato  napoletano,  l'uno 
dei  due  direi  che  fosse  il  Vico,  al  cui  opuscolo  par  che 
si  alluda  col  recare  a  un  dipresso  le  ragioni  per  le  quali 
non  fu  stimato  adatto  alla  pubblicazione  e  alla  divulga- 
zione a  vantaggio  della  causa  di  Filippo  V.  Dei  due 
personaggi,  cui  fu  commesso  dal  viceré  l'ufficio  della  re- 
visione, l'uno  il  duca  di  Popoli,  Restaino  Cantelmo,  aveva 
diretto  tutte  le  operazioni  per  reprimere  la  congiura,  fino 
all'attacco  finale  del  24  settembre,  che  sgominò  i  ribelli 
e  li  fece  prigioni  o  li  volse  in  fuga  (2);  e  l'altro,  il  prin- 
cipe di  Cellamare  (padre  di  quello  della  Conjuration  de 
Cellamare),  già  ambasciatore  di  Spagna,  aveva  avuto  gran 
gran  potere  presso  il  viceré  Medinaceli  (3). 

Non  so  se  una  delle  tre  storie  della  congiura  di  Mac- 
chia, alle  quali  accenna   il  Soria,  sia  quella  che    s' inti- 


(1)  Storici  napoletani,  p.  481. 

(2)  Cfr.  GRANITO,  op.  cit.,  I,  49,   106,   121,   139-40. 

(3)  Si  veda  CROCE,  Aneddoti  e  profili  settecenteschi  (2a  ed.,  Palermo, 
1922),  pP.  145-49. 


XII.  -G.  B.  VICO  E  LA  CONGIURA  DI  MACCHIA  143 

tola  La  congiura  avvenuta  in  Napoli  nel  settembre  MDCCI, 
stampata  con  la  data  In  Venezia  MDCCII  (1),  che  non 
mi  sembra  opera  di  letterato  degno  d'un  incarico  ufficiale, 
e  che  non  è  scritta  in  latino,  come  pare  si  richiedesse 
per  la  divulgazione  internazionale  che  s*  intendeva  farne. 
L'autore  si  spaccia  per  veneziano,  e  dice  nell'avvertenza 
che  n  doppo  due  anni  di  dimora  "  è  partito  "  da  Napoli, 
perciò  che  a  causa  del  moto  che  ultimamente  occorse  in 
quella  città,  vi  si  sono  introdotte  truppe,  e  tra  molti  so- 
spetti pare  alterata  in  gran  parte  quella  tranquillità  che 
vi  si  godeva  per  lo  passato  n,  e  che,  "  ridotto  nell'ozio 
della  sua  patria  n ,  ha  "  deliberato  di  scrivere  gli  avveni- 
menti di  quella  Congiura  n ,  in  parte  visti  coi  suoi  occhi, 
in  parte  raccolti  dalla  "  pubblica  voce  " ,  e  da  notizie  avute 
dei  "  processi  della  Giunta  n  e  dei  n  consigli  tenuti  tra 
Ministri  e  tra  Militari  n.  n  A  chi  sarà  pratico  di  quella 
Città  (soggiunge)  non  recarà  maraviglia  ch'uno  straniere 
abbia  potuto  avere  notizie  così  distinte,  ne  io  ho  scritto 
cosa,  che  non  abbia  comprovata  con  la  più  universale 
opinione,  in  cui  parmi  che  si  trovi  d'ordinario  la  verità, 
non  adombrata  dalle  passioni  e  non  vestita  dalle  adula- 
zioni e  dalle  lusinghe.  Molti  Letterati  Napoletani  ho  co- 
nosciuti, mentre  e  nella  libreria  del  Valletta,  ed  in  quella 
di  Nilo,  e  qualche  volta  tra  i  Librari,  e  specialmente  dal 
Bulifone,  ho  praticato  con  essi  loro.  Ad  essi  è  mio  pen- 
siero di  scrivere,  parendomi  di  render  loro  in  questa  guisa 


(1)  Ha  nel  frontespizio  l'ancora  aldina;  ed  è  in  8°  piccolo  di  8 
face.  inn.  -j-  35  nn.  Nella  Biblioteca  comunale  di  Napoli  «e  ne  serba 
un  esemplare  con  magnifica  legatura,  certamente  presentato  a  qualche 
personaggio  ufficiale. 


144  XII.  -G.  B.  VICO  E  LA  CONGIURA  DI  MACCHIA 

il  compenso  della  tolleranza,  che  hanno  avuto  dei  miei 
difetti,  narrando  i  fatti  della  Patria  loro,  se  non  con  gran- 
dezza di  stile,  almeno  con  chiarezza  di  verità,  dapoichè 
essi  forse  per  domestici  riguardi,  e  per  la  modestia  che 
è  propria  loro,  hanno  trasandato  di  farlo  ,  ancorché  non 
virtù,  non  cognizione  di  cose,  ne  amor  della  verità,  ne 
grandezza  ed  ornamento  di  scrivere  sarebbe  mancato  a 
ciascun  di  essi.  Da  niuno  altro  in  quel  Regno  ho  rice- 
vuto né  favore  ne  danno:  essendo  stati  sempre  mai  i  miei 
viaggi  intesi  alla  libertà  ed  al  fine  di  apprendere  i  vari 
costumi  degli  Uomini  letterati,  non  già  tra  lo  strepito  e 
la  confusione  delle  Corti.  Se  qualche  cosa  ho  spiegato 
con  sensi  più  moderati,  o  in  qualche  parte  mi  fossi  at- 
taccato più  all'un  partito  che  all'altro,  le  quali  cose  a  me 
pare  di  non  aver  fatto,  sarà  derivato  forse  o  dalla  mia 
poca  inclinazione  a  dir  male,  o  dalla  credenza  ferma,  che 
ho  avuta  a  tutte  le  cose  che  ho  scritto.  Il  mio  nome  ri- 
lieva  poco  a  sapersi,  ne  era  opportuno  porlo  in  un  libro 
fatto  con  libertà  in  materia  così  recente.  In  un  piccolo 
trattato,  che  io  sto  scrivendo  del  Paragone  della  lingua 
Toscana  con  la  Qreca  e  con  la  Latina,  ciascuno  se  lo 
vederà  impresso,  quando  io  sappia  fra  qualche  tempo,  che 
questa  mia  fatica  non  sia  altrui  dispiaciuta  n.  Se  non  mi 
inganno,  tutta  questa  protesta  cela  un  trucco,  e  mi  con- 
ferma in  questo  sospetto  il  non  essersi  trovata  nelle  carte 
dei  Riformatori  e  in  altre  dell'Archivio  di  Stato  di  Ve- 
nezia notizia  di  questa  stampa  (della  quale  nelle  biblio- 
teche veneziane  non  esiste  copia  (1)  ;  senza  dire  che  pro- 


(I)  Ricerche  fatte  per  me  dall'amico  F.  Nicoìini,  soprintendente  del- 
l'Archivio di  Venezia. 


XII.  -  G.  B.  VICO  E  LA  CONGIURA  DI  MACCHIA  145 

prio  a  Venezia  i  ribelli  contro  il  governo  spagnuolo  go- 
devano di  simpatia  e  favore,  e  perciò  non  sembra  che 
quello  fosse  il  luogo  migliore  per  pubblicare  un  libello 
contro  di  essi.  La  menzione  della  "  libreria  del  Bolifone  n , 
ossia  di  Antonio  Bulifon,  francese  stabilito  da  molti  anni 
in  Napoli  e  giornalista  e  agente  del  governo  ispano-fran- 
cese,  mi  condurrebbe  a  pensare  che  1*  opuscolo  uscisse 
dalla  fabbrica  di  costui  (1). 

Checche  sia  di  ciò,  il  racconto  dell'anonimo  tende  a 
mettere  in  luce  che  il  moto  rivoluzionario  fu  "  debole  dal 
suo  cominciamento  fino  al  suo  fine  n,  e  che  poca  resi- 
stenza i  sollevati  opposero  alle  armi  regie.  I  principali 
rivoluzionari  vi  sono  aspramente  trattati  :  del  duca  della 
Cas  teli  uccia  vi  si  dice  che  era  n  d'un  ramo  assai  po- 
vero ed  abbattuto  dagli  Spinelli,  nemico  di  tutte  P  altre 
case  cospicue  della  famiglia  per  l'impazienza  di  vedersi 
cotanto  a  quelle  inferiore,  non  privo  di  sagacità  ne  d' in- 
gegno, ma  d'animo  oltremodo  iniquo  e  perverso,  d'aspetto 
pallido  e  tetro  n  ;  di  Malizia  Carafa,  che,  n  toltane  la 
mordacità,  la  frode  e  la  petulanza,  non  avresti  in  lui  tro- 
vata altra  sembianza  d'uomo,  essendosi  per  la  sporchezza 
del  corpo  e  dei  costumi  allontanato  molto  da  qualunque 


(1)  Si  veda  quel  che  dico  di  lui  in  Curiosità  storiche  (2a  ediz.,  Napoli, 
1921),  pp.  164-7.  Il  Bulifon  aveva  composto  una  Relation  de  ce  qui  s'est 
passe  dans  la  Ville  de  Naples  en  1701  (cfr.  L.  GIUSTINIANI,  Biblioteca 
storica  e  topografica  del  Regno  di  Napoli  (Napoli,  1795,  p.  167);  nel  m$. 
deHa  Bibl.  d.  Soc.  Stor.  Nap.,  segn.  XXVIII.  C.  12,  è  l'abbozzo  ita- 
liano di  questa  scrittura,  col  titolo:  Quarant'hore  del  Principe  di  Mac" 
chia,  overo  raconto  de'  sucessi  della  città  di  Napoli  nella  cospirazione  a 
favore  dell'Arciduca  Carlo  d'Austria.  —  Il  GIUSTINIANI,  1.  e,  dà  l'e- 
lenco di  tutti  gli  scritti  su  quell'avvenimento  storico,  stampati  o  manoscritti. 

IO 


146  XII.  -  G.  B.  VICO  E  LA  CONGIURA  DI  MACCHIA 

sembianza  d'umanità  n.  La  morte  del  Sangro  e  del  Ca- 
pece  è  così  narrata  :  n  Al  Sangro  fu  mozzato  il  capo  sul 
talamo,  acciocché  apparisse  altrettanto  la  sua  infamia  pri- 
vata, quanto  era  pubblico  1*  onore  e  la  fedeltà  degli  altri 
della  famiglia.  Il  Capece,  stretto  sul  monte  dell*  Incoro- 
nata, è  fama  essersi  ammazzato  da  per  se  stesso,  empio 
non  meno  nel  fine  della  vita  di  quel  che  fusse  stato  pieno 
di  veleno  e  d'astio  vivendo.  Il  suo  teschio  fu  esposto  in 
uno  dei  baluardi  del  Castel  Novo,  disprezzato  dai  suoi 
stessi  congiunti  n.  La  narrazione  si  chiude  con  queste  pa- 
role :  n  II  Grimaldi  e  lo  Spinelli  fuggirono  per  via  di 
mare,  e  per  via  di  terra  il  Gambacorta,  i  quali  è  proba- 
bile che  debbano  fare  quel  fine  che  ad  uomini  orditori 
di  tanta  scelleratezza  si  conviene,  poiché  niuna  parte  ha 
avuta  la  virtù  ne  l'utilità  pubblica  in  questa  Congiura, 
ordita  da  pochi  per  propria  ambizione  o  per  astio,  ese- 
guita per  necessità  e  per  disperazione,  e  spenta  dalla 
mano  divina,  da  cui  sono  per  lo  più  abbattute  le  machine 
su  l'ingiustizia,  su  la  violenza  e  su  la  cupidità  umana 
fondate  n.  Nella  repressione  della  congiura  il  luogo  pre- 
minente è  dato  dallo  scrittore  al  principe  di  Castiglione 
Tommaso  d'Aquino,  del  quale  fa  grandi  elogi,  attri- 
buendogli V  iniziativa  della  sortita  di  Castel  Nuovo  contro 
i  sollevati,  e  perfino  il  non  ascoltato  consiglio  al  generale 
duca  di  Popoli  d*  inseguire  i  vinti  nemici,  che,  così  fa- 
cendosi, sarebbero  stati  presi  tutti  o  ammazzati. 

La  breve  storia  del  Maiello  Coniuratio  inita  et  extincta 
Neapoli  anno  MDCCI,  pubblicata  con  la  data  di  An- 
versa, 1 704  (1  ),  è  ricordata  come  n  scritta  con  tal  dignità  ed 


(1)  Antverpiae,  Typis  Joannis  Frik,  MDCCI V,  in  8°,  di  pp.  64  -f-  3 


XII.  -G.  B.  VICO  E  LA  CONGIURA  DI  MACCHIA  147 

eleganza  che    piacque    infinitamente  a  tutto  il  mondo,   e 
Filippo  V  e  Luigi  XIV  disegnarono  fin  d'allora  il   can. 
Maiello  per  maestro  de*  futuri  Infanti    di    Spagna  "  (1); 
e  certamente,  rispetto    alla    precedente,    mostra    maggior 
decoro.  L'  eroe    della  repressione  della  congiura  è  ,  pel 
Maiello,  il  Cantelmo,  duca  di  Popoli.  Già  al  Medinaceli, 
perplesso  all'annunzio  della  morte  di  Carlo  II,  il  Cantel- 
mo, cuius  Consilio  plurimum    in  rebus    arduis  utebatur  n, 
aveva  persuaso  di  proclamare  senz'  indugio  il   nuovo   re. 
Appena  scoperta  la  congiura,  egli  accorre  da  Pozzuoli  alla 
chiamata  del  Viceré,  e  n  Lacerdam  bono  animo  esse  iubet 
rogatque  ut  eius  rei  curam  fidei  suae  permittat  ".  Agli  ar- 
rischiati, che  volevano  subito  uscire    in    campo  contro  i 
congiurati,  egli,  n  subacti  iudicii  v/r,  rerum  bellicarum  expe- 
rienlissimus* ,  non  accede  e  preferisce  di  mandar  fuori  nella 
prima  giornata  piccoli  gruppi  di  esploratori.  II  giorno  dopo, 
a  lui  il  Medinaceli  affida  il  comando  supremo,    affinchè 
!  expeditionem  illam  unde  totius  Regni  fortuna  et    tran- 
quillitas  pendebat  prò  sua  fide  scientiaque   militari  curas- 
set  "  (2).  Lo  storico  lo  difende  della  taccia  di  non  aver 
inseguito  i  nemici  :   n  Numerus  mille  circiter  militumt  qui 
partito  agmine  pares  hostibus  occupandis  esse  non  po/urs- 


inn.  Se  ne  ebbe  una  trad.  francese,  Hhtoire  de  la  dernière  conjuration 
de  Naples  (Paris,  1706),  lavoro  di  J.  Claude  Viany,  che  la  fece  pas- 
sare per  opera  originale  ;  onde  la  sua  traduzione  fu  ritradotta  in  ita- 
liano da  uno  scrittore  che  si  celava  sotto  il  pseudonimo  di  Garonne  Ba- 
concopia  (GIUSTINIANI,  Biblioteca,  l.  e,  e  copia  ms.  nella  Bibl.  d.  Soc. 
Stor.  Napol.,  segn.  XXI.  A.  15,  e  vedi  anche,  XXVI.  A.  18,  altra 
traduz.  dal  latino  :  il  SORIA,  p.  382,  accenna  a  una  trad.  a    stampa. 

(1)  SORIA,  1.  e. 

(2)  Si  vedano  pp.  6,  28,  39,  45. 


148  XII.  -  G.  B.  VICO  E  LA  CONGIURA  DI  MACCHIA 

seni,  in  causa  fuit  ne  Cantelmus  vias,  quae  illorum  fugae 
patebant,  obsidereL  Neque  deinde  e  re  daxit  instare  fiu- 
gientibus,  quod  nondum  compertum  esset  numque  illorum 
latebrae  superessent  "  (I).  I  congiurati  sono  maltrattati  da 
lui  non  meno  che  dal  precedente  narratore  :  il  Sangro 
^obscurus  et  vafer,  nefariae  coniurationis  et  proditorum  con- 
siliorum  structor  n;  il  Capece,  B  pravo  ingenio,.,  moxfuturus 
humanae  divinaeque  ultionis  exemplum  ";  gli  altri,  n  partim 
emergendi  libidine,  partim  iniquioris  fortunae  odio  invi- 
diaque  aestuantes  ■  (2):  la  morte  del  Capece  e  del  Sangro 
è  seccamente  mentovata,  e  seguono  le  parole  di  chiusa  : 
1  Ita  paucorum  perfidia  summa  omnium  fide  castigata  est  n . 
La  narrazione  è  accompagnata  da  due  elenchi,  l'uno  dei  no- 
bili napoletani  che  uscirono  armati  alla  repressione  il  23  set- 
tembre, e  l'altro  di  quelli  che  si  unirono  ai  primi  il  giorno  24. 
Da  questi  due  opuscoli  passando  all'opuscolo  del  Vico, 
si  avverte  subito  di  aver  da  fare  con  uno  scrittore  di  ben 
altra  levatura.  Certamente,  come  si  è  già  avvertito,  an- 
ch'esso è  condotto  dal  punto  di  vista  spagnuolo  o  francese 
che  si  dica  ;  ma  da  quel  punto  di  vista  l'autore  sa  pur 
guardare  con  serenità  e  con  larghezza.  Il  Vico  non  tace 
il  significato  politico  e  nazionale  di  quel  moto  rivoluzio- 
nario: l'avversione  dei  napoletani  al  dominio  straniero,  e  la 
brama  di  un  proprio  sovrano  indipendente:  "  Leopoldus 
Caesar,  iam  inde  quo  Carolus  II  supremum  obiit  diem,  a 
Regni  Neapolitani  gnaris  expertisque  in  certam  spem  ad- 
ductus,  fiore  ut  Neapolitani,  vetusto  ex  ter  ni  do- 
mina t  us  fastidio,  Philippi  regnum  detrectarent,  et 


(1)  Op.  cit.,  P.  54. 

(2)  Op.  cit.,  PP.  14,  15,  55. 


XII. -G.  B.  VICO  E  LA  CONGIURA  DI  MACCHIA  149 

Carolum  archiduccm  Austriae  eius  minorem  natii  filium, 
suum  si  b  i  cer  t  um  q  uè  rogarent  Re  gem  ,  qui 
HispQnosomni  p  r  o  r  s  us  Italia  ex  pel  le" 
re/"  (1).  Giudica  severamente  il  popolo  napoletano:  B  In 
urbe  plebs  de  more  levis,  indoles  mediocrium  inturbida  et 
amans  otii,  nobilitatis  in  plebem  fastus,  in  forenses  operas 
odium,  inter  ipsas  invidia.  Mos  gentis,  vana  ingentis  rei  osten- 
tano, et  tum  maxime  luxus  incendium  "  (2).  Descrive  così 
T  infima  plebe  del  Mercato  :  "  Sunt  id  genus  cives,  ut  om- 
nium viles,  ita  feroces,  nihil  futuri  solliciti,  ut  qui  in  diem 
vivunt,  frequentissimo  numero,  quia  suas  opes  in  una  so- 
bole  collocane  animo  maxime  consentienti  Nam  inter  se 
unos  consuetudines  agitant  et  cum  a  Patriciis  quam  lon- 
gissime  distent,  ita  maxime  abhorrent  n  (3).  Addita  con 
obiettività  la  cause  delle  facili  conquiste  e  perdite  dei 
Regno  :  n  Regnum  ea  loci  natura  est,  ut  acies  et  campos 
nec  facile  nec  diu  patiatur,  et  qua  facilitate  hostium  irrup- 
tioni  eadem  et  eiectui  pateat.  Quae  res  lubricam  fecit  in- 
digenis  indolem  "  (4).  Non  adula  il  Viceré  ne  altro  dei 


(1)  Ed.  cit.,  p.  320.  11  LANDAU,  Rom,  Wien  und  Neapel  wàhrend 
des  spanischen  Erbfolge-Krieges  (Leipzig,  1885),  pp.  94-5,  accusa  il 
Vico  di  avere,  scrivendo  in  senso  francese,  accolto  ktitikhs  la  notizia 
dei  patti  che  avrebbero  stretto  i  congiurati  con  l'Imperatore,  impegnan- 
dolo a  concedere  a  ciascun  d'essi  vasti  feudi.  E  probabile  che  quei 
«  patti  »  fossero  inventati  o  alterati  dagli  spagnuoli  per  discreditare  gli 
avversari  ;  a  ogni  modo,  essi  si  leggono  già  nell'opuscolo  dell'anonimo, 
p.  13,  e  poi  anche  in  quello  del  Maiello,  p.  18,  che  li  comenta  così: 
«  Nimirum  egregii  patriae  liberatores  et  violati  iuris  vindices  rem  suam 
agere  probe  norant  ac  regnum  inter  se  partiti,  regem  arcessebant  ». 

(2)  Ed.  cit.,  p.  319. 

(3)  Ed.  cit.,  pp.  351-2. 

(4)  Ed.  cit.,  P.  372. 


1 50  XII.  -  G.  B.  VICO  E  LA  CONGIURA  DI  MACCHIA 

personaggi  del  governo  ;  chiama  il  Medinaceli  :  n  infini- 
tae  Procerum  regni  potentiae  paene  exiindor,  durus  vedi- 
galium  exador,  acer  criminum  vindex  "  ;  taccia  la  preci- 
pitazione di  lui  nel  mandare  a  morte  il  Sangro,  e  il 
troppo  diverso  trattamento  usato  al  turpe  principe  della 
Riccia,  che  fu  splendide  habitus  in  Castel  dell'Ovo,  onde 
il  malcontento  della  nobiltà  maggiore  e  minore.  Fa  larga 
parte,  nell'opposizione  contro  il  Medinaceli,  al  clero  ed  ai 
monaci,  che  temevano,per  le  proprie  ricchezze,  l'introduzione 
in  Napoli  dei  concetti  gallicani  (1).  Dei  singoli  congiu- 
rati nota  insieme  coi  vizi  le  virtù  ;  e  non  solo  di  Tiberio 
Carafa,  sul  conto  del  quale  tutti  erano  di  accordo  (2), 
ma  anche  dei  più  aborriti,  del  Sangro  e  del  Capece  (3); 

(1)  Ed.  cit.,  p.  327,  e  cfr.  p.  328,  372. 

(2)  Il  Vico  lo  dice  «  liberali  ingenio  et  ad  modestiam  et  pietatem  firmato 
animo  »  (p.  333),  »  in  virtutis  exemplum  compositus  »  (p.  354),  e  si  fa 
eco  della  meraviglia  suscitatasi  nella  buona  società  napoletana  all'appren- 
dere che  egli  era  tra  i  congiurati  e  rivoltosi.  L*  Anonimo  :  «  giovine  di 
indole  gentile  ed  umana  »  (p.  8).  11  MAIELLO  (p.  1 6)  si  restringe  a  no- 
tare che  fu  sedotto  dallo  zio  Malizia.  Il  LANDAU  (op.  cit.)  è  il  solo 
che  metta  in  dubbio  la  serietà  e  veridicità  del  Carafa,  ma  con  deboli 
argomenti  (pp.  464-7),  o  errati  (p.  134  n,  e  cfr.  VICO,  op.  cit.,  pp. 
366-7).  Stima  affatto  inverisimile  (pag.  141  n)  quel  che  afferma  Ti- 
berio che  il  Medinaceli  non  desiderava  che  egli  fosse  preso  e  aveva 
dato  istruzioni  di  agevolargli  la  fuga,  Ma  la  reputazione  di  cui  Tiberio 
godeva  in  Napoli,  e  l'essersi  egli  opposto  al  disegno  dei  congiurati  di 
ammazzare  il  Medinaceli  (cfr.  VICO,  op.  cit.,  p.  356),  basterebbero 
a  rendere  ragione  del  poco  desiderio  del  viceré  di  vederlo  preso 
e  condannato.  La  figura  di  Tiberio  Carafa  è  per  altezza  mentale  e  mo- 
rale tra  le  più  belle  della  storia  napoletana,  e  fu  giustamente  esaltata 
da  uno  scrittore  di  nobile  sentire,  il  compianto  GIUSEPPE  FERRARELLI, 
nel  suo  libretto  :  Tiberio  Carafa  e  la  congiura  di  Macchia  (Napoli,  Ma- 
rano,   1 884). 

(3)  Ed.  cit.,  P,  330-1. 


XII.  -G.  B.  VICO  E  LA  CONGIURA  DI  MACCHIA  151 

e  inflessibile  è  solamente  verso  il  traditore  dei  congiurati, 
il  principe  della  Riccia.  La  morte  del  Sangro  è  ricordata 
con  circostanze  pietose,  perchè  Luigi  XIV,  nel  congra- 
tularsi col  Medinaceli  per  la  vittoria  riportata ,  si  disse 
che  avesse  aggiunto  l'avvertimento  n  ut  ius  gladii  a  San- 
grio  abstineretur  n:  avvertimento  giunto  troppo  tardi,  n  unde 
maior  damnati,  qui  iam  poenas  persolverat,  miseratio  n  (1). 
La  morte  del  Capece  è  rappresentata  eroicamente:  "  Jo- 
sephus  Capycius,  qui  a  Gambacurta  et  Tiberio  Caraphaeo 
desertus,  fugae  taedio  gravis,  ad  persequentes  conversus, 
eisque  ut  se  vivum  dederet  rogantibus,  ostentans  pectus  necit 
eamque  infestis  armis  efflagitans,  inexoratus  occubuit:  for- 
tissimum  mortis  genus,  si  caussa  cohonestasset  "  (2). 

Tanto  scrupolo  di  esattezza,  tanta  nobiltà  di  sentimento, 
tanta  pacatezza  di  racconto,  tante  pericolose  verità  non 
taciute  rendevano  chiaramente  la  scrittura  del  Vico  poco 
adatta  al  pratico  fine  di  difendere  e  glorificare  il  governo 
ispano-francese  e  di  gittare  discredito  e  obbrobrio  sui 
partigiani  dell'  Imperatore  e  dell'autonomia  del  Regno  di 
Napoli.  Se,  come  crediamo,  egli  ne  aveva  avuto  incarico 
dal  Viceré  e  dai  suoi  consiglieri,  costoro,  presa  notizia 
del  suo  storico  commentario,  dovettero  pensare  che  egli 
si  era  dimostrato  uomo  troppo  ingenuo,  poco  atto  a  in- 
tendere a  volo  i  bisogni  e  desideri  di  chi  governa,  e  a 
soddisfarli;  e  cercarono  infatti,  pel  loro  intento,  altro  la- 
tinista e  altro  uomo,  il  Maiello,  che  seppe  farsi  lodare 
di  ■  prudenza  n  quanto  il  Vico,  forse,  tacciare  d*  "  im- 
prudenza ". 


(1)  Ed.  cit.,  P.  368. 

(2)  Ed.  cit.  P.  367. 


1 52  XII.  -  G.  B.  VICO  E  LA  CONGtURA  DI  MACCHIA 

*  * 

Le  copie  manoscritte  del  De  parlhenopea  coniuratione,  alle  quali  si 
accenna  di  sopra,  pp.  137-8,  sono:  tre  nella  Biblioteca  della  Società 
storica  napoletana,  segnate  XXIV.  B.  12;  XXVI.  D.  1;  XXVIII.  C. 
17;  due  nella  Biblioteca  Comunale,  segnate  I.  3.  46;  I.  5.  29.  Que- 
st*  ultima  ha  una  nota  del  trascrittore,  1'  ab.  Vincenzo  Cuomo,  che  av- 
verte: «  Verba  inter  parentheses  posita  esse  variae  lectiones  quae  sunt 
in  duobus  manuscriptis  extantibus  in  Borbonica  Bibliotheca  »  ;  dei  quali 
manoscritti,  esistenti  nella  Biblioteca  Borbonica,  ossia  nella  Nazionale, 
trovo  nei  miei  appunti  solo  quello  segn.  IX.  C.  36.  Un'  altra  copia 
tarda  (prima  metà  sec.  XIX)  è  presso  di  me. 


XIII. 

GLI  SCRUPOLI  DI  BELISA  LARISSEA 

n  Isabella  Pignone  del  Carretto  nacque  in  Napoli  sul 
1  cominciar  del  secolo  scorso,  e  andò  moglie  ad  Orazio 
"  de  Dura,  duca  d*  Erce,  che  perdeva  nel  1 749.  Ebbe 
■  dalla  prima  età  l'animo  inclinato  alle  lettere  ed  alla  filo- 
1  sofia,  e  con  grandissimo  onore  coltivò  la  poesia  e  lalettera- 
!ì  tura  italiana.  In  molte  raccolte  di  rime  pubblicate  in  quei 
1  giorni  si  veggono  sparsi  i  versi  gentili  da  lei  dettati.  Paolo 
1  Mattia  Doria  la  sollecitava  a  raccogliere  in  un  volume 
1  tutti  i  suoi  componimenti  poetici;  e  dice  Giuseppe  Pa- 
1  squale  Cirillo  che  molti  letterati  la  consigliavano  a  scri- 
"  vere  una  tragedia.  Da  altri  scrittori  di  quell'epoca  si 
1  raccoglie  che  ella  poetando  era  a  tanta  fama  pervenuta, 
n  che  qualunque  più  eulta  donna  si  lasciava  di  lunga 
n  mano  dietro  di  se  n  (1). 

Apparteneva  la  duchessa  d'  Erce  (e  come  avrebbe  po- 


(I)  Delle  donne  illustri  italiane  dal  XIII  al  XIV secolo  (Roma,  tip. 
Pallotta,  s.  a.,  ma  circa  1 850),  pp.  290-1.  Questo  cenno  è  copiato  dal 
Dizionario  biogr.  univ.  del  Passigli  (Firenze,  1 840),  nel  quale  è  tra  le  no- 
tizie aggiunte,  ma  non  ho  potuto  trovare  donde  sia  tratto. 


1 54  XIII.  -  GLI  SCRUPOLI  DI  BELISA  LARISSEA 

tuto  non  appartenervi  ?)  all'Arcadia,  nella  quale  si  fregiava 
del  nome  di  Belisa  Larissea.  E  il  Cirillo,  che  le  fu  mae- 
stro n  in  diverse  scienze  ",  come  scrive  il  Napoli  Signo- 
relli  (1),  ci  ha  lasciato  di  lei  alcune  notizie,  nella  dedica 
che  le  fece  di  un'edizione  napoletana  delle  poesie  del 
Lorenzini  (2).  Nel  sonetto  di  dedica,  lodate  queste  rime, 
soggiungeva: 

Se  non  che  quando  risonar  s'udranno 
le  tue,  che  per  voler  di  fati  avversi 
tra  la  polve  e  l'oblio  mute  si  stanno, 

non  fia  che  '1  nostro  patrio  fiume  i  versi 
di  stranio  vate  ammiri,  e  si  vedranno 
d*  invidia  il  Tebro  e  cento  fiumi    aspersi. 

E  giustificava  così,  in  una  nota,  la  sua  previsione: 
"  Questa  gran  Dama,  chiarissima  non  meno  per  anti- 
chità e  splendore  di  sua  famiglia  che  per  belle  arti  di 
ingegno,  ha  scritto  un  canzoniere  su  lo  stile  del  Casa. 
Ella  per  giudicio  di  più  letterati,  uomini  che  frequentano 
la  sua  casa,  il  pareggia  nella  frase  e  nella  nobile  collo- 
cazione delle  voci,  ma  *1  vince  d'assai  nelle  poetiche  fan- 
tasie e  ne*  concetti  acconciamente  derivati  dal  seno  della 


(1)  Vicende  della  coltura  nelle  "Due  Sicilie  (Napoli,    1786),  V,  497. 

(2)  Poesie  di  FRANCESCO  LORENZINI,  già  custode  generale  d'Ar- 
cadia, tra  gli  Arcadi  Filacida  Luciniano,  raccolte  da  dotto  e  diligente 
Uomo  in  Roma  e  pubblicate  in  Napoli  da  Giosetfo  Pasquale  Cirillo 
Regio  Professor  di  Leggi  ed  alla  Illustriss.  ed  Eccellentiss.  Signora  D. 
Isabella  Pignone  del  Carretto,  duchessa  d*  Erce,  tra  gli  Arcadi  Belisa 
Larissea,  in  segno  di  ossequio  dedicate.  In  Napoli,  1744,  nella  stam- 
peria Muziana. 


XIII. -GLI  SCRUPOLI  DI  BELISA  LARISSEA  155 

filosofia.  Un  grave  malore,  che  la  travagliò  sino  intorno 
a  dieci  anni,  ha  fatto  che  non  l'abbia  potuto  riconoscere 
e  rammendare  ;  ond'  è  che  se  ne  sta  scritto  a  penna  in 
un  forziere.  Pur  se  Ella,  che  quanto  ha  a  vile  le  cose 
sue,  altrettanto  per  quella  gentilezza,  eh*  è  somma  in  lei, 
è  solita  di  esaudire  le  preghiere  de*  suoi  amici  e  servi- 
dori, si  lasciasse  indurre  a  darlo  fuori,  credo  a  fermo 
(ne  scrivo  a  passione)  che  giusta  reputerebbe  ognun 
quella  lode,  che  nella  seconda  terzina  del  mio  sonetto 
le  do  ". 

Il  canzoniere,  di  tanta  aspettazione,  non  venne,  che  si 
sappia,  mai  in  luce;  e  rime  della  Pignone  si  possono  leggere 
solo  nelle  già  ricordate  Raccolte  del  tempo  :  per  esempio, 
nei  Componimenti  per  le  nozze  di  Carlo  di  Borbone  a  cura 
degli  Arcadi  della  Colonna  Sebezia  (1738),  nelle  Rime 
per  le  nozze  di  Girolamo  Pignatelli  principe  di  Marsi- 
conuovo  con  Francesca  Pignatelli  (1739),  nella  Raccolta 
per  la  morte  di  Qiuseppe  Brunasso  (1740),  in  fronte  alle 
Orazioni  sacre  di  Gherardo  de  Angelis  (1742),  nella 
Raccolta  in  morte  di  Orazio  Pacifico  (1743),  nei  Com- 
ponimenti vari  della  Colonna  A  letina  in  onore  della  Im- 
macolata Concezione  di  Maria  (1744),  nei  Componimenti 
diversi  per  la  sacra  Real  Maestà  di  Carlo  re  delle  due 
Sicilie  etc.  etc.  nella  solenne  apertura  della  Biblioteca 
Spinelli  del  'Principe  di  Tarsia,  raccolti  da  Niccolò  Giovo, 
bibliotecario  della  medesima  (1746),  nella  Raccolta  per 
le  nozze  di  Antonio  Carafa  figliuolo  primo  del  conte  di 
Forlì  con  Ippolita  Cattaneo  (1748),  e  in  altre  molte. 

In  questi  versi  di  occasione  e  cerimonia  la  duchessa 
d*  Erce  allude  spesso  alla  immobilità  alla  quale  era  co- 


1 56  XIII.  -  GLI  SCRUPOLI  DI  BELISA  LARISSEA 

stretta,  e  alla  consueta  tristezza  che  le  occupava  l'animo. 
Il  secondo  dei  sonetti  per  le  nozze  di  re  Carlo  comincia: 

Lassa  I  già  volve  il  settim'anno,  eh*  io 
son  d'aspro  mal  conquisa  in  ogni  parte, 
e  sì  le  fibre  ho  di  venen  cosparte 
che  ho  posto  i  pensier  lieti  in  fosco  oblio. 

Ma  qual  mi  nasce  in  sen  dolce  desio 
d'esser  della  comun  letizia  a  parte, 
or  che  sola  men  vivo  egra  in  disparte 
e  *1  voler  mi  contende  il  fato  rio  ? 

Così  anche  negli  altri  composti  per  l'occasione  che  Fer- 
dinando Vincenzo  Spinelli,  principe  di  Tarsia,  aprì  una 
pubblica  biblioteca  n  presso  l'atrio  della  sua  casa"  (1), 
cioè  di  quel  grandioso  palagio,  che  ancora  porta  il  nome  di 
Tarsia,  e  che  un  tempo  accolse  una  ricchissima  pinaco- 
teca e  un  gabinetto  scientifico  ed  era  tutto  adorno  di  ri- 
tratti e  busti  di  uomini  illustri,  e  si  allietava  di  un  ma- 
gnifico giardino  (2).  Ora  tutto  è  disperso  e  tutto  è  rovinato; 
ma  la  via  che  conduce  al  palazzo  dispogliato  si  chiama, 
come  un  tempo,  la  n  Salita  Tarsia  n.  La  nostra  poe- 
tessa   immagina    un    sogno,    nel    quale    le    appare    Mi- 


(1)  Sulla  porta  di  quella  biblioteca  era  un  distico  del  Vico,  finora 
sfuggito  ai  raccoglitori  : 

Heic  Iovis  e  cerebro  quae  in  Coelo  est  nata  Minerva 
Digna  love  in  terris  aurea  tecta  colit. 

11  BIOERNSTAEHL  (Lettere  nei  suoi  viaggi  stranieri,  trad.  ital.,  Po- 
schiavo,  1784,  voi.  II,  193-4,  da  Napoli.  21  settembre  1771)  commenta: 
«  Vico  ha  fatto  questo  distico.  E  non  è  da  meravigliarsi  che  Minerva 
abbia  una  così  buona  abitazione  presso  questo  principe;  i  suoi  cavalli 
stessi  non  ne  hanno  una  molto  inferiore...». 

(2)  CELANO,  ed.  Chiarini,   IV,  782-85. 


XIII.  -  GLI  SCRUPOLI  DI  BELISA  LARISSEA  1 57 

nerva  e  le  dice  di  ascendere  con  lei  quel  colle  della 
Virtù  :  di  ascendere,  ahimè ,  come  ella,  inferma,  avrebbe 
potuto  fare  solo  in  sogno  : 

Movi,   seguendo  me,  spedito  e  presto 
il  pie.  Stassi  Virtù  sull'alte  cime; 
ma  il  salir,  mia  mercè,  non  fia  molesto. 

Andiam.  —  Ella  sì  dice,  e  da  quell'  ime 
parti  per  calli  obliqui  in  su  mi  mena 
sì  lieve  che  vestigio  non   s*  imprime. 

Vengo  così  con  franca  e  pronta  lena 
(tale  da  lei  mi  vien  divina  aita) 
in  corto  spazio  al  sommo,  e  *1  credo  appena. 

Oh  qual  nuova  dolcezza,  oh  qua)  gradita 
pace  ivi  sente  il  cor  I  Quell'aria  pura 
oh  come  a  soggiornar  quivi  m'  invita  I 

E  perchè  —  dico  allor  —  cotanto  è  dura 
la  via,  che  qui  conduce  ?  —  Ella  riprende  : 
—  Al  volgo  insan  così  Virtù  si  fura. 

Ma,  mercè  di  Colui  ch'alto  risplende 
sul  tron  della  Città  che  '1  lento  ameno 
Sebeto  bagna,  ornai  piana  si  rende. 

E  oh  quanti  spirti  in  quell'almo  terreno 
accende  il  Regio  esempio  a  chiare  imprese, 
che  per  lunghi  anni  non  verran  mai  meno. 

Ma  più  di  gloria  ha  le  sue  voglie  accese 
SPINEL,  nome  a  virtù  caro,  da  cui 
novo  vien  pregio  a  quel  gentil  paese. 

Or  l'antica  memoria  di  colui 
che  già  in  Egitto  tanti  libri  accolse, 
quivi  si  rinnovella  oggi  per  lui.  — 

Ma  qui  si  ruppe  il  sonno  e  mi  si  tolse 
Colei  dagli  occhi  allor  leggera  e  presta  ; 
oh  Dio,  perchè  sì  bel  sonno  si  sciolse  ? 

Ma  vero  il  sogno  veggio  or  che  son  desta, 
se  non  che  al  monte,  in  cui  Virtude  alberga, 
i*  non  salii,  e  stommi  oscura  e  mesta 

giù  nella  valle,  onde  non  fia  che  m'erga, 


1  58  XIII.  -  GLI  SCRUPOLI  DI  BELISA  LARISSEA 

Come  si  vede,  la  Pignone  verseggiava  assai  bene,  con 
nitidezza  di  parole  e  soavità  di  suoni  :  aveva  studiato 
l'arte  e  la  prendeva  molto  sul  serio.  Suo  consigliere  era 
il  Cirillo,  ma  un  altro  gran  consigliere  possedeva  nel 
maestro  di  rettorica  della  università  napoletana,  Giambat- 
tista Vico.  Il  quale  a  lei  indirizzò  un  sonetto,  con  allu- 
sioni dolorose  alla  propria  vita  travagliata,  scusandosi  di 
non  poter  lodare  Teletta  dama  come  avrebbe  bramato  : 

Donna  gentil,  tra  noi  dal  Ciel  discesa 
per  innalzare  al  ciel  nostri  desiri 
e  contemplar  entro  gli  eterni  giri 
la  bella  idea,  onde  voi  foste  presa, 

se  avversa  sorte  al  mio  mal  sempre  intesa 
con  più  vènti  crudel  d'egri  sospiri 
non  agitasse  in  mar  d'aspri  martiri 
mia  stanca  nave  combattuta  e  offesa...  (1). 

E  appunto  tra  le  carte  del  Vico,  passate  dal  figliuoli 
di  lui  ai  Villarosa,  mi  accadde  di  ritrovare  anni  addietro 
una  lettera  senza  data  e  senza  firma,  che  era  indirizzata 
al  Cirillo  e  da  costui  dovette  essere  comunicata  al  Vico: 
lettera  che  riconobbi  subito  come  scritta  dalla  duchessa 
d'Erce,  nel  1 738,  in  occasione  della  raccolta  che  si  pre- 
parava per  le  nozze  di  re  Carlo  Borbone  con  Maria  A- 
malia  di  Sassonia;  e  la  pubblicai  poi  nella  mia  edizione 
del  carteggio  vichiano  (2).  Ma  colà,  in  mezzo  a  tanti  gravi 
materiali  di  filosofìa,  sarà  stata  poco  osservata,   e   perciò 


(1)  Si  veda  L'Autobiografia,  il  carteggio  e  le  poesie  varie,  ed.  Croce, 
p.  326. 

(2)  Op.  cit.,  PP.  253-4. 


XIII.  -  GLI  SCRUPOLI  DI  BELISA  LARISSEA  159 

stimo  opportuno  di  trarnela  fuori  affinchè  sia  meglio  cono- 
sciuta. Dice  così  : 

Riveritissimo  signor  don  Gioseppe,  io  sono  giunta  ad  invidiare  coloro 
che  sono  tanto  appassionati  de'  componimenti  che  fanno,  o  buoni  o 
mali  che  sieno,  che  van  trovando  occasione  di  stamparli.  Io,  dovendo  dare 
alle  stampe  i  due  sonetti  per  le  nozze  regali,  sono  entrata  in  tanti  scru- 
poli che  quantunque,  oltre  a  voi  e  '1  signor  don  Orazio  (I),  il  nostro 
dottissimo  signor  don  Giambattista  Vico  gli  abbia  per  sua  bontà  appro- 
vati e  corretti,  pure  non  lascio  di  dubitare.  Io  so  che  gli  scrupoli  sono 
figli  dell'  ignoranza,  ma  da  me  sola  non  posso  liberarmene.  La  notte 
passata  ho  vegghiato  gran  tempo  pensando  a*  miei  sonetti,  e  vi  ho  tro- 
vati alcuni  nei  che  non  vorrei  che  vi  fossero,  non  ostante  che  talora  un  neo 
accomodi  un  viso.  Or  perchè  debbo  domani  dare  i  sonetti  e  dubito 
che  questa  sera  mi  possiate  favorire  perchè  mi  diceste  che  sareste  an- 
dato a  ringraziare  i  votanti  (2),  mi  son  veduta  costretta  a  scrivervi  le 
mie  difficoltà,  le  quali  vi  prego  a  volere  col  vostro  giudizio  riflettere 
ed  anco  a  compiacervi  di  comunicarle  al  signor  don  Giambattista,  nel 
di  cui  purgatissimo  giudizio,  come  ancora  nel  vostro,  finalmente  riposerò, 
e  pregando  in  mio  nome  che  compatisca  le  troppo  sollecite  premure  di 
una  penitente  scrupolosa,  la  quale  soggiacerà  ad  ogni  penitenza.  Sia 
egli  il  mio  padre  Cutica. 

In  un  sonetto  ho  scritto  :  «...  da  le  sue  cure  si  sciolga  La  mente  in- 
tesa a  celebrar  gli  eroi».  Mi  spiace  quella  asprezza  di  suoni:  «  ente- 
inte  »,  onde  vorrei  fare  «  lo  spirto  inteso  »,  nonostante  che  più  ci  sia 
un  certo  che  d'aspro.  —  Nell'altro  sonetto  il  signor  don  Giambattista 
mi  fece  favore  d'emendarmi  un  verso  così  :  «  E  *1  turcasso  di  strai  d'oro 
anco  scarco  ».  Anche  qui  m'  è  nato  qualche  scrupolo  in  mente,  e  pre- 
gate il  signor  don  Giambattista  che  sia  confessore  benigno,  mi  senta 
con  bontà  e  me  ne  liberi.  Quelle  due  desinenze  per  la  stessa  lettera  : 
«  e  '1  strai  »,  e  quelle  due  «  d  »  :  «  di  strai  d'oro  »,  e  quelle  tre  ultime 
parole  che  terminano  tutte  in  «  o  »,  e  quelle  che  terminano  nella  stessa 
sillaba  :  «  anco,  scarco  »,   sono  i  miei  scrupoli.  Se  sono  scrupoli  d'acqua 


(1)  Orazio  Pacifico. 

(2)  Il  Cirillo  era  stato,  in  quell'anno   1738,  eletto   professore  dì  di- 
ritto municipale  nell'università  napoletana. 


160  XIII. -GLI  SCRUPOLI  DI  BELISA  LARISSEA 

santa,  il  signor  don  Giambattista  mi  benedica  ed  è  finita,  —  Io  ho  fatto  in 
due  maniere  :  «  Ed  il  turcasso  di  quadrella  scarco  »;  «  Ed  il  turcasso 
de*  bei  dardi  (o  strali)  scarco  ».  Se  stima  così,  o  pur  mi  cambiasse  a  suo 
piacere  quel  verso.  Però,  signor  don  Giuseppe  mio,  se  vi  pare  che 
questa  sia  minima  disattenzione  (1)  al  signor  don  Giambattista,  non 
glielo  dica,  perchè  ci  lascerò  il  verso  da  lui  accomodatomi,  bastando- 
mi che  il  sonetto  sia  passato  sotto  l'occhio  suo,  mentre  non  vorrei  che 
mi  tenesse  per  disattenta,  nascendo  questo  solamente  dalla  mia  igno- 
ranza. Fate  voi  :  compatite  l' incomodo  che  v'arreco,  e  mi  vi  dichiaro 
serva. 

A  me  questa  lettera  sembra  un  piccolo  capolavoro,  che 
ritrae  a  perfezione  la  sollecitudine  e  ambascia  letteraria 
che  agitava  la  degna  pastorella  d'Arcadia,  ed  è  insieme 
girata  con  grazia  femminile  e  delicatezza  di  dama.  Par 
di  udire  il  bisbiglio  di  una  conversazione,  nell*  angolo  di 
un  salotto  settecentesco ,  mentre  si  elaborava  una  delle 
rituali  Raccolte ,  che  piacevano  allora  tanto  alla  buona 
società,  e  mentre  letterati  e  gentiluomini  e  dame  si  ar- 
mavano a  far  bella  prova  nella  gara  dei  componimenti 
a  tema  obbligato.  Gara  poetica  non  direi,  ma  certo 
gara  di  artistica  complimentosità,  nella  quale  era  ammirato 
chi  meglio  adornava  i  luoghi  comuni  dell'encomio,  dello 
augurio  o  del  funereo  compianto. 

Ma  questa  lettera  ci  mostra  anche,  o  ci  ricorda,  a  quanta 
sapienza  di  avvedimenti  stilistici  fosse  pervenuta  la  let- 
teratura italiana  con  quell'  Arcadia,  che  ora  è  consueto 
oggetto  d' irrisione  e  di  dispregio,  e  pure  fu  educatrice 
di  misura  e  di  gusto  letterario.  Sotto  quest'aspetto,  e  non 
sotto  quello  della  poesia,  vanno  più  propriamente  consi- 
derate le  rime  degli  Arcadi.  Si  è  mai  data  V  importanza 


(1)  Mancanza  di   riguardo. 


XIII. -GLI  SCRUPOLI  DI  BELISA  LARISSEA  161 

che  merita  al  fatto  che  la  letteratura  tedesca,  nella  sua 
grande  ripresa  o  piuttosto  nel  suo  grande  inizio  alla  se- 
conda metà  del  settecento,  si  mise  spesso  e  di  buon  gra- 
do alla  scuola  della  letteratura  italiana,  e  anzi  delle  opere 
di  questa  che  noi  diciamo  di  decadenza,  come  il  Pastor 
fido  e  i  drammi  metastasiani,  le  quali  agli  scrittori  tede- 
schi apprendevano  segreti  di  arte  e  dolcezza  di  forme  sti- 
listiche e  metriche  ?  Gli  scolari,  per  questa  parte,  si  chia- 
marono Goethe,  Wieland,  Tieck,  Platen... 

Ah,  quanto  gioverebbe  che  gli  odierni  scrittori,  e  spe- 
cialmente le  odierne  scrittrici,  così  romantiche  e  così  scor- 
rette e  negligenti,  ripigliassero  alquanto  gli  scrupoli  di 
Belisa  Larissea! 


XIV. 

IL  VIAGGIO  PER  L*  EUROPA   DI   UN  GENTI- 
LUOMO NAPOLETANO  NEL  1774-76 

Tra  i  manoscritti  della  nostra  Biblioteca  nazionale  me 
ne  venne  sott'occhio  anni  addietro  uno  in  quarto  piccolo, 
legato  in  pergamena  e  con  tagli  dorati,  che  reca  il 
titolo  :  Memorie  di  ciocche  per  la  maggior  parte  di  Eu- 
ropa ho  veduto  viaggiando  di  erudito  e  raro,  non  men  che 
bello  e  dilettevole  tanto  nei  Riti,  Leggi  e  Costumi  così  po- 
litici che  ecclesiastici  e  militari,  quanto  in  tutt'  altro  che 
riguardar  possa  le  varie  naturali  ed  artistiche  Produzioni, 

In  mezzo  ai  ghirigori  a  penna  di  questo  frontespizio  è  un 
mappamondo  con  due  gemetti,  uno  dei  quali  sventolala  scritta: 
Niun  altro  ha  scorso  più  felice  il  Mondo,  e  l'altro  regge  uno 
stemma  che  riconobbi  subito  come  quello  dei  Goyzueta,  fa- 
miglia spagnuola,  immigrata  a  Napoli  con  re  Carlo  di  Borbone. 

Che  l'anonimo  autore  fosse  di  tal  famiglia  mi  fu  con- 
fermato dalle  prime  parole,  nelle  quali  il  viaggiatore  dice 
che,  movendo  da  Napoli  in  calesse,  si  fermò  prima  a  Se- 
condigliano  da  "  sua  sorella  ",  e  poi  a  Lusciano,  a  far 
colazione  dall'  '  altra  sua  sorella  ".  La  bella  duchessa 
di  Lusciano  era  appunto  una  Goyzueta,  nota  nella  cro- 
naca galante  come  amica   di  Sua    Maestà   il    re    Ferdi- 


XIV.  -  IL  VIAGGIO  DI  UN  GENTILUOMO  NAPOLETANO        163 

nando  IV.  Accertai  meglio  la  persona  dell*  autore  ri- 
scontrando nell'Archivio  di  Stato  la  corrispondenza  del 
1774  da  Vienna  dell'ambasciatore  marchese  della  Sam- 
buca, al  quale  il  viaggiatore  afferma  di  essersi  presentato; 
e  trovai  che,  infatti,  a  quel  ministro  si  era  presentato  il 
gentiluomo  napaletano,  don  Francesco  de  Goyzueta,  ca- 
pitano ai  servigi  del  re  di  Napoli  (1). 

Il  viaggio,  descritto  in  forma  di  diario  nel  bel  volume 
che  novera  389  pagine  di  scrittura  calligrafica,  durò  due 
anni,  cinque  mesi  e  tredici  giorni,  dal  25  aprile  1774 
all'  8  ottobre  1 776,  e  abbracciò  gran  parte  di  Europa, 
•ossia  1*  Italia  media  e  settentrionale,  l'Austria,  la  Germa- 
nia, 1*  Inghilterra,  la  Francia  e  la  Svizzera. 

E  fu  compiuto  nelle  migliori  condizioni  per  osservare  la 
-vita  europea,  e  specialmente  l'alta  società,  perchè  il 
De  Goyzueta  era  fornito  di  lettere  di  raccomandazione 
del  Tanucci  e  di  altri  personaggi  cospicui,  perfino  della 
regina  Carolina  di  Napoli  per  suo  fratello  1*  Imperatore, 
e  godeva  amicizie  e  parentele  dappertutto,  nelle  corti  e 
tra  i  militari,  in  quel  tempo  in  cui  tanti  italiani  si  trovavano 
impiegati  in  tali  uffici,  all'estero,  particolarmente  in  Austria 
e  nelle  città  tedesche.  Egli  infatti  conobbe  de  visu  imperatori, 
re,  principi  e  principesse,  e  l'aristocrazia  di  tutti  i  paesi 
<:he  visitò,  e  ministri  e  altri  uomini  di  Stato;  e  fu  invitato 
nelle  reggie  e  nei  palagi. 

Ma  che  cosa  giova  la  ricca  materia  di  osservazione 
quando  mancano  o  difettano  la  mente  osservatrice  e  in- 
dagatrice, la  viva  sensibilità,  l'acume,  la    percezione  del 


(1)  Si  veda  CROCE,  Aneddoti  e  profili  settecenteschi  (seconda  ediz., 
Palermo,  Sandron,    1922),  pp.  70-72. 


164      XIV.  -  IL  VIAGGIO  DI  UN  GENTILUOMO  NAPOLETANO 

curioso  e  singolare,  l'arguzia  ?  Il  De  Goyzueta  par  che 
viaggiando  guardasse  tutte  le  cose  come  se  fossero  generi 
e  non  individui,  e  perciò  il  suo  diario  contiene  piuttosto 
nomi  che  realtà.  Per  lui  ci  sono  il  viaggio,  l'albergo,  le 
ore  di  partenza  e  di  arrivo,  le  visite,  i  pranzi,  i  cerimo- 
niali, i  personaggi  con  le  loro  rispettive  cariche;  non  c'è 
mai  alcun  tratto  caratteristico,  ne  un  giudizio  che  non 
sia  il  generico  n  degno  d'esser  visto  ".  Pur  così  minuzioso 
com'  è,  sembra  che  dia  non  il  racconto  di  un  viaggio,  ma 
l' indice  di  un  racconto.  Il  racconto  gli  rimase  in  mente  ? 
Lo  narrava  nelle  conversazioni  con  gli  amici?  O  tutto 
ciò  che  ritrasse  dal  viaggio  fu  per  1*  appunto  questo 
lungo  ma  scarno  indice  ?  Nel  qual  caso  sarebbe  da  ri- 
cordare 1*  aneddoto  che  correva  a  Napoli,  negli  ultimi 
tempi  borbonici,  di  quel  dotto  uomo,  il  quale,  dopo  aver 
annunziato  per  lungo  tempo  una  storia,  mandò  fuori  un 
sommario  del  libro  ;  onde  provocò  un  certo  epigramma 
vernacolo,  divulgatissimo  ancora  a  Napoli,  che  diceva: 
"  Questo,  sta  bene,  è  1*  indice:  ma  a  quando  la  storia  ? 
Che  se  questa  è  poi  la  storia,  tu  non  sei  uno  storico,  ma 
un  minchione  n. 

A  quanti  mai  pranzi  fu  convitato  in  ogni  parte  d' Eu- 
ropa, e  a  quante  conversazioni  assistette  !  Ma  egli  adopera 
in  proposito  giri  di  parole  press'a  poco  costanti,  sul  tipo  di 
queste  che  trascrivo  dal  diario  parigino:  16  dicembre  1 775: 
1  Ho  pranzato  dal  conte  d'Aranda,  e  non  eravamo  che 
cinque.  La  tavola  è  stata  ben  servita  n;  20  dicembre  *75: 
1  Ho  pranzato  con  Zannetto  Mocenigo  ambasciador  di 
Venezia.  Eravamo  1 6  convitati;  la  tavola  era  ben  servita 
e  li  cibi  delicati.  Questi  suol  dare  allo  spesso  delle  cene 
e  dei  pranzi.  La  sera  ho  fatto  alcune  visite  ". 


XIV.  -IL  VIAGGIO  DI  UN  GENTILUOMO  NAPOLETANO      165 

L'  "  oggetto  principale  n  della  sua  andata  a  Berlino  fu 
di  vedere  il  gran  Federico  ;  e  lo  vide  difatti.  Il  1 5  luglio 
(del  1 774)  gli  scrisse  una  lettera  per  chiedergli  tale  grazia 
e  ne  ebbe  in  risposta  il  1 8  la  seguente  letterina,  che  era 
evidentemente  una  formola:  n  M.  le  capitarne  N.  N.  Tout 
homme  à  talents  et  de  mérite  a  un  accès  libre  auprh  de 
Moi,  et  je  vous  accorde  avec  plaisir  la  permission,  que 
vous  venez  me  demander,  de  m'offrir  vos  hommages,  con- 
jointement  avec  v.  n.  le  N.  N.  Mon  colonnel  Baron  de 
Cocceij  a  ordre  de  vour  présenter  ;  et  vous  ri  avez  qu  à 
vous  adresser  à  lui  à  votre  arrivée  ici.  Sur  ce  Je  prie 
T)ieu  qu  il  vous  aitt  M.  le  capitarne  N.  TV.,  en  sa  sainte 
et  digne  garde.  Potzdamt  16  de Juillet  1714.  Frederick. 
Il  22,  accompagnato  dal  Cocceij,  visitò  a  Sans-Souci  l'ap- 
partamento reale,  mentre  il  Re  era  assente.  "  Aspettai 
alcun  poco  in  una  piccola  Galleria  contigua  alla  sala  al- 
lorché venne  il  Re  a  cavallo,  preceduto  da  un  volante 
e  da  un  palafreniere,  che  li  correa  appiedi  appresso.  Smon- 
tato, mi  fé*  subito  introdurre,  mi  ricevè  con  somma  cle- 
menza, mi  parlò  italiano  sulla  marina,  di  che  forza  sia  ed 
a  che  uso,  e  se  contro  gl'Inglesi  ".  E  questo  è  tutto  ciò 
che  gli  rimase  in  mente,  o  che  sa  dirci,  di  Federico  II, 
a  vedere  il  quale  si  era  spinto  fin  su  in  Prussia. 

Un  tale  osservatore  meritava  di  vedere  il  Voltaire  (pel 
quale  anche  andò  apposta  a  Ferney)  nel  modo  che  gli 
accadde  vederlo.  Scrive  alla  data  del  27  maggio  1776: 
1  II  dopopranzo  andai  a  Ferney,  piccolo  villaggio  ad  una 
lega  distante  da  Ginevra,  che  appartiene  alla  Francia, 
per  far  visita  a  Mr.  de  Voltaire  ;  ma,  disgraziatamente,  nel 
momento  che  arrivai  Egli  si  mettea  in  carrozza.  Questo 
fu  molto,  perchè,  se  Egli  non  usciva,  non  l'avrei  neanche 


166      XIV. -IL  VIAGGIO  DI  UN  GENTILUOMO  NAPOLETANO 

veduto,  perchè  stava  di  cattivo  umore,  e  quando  egli  sta 
di  cattivo  umore  non  riceve  nessuno.  Onde  me  ne  ritornai 
molto  contento  di  averlo  veduto  almeno  n.  In  effetti,  il 
fine  della  sua  visita  era  raggiunto  :  poter  dire  e  segnare 
nel  taccuino:  "  L'ho  visto  n. 

Come  volle  conoscere  il  Voltaire,  così,  naturalmente, 
anche  il  Metastasio.  Il  2  giugno  del  1 774  scrive  in  Vienna: 
"  Vi  è  stata  la  solita  processione  che  si  fa  per  tutto  il 
mondo  cattolico,  essendo  oggi  il  giorno  del  Corpus  Do- 
mini. Fui  a  vederla  in  casa  dell'abate  Pietro  Metastasio, 
la  di  cui  conoscenza  feci  in  casa  di  monsignor  Perlas, 
dove  va  tutte  le  sere  alla  conversazione,  e  dove  si  tro- 
vano moltissime  persone,  e  tra  gli  altri  gli  Italiani  ". 

Certe  volte  si  prova  una  sorta  di  stizza,  perchè  si 
sente  che  ci  sarebbe  stato  luogo  pel  bozzetto  grazioso,  ma 
il  viaggiatore  si  mantiene  così  ligneo  e  arido  come  nel  resto. 
A  Vienna  è  presentato  a  Sua  Altezza  il  vecchio  Prin- 
cipe Saxen-Hildburghausen,  feldmaresciallo  al  servizio  del- 
l' Imperatore,  che  viveva  in  una  casa  presso  Vienna,  assai 
ben  arredata  e  dov'era  ogni  giorno  tavola  per  convitati. 
11  principe  aveva  settantasei  anni,  e  usava  levarsi  alle  due 
dopo  il  mezzogiorno  e  coricarsi  alle  otto  di  sera,  pas- 
sando così  diciotto  ore  a  Ietto.  Dieci  persone  (dice  il 
Goyzueta)  erano  addette  a  vestirlo  e  spogliarlo,  ciascuna 
con  particolare  servizio,  cosicché  in  tre  minuti  era  levato 
da  letto  o  messo  a  letto.  E  chi  mai  viveva  con  lui  ?  "  Seco 
aveva  la  Tesi,  cantatrice  famosa  un  tempo  n,  dice  sec- 
camente il  nostro  viaggiatore  :  nientemeno  Vittoria  Tesi, 
che,  quaranta  e  cinquantanni  innanzi,  aveva  fatto  furore 
in  tutta  Italia  e  a  Napoli,  tra  l'altro,  aveva  cantato  nel- 
1'  Achille  in  Sciro  all'  inaugurazione  del  teatro  San  Carlo. 


XIV. -IL  VIAGGIO  DI  UN  GENTILUOMO  NAPOLETANO      167 

Da  alcuni  decenni  non  si  parlava  più  di  lei,  come  se 
fosse  già  sparita  dal  mondo  :  eccola  invece  ancora  viva, 
insigne  rudere  del  passato,  nella  casa  di  campagna  di  un 
principe  tedesco,  antico  favorito  di  Maria  Teresa  e  fana- 
tico per  la  musica.  La  Tesi  era  nata  a  Firenze  nel  1 700 
e  aveva  allora  settantaquattro  anni  (1). 

Un  altro  rudere  insigne,  un  altro  ex  gran  cantante,  il 
Broschi  detto  Farinello,  amico  del  Metastasio,  favorito  di 
re  Ferdinando  di  Spagna,  egli  conobbe,  allora  vecchis- 
simo. Bologna,  2 1  agosto  1 776  :  n  Al  dopopranzo  andai 
da  Don  Carlo  Broschi,  cavaliere  di  Calatrava,  che  ognuno 
sa  il  potere  che  un  tempo  aveva  in  Ispagna.  Egli  sta 
sempre  in  campagna  ad  un  miglio  distante  dalla  città,  ove 
va  molta  nobiltà  a  fargli  visita  ".  Il  23  agosto:  "Pranzai 
con  Don  Carlo  Broschi.  Egli  tutti  i  giorni  pranza  in  com- 
pagnia di  cinque  o  sei  amici  ". 

Del  teatro  e  delle  cose  dell'arte  il  Goyzueta  parla  con 
la  solita  aridità.  A  Monaco  di  Baviera  (dicembre  del  75) 
segna  con  ammirazione  il  nome  del  pittore  ritrattista  di 
corte,  Io  svedese  Desmaret,  allora  di  settantotto  anni,  e 
dice  che  in  tre  sedute  ritraeva  la  testa  e  compiva  il  resto 
a  suo  agio,  e  che  per  un  ritratto  a  mezzo  busto  non 
chiedeva  più  di  dieci  zecchini,  e  che  aveva  fatto  il  pro- 
prio ritratto,  un  capolavoro.  Aggiunge  che  a  Monaco  erano 
tre  gii  artisti  che  "  meritavano  distinzione  n  :  un  fabbro  che 
lavorava  in  acciaio,  un  ebanista  che  faceva  mobili  a  in- 
tarsio, e  un  gioielliere.  Maggiore  attenzione,  specialmente 
in  Prussia,   dà  alle  cose  militari,  e  descrive  l'ordinamento 


(1)  Si  veda  A.  ADEMOLLO,   Le  cantanti  italiane  celebri  del   secolo 
decimottavo  :   Vittoria  Tesi,  in  Nuova  Antologia,    1 5  luglio    1 889. 


168     XIV.  -  IL  VIAGGIO  DI  UN  GENTILUOMO  NAPOLETANO 

dell'esercito,  le  uniformi  dei  vari  battaglioni,  le  parate,  il 
corpo  dei  cadetti  o  scuola  militare.  A  Berlino  conobbe 
il  conte  Pinto  piemontese,  colonnello  al  servizio  di  re  Fe- 
derico II,  che  era  zio  del  cavalier  Santa  Croce,  capitano 
nel  reggimento  Sannio  a  servizio  del  re  di  Napoli  :  esempio 
tra  i  parecchi  di  quel  che  ho  accennato  sugli  italiani  che 
si  trovavano  allora  negli  eserciti  esteri.  Visitò  in  Berlino 
la  Biblioteca  reale,  e  al  solito  modo  generico  scrive  che  il 
numero  dei  libri  vi  è  n  molto  considerabile  n,  che  sono 
tenuti  n  in  bell'ordine  n,  che  vi  è  una  n  quantità  di  ma- 
noscritti ".  Ciò  che  più  lo  colpì  fu  che  n  il  bibliotecario 
sig.  Stosch,  consigliere  di  corte,  non  ebbe  difficoltà  di 
pigliarsi  la  mancia,  che  suole  essere  d'un  zecchino  ". 

Parecchie  notiziole,  tuttavia,  si  possono  spigolare  nel 
suo  volume,  com'è  questa  sui  prezzi  delle  osterie  in  que- 
gli anni.  Il  1  maggio  1 774  :  "  Dopo  pranzo,  partii  per 
Reggio,  dove  arrivai  alle  5  della  sera.  Alloggiai  alla  Po- 
sta, osteria  sufficiente.  Generalmente  nelle  osterie  d'  Italia 
si  pagano  paoli  5  la  mattina  e  6  la  sera.  Vi  sono  però 
altri  prezzi,  cioè  di  paoli  4  la  mattina  e  5  la  sera,  ed 
alla  mercantile  3  la  mattina  e  4  la  sera.  Otto  anni  fa 
non  si  pagava  che  2  la  mattina  e  3  la  sera,  e  gli  altri 
in  proporzione.  Ma  ora,  come  tutto  è  incanto,  non  si  può 
più  fare  a  questo  prezzo  ". 

Gli  accadde  di  assistere  in  vari  luoghi  a  esecuzioni 
capitali;  tra  le  quali  singolare  questa,  che  vide  a  Londra 
il  1 7  gennaio  del  76  :  ■  Alle  undici  della  mattina  sono 
passati  per  avanti  le  mie  finestre  otto  condannati  ad  essere 
appiccati.  Quattro  di  questi  andavano  sopra  d'un  carro 
ed  erano  ladri  di  strada;  due  altri  andavano  in  trenau  (sic), 
perchè  erano  monetari  falsi,  ed  erano  due  ebrei  ;    e    gli 


XIV.  -  IL  VIAGGIO  DI  UN  GENTILUOMO  NAPOLETANO      169 

altri  due  andavano  in  carrozza,  accompagnati  da  un  mi- 
nistro e  da  un  loro  amico.  Questi  due  ultimi  erano  due 
fratelli  gemelli  di  buona  nascita  ed  erano  stati  condan- 
nati al  supplizio  della  forca  per  aver  fatte  delle  cambiali 
false.  Quegli  che  andavano  sul  carro  portavano  una  di- 
sinvoltura incredibile:  se  la  parlavano  tra  di  loro  come  se 
andassero  a  passeggiare.  Tra  di  questi  v'era  un  giovane 
di  venti  anni,  ch'era  tutto  pettinato  e  vestito  di  rosso  con 
un  cappello  gallonato  d'oro  ed  un  mazzo  di  fiori  nella 
mano,  e  tutti  li  quattro  mangiavano  de'  Portogalli  (arance)  " . 

A  Roma  nota  :  "  Una  novità  che  ho  trovata  a  Roma 
si  è,  che  chi  non  va  vestito  d'abate  fa  una  cattiva  figura. 
Le  conversazioni  non  son  composte  che  di  abati,  prelati, 
monsignori  e  cardinali,  i  quali  tutti  fanno  la  corte  alle 
loro  Belle,  ed  è  questo  ai  forestieri  uno  scandalo  gran- 
dissimo n. 

E  tale  accenno  alle  amiche  dei  preti  è  il  solo  che 
sia  in  tutto  il  diario  a  cose  galanti.  Quasi  non  si  direbbe 
che  il  Goyzueta  percorresse  lo  stesso  mondo  e  la  stessa 
società  che  percorreva  allora  Giacomo  Casanova. 


XV. 

UN  ORATORIO  INEDITO  DI  ELEONORA  DE 
FONSECA 

C*  è  un*  aggiunta  da  far  alla  bibliografia  delle  opere  di 
Eleonora  de  Fonseca  (  1  )  :  non  un'aggiunta  di  gran  rilievo, 
ma  a  ogni  modo  un  altro  documento  della  sua  operosità 
di  poetessa  metastasiana.  Si  tratta  di  un  oratorio  composto 
nel  1 792,  e  del  quale  il  manoscritto  si  trova  a  Lisbona  nella 
Biblioteca  da  Ajuda  (2).  Finora  era  sfuggito  ai  ricercatori, 
ma  1'  ha  trovato  l'autore  di  Portugal  e  Italia,  il  marchese 
de  Faria,  e  cortesemente  ha  voluto  donarne  a  me  la  copia 
che  se  n*  è  procurata. 

Il  titolo  è  :  La  fuga  in  Egitto,  Oratorio  sacro  dedicato 
a  5.  A.  R.  D.  Carlotta  Borbone  principessa  del  Brasile 
da  D.  Eleonora  da  Fonseca  Pimentel  Chaves.  Napoli 
MDCCXCII. 

Carlotta  di  Borbone,  la  figlia  di  Carlo  IV  di  Spagna, 
la  moglie  di  re  Giovanni  VI  di  Portogallo,  quella  che 
fu  poi  la  regina  cara  al    più   nero  partito  assolutista  del 


(1)  Si  vedano   Curiosità  storiche,  2  ed.,  pp.   188-98. 

(2)  Ms.  n.  52,  X.  7,  peca  27.  In  4°,  di  pp.  45,  frontispizio  con 
ornati  calligrafici;  sul  dorso  il  n.  584,  forse  della  biblioteca  privata  della 
principessa  Carlotta. 


XV. -UN  ORATORIO  DI  ELEONORA  DE  FONSECA  171 

Portogallo  e  del  Brasile,  avversaria  dei  liberali  e  del  ma- 
rito liberale,  mandata  a  confino  pei  suoi  intrighi  e  chiusa 
in  convento  per  ordine  delle  Cortes,  la  madre  (per  ricor- 
dare un  nome  che  dice  tutto)  dei  famigerato  pretendente 
Don  Miguel  ;  —  era  allora  ,  nel  1 792,  quando  Eleonora 
de  Fonseca  le  dedicava  il  suo  oratorio,  una  giovinetta 
di  diciassette  anni,  da  due  anni  venuta  dalla  Spagna 
sposa  al  principe  ereditario  Don  Giovanni,  principe  del 
Brasile.  La  futura  repubblicana  e  autrice  del  Monitore 
napoletano  non  poteva  certamente  immaginare  la  curiosa 
impressione  che  ora  producono  in  noi  questi  due  nomi  — 
Eleonora  Pimentel,  Carlotta  di  Borbone  —  riuniti  sullo 
stesso  frontispizio. 

E  probabile  che  Eleonora,  la  quale  era  rimasta  sempre 
in  relazione  col  suo  paese  d*  origine,  fosse  richiesta  di 
scrivere  quest*  oratorio  per  qualche  rappresentazione  al 
teatro  di  Lisbona  o  alla  corte.  Intermediario  tra  la  scrittrice 
e  la  principessa  fu  forse  il  ministro  portoghese  a  Napoli, 
il  De  Souza. 

L'oratorio  ha  interlocutori  il  patriarca  san  Giuseppe,  la 
Vergine  Maria,  e  un  angelo.  Nella  prima  parte,  al  le- 
varsi della  tela,  si  vede  Giuseppe  dormente,  e  1*  angelo, 
che  si  fa  a  risvegliarlo  cantando  : 

Sorgi,  sorgi,  Giuseppe  I 

Pria  che  spunti  l'aurora, 

colla  Vergine  Sposa 

il  Celeste  Bambin  salva  in  Egitto, 

o  qui  da  Erode  resterà  trafitto. 

E  Giuseppe,  risvegliandosi,  esclama: 

Giusto  Cielo,  che  vidi  !  che  intesi  ! 
Chi  nel  sonno  mi  parla  e  mi  desta  ? 


1 72  XV.  -  UN  ORATORIO  DI  ELEONORA  DE  FONSECA 

Ah,  qual  lume,  quaì  voce  è  mai  questa  1 
Quella  voce,  quel  lume,  dov*  è  ? 

L'Angelo,  di  dentro  : 

Su,  Giuseppe,  alla  fuga  ti  appresta  ; 
vien  dal  Cielo  che  parla  con  te. 


Giuseppe  : 


Alla  fuga  !  Ma  dove  ?  ma  quando  ? 
Alla  fuga  I  Ma  come  ?  perchè  ? 


L'Angelo,  sempre  di  dentro  : 

Ah,  del  Ciel  tosto  adempi  il  comando  ; 
il  cammino  d'  Egitto  deh  prendi  : 
il  fanciullo  da  Erode  difendi  : 
così  il  Cielo  t' impone  per  me. 

Giuseppe,  avendo  intravista  la  luce  angelica  e  compreso 
che  il  comando  gli  viene  da  Dio,  sveglia  a  sua  volta 
Maria,  e  le  comunica  1'  ordine  ricevuto.  La  Vergine  è 
presto  persuasa  e  rassegnata  ;  e  mentre  il  marito  entra  in 
casa  a  raccogliere  n  quelli  Che  l'umile  fortuna  a  noi  con- 
cede Non  numerosi  arnesi  n,  si  abbandona  a  soliloqui. 
Torna  Giuseppe,  e,  sempre  esortati  e  incitati  dall'  Angelo, 
si  dispongono  alla  partenza.  Dice  loro  l'Angelo  : 

Ornai  rimane  alle  cadenti  stelle 

breve  cammino  ;  e,  da  sospetti  suoi 

mosso  T  iniquo  re,  l'empia  sentenza 

già  sorge  ad  eseguir  :  la  strage,  il  sangue 

inonderan  fra  poco 

di  Bettelem  le  vie  :  partite,  o  coppia 

al  Ciel  diletta,  e  l'affidato  pegno 


XV.  -  UN  ORATORIO  DI  ELEONORA  DE  FONSECA 


173 


tosto  salvate  :  a  voi 

tutto  noto  sarà  :  lasciate  intanto 

che  ne'  deliri  suoi 

si  avvolga  in  proprio  danno 

l' impotente  furor  di  un  re  tiranno, 

E  del  malvagio  1*  ira 

onda  di  mar  che  freme, 

che  spuma  irata  e  geme, 

che  torbida  la  sponda 

minaccia  soverchiar. 
Ma  l'orgogliosa  piena 

eterna  legge  affiena, 

e  sulla  riva  frangesi, 

e  nel  toccar  l'arena 

cede  respinta  e  riede 

sé  stessa  ad  incalzar. 

I  tre  interlocutori,  prima  a  solo,  poi  a  due,  poi  a  tre 
cantano  un  inno  al  Signore,  del  quale  trascrivo  le  ultime 
strofe  : 


Giuseppe  : 

Angelo  : 

Maria  : 

Angelo  : 

Mar.  e  Gius,  a  due: 


Le  stelle  lucenti 
l'aurette  tremanti, 
dell'onde  correnti 
il  placido  suon... 

Il  turbine,  il  tuono, 
le  grandini  infeste, 
le  nere  tempeste, 
l'acceso  balen... 

Del  sol,  della  luna 
i  vaghi  splendori, 
i  ricchi  tesori, 
racchiusi  nel  sen... 

Del  Nume  sdegnato 
son  voce  possente... 

Del  Nume  clemente 
la  voce  pur  son. 


1 74  XV.  -  UN  ORATORIO  DI  ELEONORA  DE  FONSECA 


Giuseppe  : 

Voi  menti,  che  i  Cieli 

eterne  abitate... 

Maria  : 

e  voi  che  diversi 

la  terra  adornate... 

Angelo  : 

per  campi,  per  selve, 

o  rettili  o  belve, 

voi  pesci  guizzanti, 

augelli  volanti... 

a  tre  : 

voi,  opere  tutte 

del  Sommo  Fattor, 

creature,  adorate, 

lodate  il  Signor. 

La  seconda  parte,  o  secondo  atto,  fa  vedere  i  due  con- 
iugi in  viaggio,  recanti  il  n  caro  pegno  ",  il  bambino 
Gesù.  E  mezzogiorno  ;  si  soffermano  per  riposarsi,  e  scam- 
biano tra  loro  pie  riflessioni.  Essi  vedono  adempiute  le 
profezie  bibliche  : 

Ora  quello  che  in  tanti 
misteriosi  eventi 

di  sé  volle  adombrar,  tutto  oggi  avvera 
1*  Increata  Sapienza  :  al  Nil  rifugge 
pur  dall'  insidia  altrui, 
sconosciuto,  negletto, 
oggi,  nuovo  Giuseppe, 
del  mondo  il  Salvator  ;  Mosè  novello, 
ritornerà  dei  suoi  portenti  cinto 
sulla  colpa  già  spenta 
ad  esaltar  l'umanità  redenta. 
Cinto  di  gloria, 

cinto  di  luce, 

il  nostro  Duce 

per  noi  1*  Inferno 

debellerà. 


XV.  -  UN  ORATORIO  DI  ELEONORA  DE  FONSECA  1 75 

Non  fra  saette 
Dio  di  vendetta  ; 
solo  d'amore 
nume  verrà. 

Qui  sopraggiunge  l'Angelo  a  narrare  V  orrendo  scempio 
accaduto  in  quel  mezzo  a  Bettelemme  :  la  strage  degli 
innocenti.  Sono  i  soliti  colori  di  una  scena  innumeri  volte 
descritta  tra  il  sei  e  settecento,  in  poesia  non  meno  che 
in  pittura.  Questo  è  il  brano  saliente  : 

Tosto  d'armati  e  d'armi 

folto  stuolo  le  schiude  :  ecco  ad  un  tratto 

denudar  mille  spade  ;  ecco  avventarsi 

sulla  preda  innocente  :  al  Ciel  va  il  grido 

delle  misere  madri  e  va  dei  figli 

il  flebile  vagito  e  le  minacce, 

e  i  fremiti  ne  vanno 

dei  barbari  uccisori, 

e  di  sdegno  e  di  duol  confuso  e  misto 

l'udito  assorda  ed  in  discorde  tuono 

mille  suoni  diversi  esprime  un  suono. 

Scarmigliate,  confuse, 

e  da  forza  crudele  indietro  spinte, 

co*  dolci  parti  in  braccio  errano  intanto 

per  l'angusto  recinto 

le  desolate  donne  :  in  alto  siede 

e  con  la  voce  e  con  la  mano  accende 

i  perfidi  ministri 

il  dispietato  Re  :  là  sulle  mamme, 

onde  pendea,   trabocca, 

latte  versando  e  sangue, 

il  piagato  bambin  :  qui  sotto  il  manto, 

ove  celossi,  il  crudo  ferro  il  giunge  ; 

là  contrastato  invano 

dall'  intrepida  madre, 


1 76  XV.  -  UN  ORATORIO  DI  ELEONORA  DE  FONSECA 

orribil  mostro  I  ei  bipartito  cade  ; 

qui  le  supplici  braccia 

e  le   nude  mammelle  indarno  oppone 

l'orante  madre  all'uccisor  fellone. 

In  mille  piaghe  orribilmente  impressa 

si  dipinge  la  morte,  in  mille  guise 

in  deformati  volti 

si  dipinge  il  color  :  orrido  gruppo 

sopra  la  madre  semiviva  e  smorta 

fanno  i  figli  trafitti. 

De'  moribondi  figli  altre  col  pianto 

lava  le  piaghe,  e  i  fuggitivi  spirti 

fra  le  tremanti  labbra 

tenta  raccorre  ;  e  quale 

di  livido  pallor  tinte  le  gote 

d*  inaridite  lagrime  segnate, 

il  mozzo  busto  al  Re  crudele  in  faccia 

torva  solleva  e  le  pupille  immote 

fissa  nel  Ciel  :  né  più  silenzio  o  grido, 

ma  cupo  mormorio  l'aura  percote 

di  taciti  singulti,  di  bramata 

vendetta  e  di  querele, 

e  nero  e  tetro  e  in  non  più  visto  aspetto 

di  feritate  ivi  ondeggiar  si  mira 

il  terrore,  il  dolor,  la  pietà  e  1*  ira. 

Odi  l'aria  che  flebile  e  fioca 
fra  quei  rami  sussurra  e  sospira  ; 
odi  l'onda  che  querula  e  roca 
fra  quei  sassi  si  aggira  e  si  frange  ; 
è  Rachele,  che  in  Ramata  piange 
i  suoi  figli  che  mesta  perde. 

Di  ululati  risuonan  le  calli, 
e  dal  fondo  del  concavo  speco 
replicando  confusa  va  l'eco 
il  lamento  cui  pari  non  è. 


XV.-  UN  ORATORIO  DI  ELEONORA  DE  FONSECA  177 

Maria  a  tale  orribile  racconto  prorompe  : 

Ed  inumano  a  segno 
dunque  core  vi  fu,  cha  sotto  il  ciglio 
della  madre  piagar  potesse  il  figlio  ? 
e  i  moribondi  sguardi  e  gli  atti  e  i  visi 
mirar,  soif rir,  dei  pargoletti  uccisi  ? 
Spietatissimo  Re  !  Misere  madri  ! 
Innocenti  fanciulli  !  Ahimè,  eh'  io  sento 
in  quei  colpi  ferirmi...  Ahimè,  eh'  io  vedo 
la  tragedia  funesta...  Ahi,  che  vien  meno 
nell'  immagine  atroce 

il  pensiero...  il  respiro...  il  cor...  la  voce. 
Ascolto  quel  pianto... 

Rimiro  quel  sangue... 

Il  figlio  che  spira, 

la  madre  che  langue, 

il  ferro  omicida, 

le  querule  strida 

mi  sento  nel  cor. 
Ahi,  madri  infelici  ! 

Ahi,  barbara  pena  ! 

Ahi,  scena  d'orror  ! 

Terminate  le  manifestazioni  dell'orrore  e  della  pietà, 
l'Angelo  ricorda  alla  Vergine  l'alta  sorte  che  l'attende, 
e  i  tre  cantano  un  nuovo  coro. 

Quando  Eleonora  de  Fonseca  verseggiava  in  versi  co- 
muni questi  luoghi  comuni,  già  il  suo  animo  e  la  sua 
mente  fremevano  pei  casi  di  Francia:  in  quell'anno  stesso 
la  flotta  di  Latouche  toccava  il  golfo  di  Napoli,  ed  Eleo- 
nora si  recava  sulle  navi  francesi  a  fraternizzare  coi  gia- 
cobini e  a  cantare  inni  alla  libertà.  Ma  se  la  sua  pas- 
sione politica  era  nuova  e  piena  di  avvenire,  la  sua  let- 
teratura era  vecchia  ;  ne  le  era  dato    sostituirla    agevol- 

12 


1 78  XV.  -  UN  ORATORIO  DI  ELEONORA  DE  FONSECA 

mente  con  nuove  fantasie,  nuovi  ritmi  e  nuove  parole. 
La  forma  poetica  cantante  e  metastasiana  si  offerse  al- 
lora, docile  strumento,  agli  affetti  della  rivoluzione,  che 
fu  rivoluzione  politica  e  sociale  ma  non  rivoluzione  let- 
teraria. Letterariamente  parlando,  i  giacobini  portavano 
ancora  il  codino  (1). 


(1)  Colgo  l'occasione  per  segnare  qui  la  notizia  di  un  recente  studio 
inglese  di  MARY  MAXWELL  MOFFAT,  Eleonora  Fonseca  and  the 
Neapolitan  Republic,  in   The  Quarteria  Reoiew,  n.  467,  aprile   1 92 1 . 


XVI. 

IL  ■  SEMINARISTA  CALABRESE  ■ 

E  un  romanzetto  ora  affatto  dimenticato,  ma  che  i  no- 
stri vecchi  a  volte  ricordavano,  specialmente  in  grazia  della 
seconda  parte  del  volume,  che  contiene  una  piccola  silloge 
di  facezie:  //  seminarista  calabrese,  Opera  divisa  in  due 
parti,  Milano,  1 808.  A  leggerlo  ora,  parrà  nient'altro  che  un 
ultimo  incerto  riflesso  dei  "  romanzi  picareschi  n  spagnuoli, 
dei  quali  imita  l'andamento.  Un  giovane  racconta  la  sua 
vita  in  un  seminario  di  Calabria,  le  sue  avventure  a  Mes- 
sina, dove  fu  inviato  dalla  famiglia,  e  poi  a  Napoli,  come 
studente,  provandosi  a  descrivere  piacevolmente  personaggi 
e  ambienti  vari.  Ma  la  piacevolezza  è  più  neh"  inten- 
zione che  nel  fatto  e  nello  stile. 

Pure  se  ne  può  trarre  qualche  curioso  particolare  di 
costume  e  qualche  pagina  non  priva  di  evidenza  e,  per 
cominciare,  io  vi  ho  trovato  schiarita  la  frase  n  mangiare 
coi  gatti  ",  che  si  ode  ancora  qualche  volta  ripetere  senza 
che  se  ne  conosca  più  V  allusione. 

n  Mangiar  coi  gatti,  trascinar  la  lingua  per  terra,  digiu- 
nare giornate  intere,  osservare  un  lungo  silenzio  per  una 
o  due  settimane  "  —  dice  il  seminarista  nel  ricordare  le 
sue  monellerie  di  collegio  —  "  erano  divenute  per  me 
penitenze  triviali,  né  producevano  più  alcun  effetto  ".  E, 


180  XVI.  -  IL  «  SEMINARISTA  CALABRESE  » 

più  oltre,  descrive  in  particolare  in  che  consistesse  il  primo 
dei  castighi  ricordati  : 

La  penitenza  di  mangiar  colle  gatte  non  era  tanto  barbara  (quanto 
quella  del  cavallo,  ossia  delle  staffilate),  ma  era  forse  più  penosa  pei 
fanciulli  di  tenera  età.  Esisteva  nel  refettorio  un  luogo  centrale,  ove 
colui  che  era  condannato  a  mangiar  con  queste  bestie  doveva  inginoc- 
chiarsi alla  vista  di  tutto  il  seminario.  Ivi,  stendendo  la  sua  servietta 
per  terra,  attendeva  in  pace  che  gli  fosse  toccato  il  pranzo.  Appena 
un  piatto  era  messo  a  sua  disposizione,  una  o  molte  gatte  (non  man- 
cando mai  queste  inutili  bestie  nelle  benedette  comunità)  si  accostavano  per 
esserne  a  parte.  Il  paziente  non  aveva  diritto  a  scacciamele,  e  guai  a  lui 
se  l'avesse  solamente  tentato.  Le  gatte,  nel  divorare  la  loro  porzione, 
formavano,  per  naturale  gelosia,  un  armonioso  miagolamento  di  gniao 
gniaooo.  Al  dolce  suono  di  tale  musica  bestiale  il  condannato  era  co- 
stretto, se  non  volea  morir  d' inedia,  a  mangiar  unitamente  con  esse  la 
sua  parte.  Siccome  però  le  gatte  delle  comunità  sono  più  divoratrici 
degli  uomini  (almeno  quelle  dei  seminario  erano  tali),  così  di  tutto  il 
pranzo  non  toccava  al  paziente  fanciullo  che  uno  o  due  bocconi... 

Anche  caratteristica  pei  tempi  a  cui  si  riferisce  il  ro- 
manzo, cioè  l'ultimo  quarto  del  settecento,  è  la  visita 
che  fa  al  seminario  un  n  viaggiatore  oltramontano  ",  che 
si  tratteneva  da  alcuni  giorni  in  quella  città,  ossequiato 
e  onorato  dai  sindaci  e  dall'arcivescovo  e  circondato  dalla 
fama  di  uomo  dotto.  Giunge  il  forestiero,  un  uomo  di 
circa  cinquantanni,  n  statura  giusta,  fronte  scoverto,  naso 
camuso,  viso  secco  e  smagrito,  aria  dolce  ed  affabile,  oc- 
chio vivo,  denotante  la  prontezza  di  spirito  e  la  rifles- 
sione ";  gira  pel  seminario,  pranza  coi  preti  e  con  gli 
alunni,  e,  dopo  il  caffè,  si  dà  inizio  a  un*  accademia, 
nella  quale  il  rettore  prende  a  recitare  un'orazione  sulle 
tentazioni  diaboliche  dei  folletti,  incubi  e  succubi    e  dei 


XVI.  -  IL  «  SEMINARISTA  CALABRESE  »  181 

maghi  e  stregoni  ;  e  il  forestiero  Io  interrompe  e  procura 
di  sgombrargli  dalla  testa  quelle  ubbie  superstiziose,  ci- 
tando Montaigne  e  Bayle  e  Hume. 

Il  rettore  non  potè  resistere  al  tuono  disprezzante  ed  enfatico  del- 
l'oltramontano, per  cui,  pieno  di  un  santo  zelo,  rispose  in  aria  un  poco 
minaccevole  :  «  Signore,  a  quel  che  sento,  mi  pare  che  non  solo  siete 
ateo,  ma  anche  eretico  e  scismatico  I  » .  «Signor  abate,  — soggiunse  lo 
oltramontano,  —  comecché  il  vostro  discorso  includa  contradizione,  vi 
dirò  non  pertanto  che  io  non  sono  né  eretico  né  scismatico,  e  molto 
meno  ateo.  Sono  un  uomo  onesto,  che  gratificano  col  nome  di  filosofo  ». 
Non  avesse  mai  il  forestiere  pronunziato  questo  nome  I  Come  se  il  ter- 
mine filosofo  corrispondesse  a  quello  di  assassino,  di  antropofago  o  di 
mostro,  il  rettore,  nel  solo  udirlo,  si  riempì  di  terrore  ed  esclamò:  «  Co- 
me ?  Siete  filosofo  e  siete  venuto  al  nostro  refettorio  ?...  Siete  filosofo, 
«  mi  avete  parlato  sino  adesso  ?...  Siete  filosofo  !?...  Anime  sante  del 
Purgatorio,  salvatemi  voi  l  Guardia,  guardia  I  ».  A  questo  chiasso  ci 
alziamo  tutti.  Il  rettore  scappa  come  un  forsennato,  facendo  il  segno 
della  croce,  e  si  rinchiude  nella  sua  stanza;  tutti  fuggono  spaventati;  l'oltra- 
montano rimane  solo  e  sbigottito  dal  fracasso  ed  interdetto  per  la  magia 
della  parola  filosofo.  Io  ch'era  stato  sino  a  quel  punto  come  V  asino  al  suon 
della  lira,  mi  ritiro  stordito  e  confuso,  non  sapendo  a  che  attribuire 
tanto  scompiglio,  e  dicendo  tra  me:  «  Maledetto  forestiere  !  Parea  tanto 
buono.  Non  avesse  mai  detto  che  si  chiamava  filosofo  !  Oh  che  nome 
indiavolato  !  Non  mi  ha  fatto  neppure  leggere  la  mia  elegia  in  lode 
della  Madonna  I  ».  D'allora  in  poi  questo  nome  divenne  così  terribile 
nel  seminario,  che  volendosi  incuter  paura  a  noi  altri  ragazzi,  bastava 
che  i  superiori  dicessero  :  «  Se  non  vi  state  quieti,  faremo  venire  un 
filosofo  a  farvi  scuolal  ».  Questa  minaccia,  per  grazia  di  Dio  giammai 
realizzata,  è  stata  sufficiente  a  farci  per  lungo  tempo  rimaner  quieti 
come   tanti  imbecilli. 

A  Messina  il  seminarista  è  ospite  di  un  suo  parente, 
don  Biase,  Catapano  della  città  di  Messina. 

Questo  impiego  non  dà  alcun  soldo:  quindi  per  vivere  egli  era    ob- 
bligato, egualmente  che  tutti  i  suoi  degni  colleghi,  d'andare  ogni  mat- 


182  XVI.  -  IL  «  SEMINARISTA  CALABRESE  » 

tina  ricattando  i  fornai,  i  pescivendoli  ed  i  venditori  di  commestibili. 
Ebb*  io  l'onore  quella  mattina  d'  accompagnarlo  in  sì  lodevole  opera- 
zione. Usciamo  dunque  di  casa  e  ci  presentiamo  al  primo  forno  ch'era 
sul  nostro  cammino.  Don  Biase  entra,  nessuno  fa  attenzione  a  lui;  resta 
per  qualche  tempo  immobile  come  uomo  il  cui  silenzio  chiede  loquace- 
mente la  limosina.  La  grossa  e  grassa  fornaia  finalmente  si  volta,  finge 
di  vederlo  allora,  dimostra  la  noia  che  ne  risente,  gli  fa  qualche  sgarbo 
di  cui  anch'  io  fui  a  parte,  gli  dà  una  pagnotta  come  si  darebbe  a  un 
cane,  don  Biase  la  mette  in  tasca,  egli  contento  ed  io  sorpreso  d'una 
tal  pantomima.  A  pochi  passi  di  là  entriamo  in  una  pasticceria.  La  no- 
stra vista  produce  un  mormorio  come  di  chi  vedesse  le  persone  più 
seccanti  dell'universo.  Chi  ci  volta  le  spalle  da  una  parte,  chi  ci  dà 
qualche  urto  passando,  chi  non  si  degna  neppure  guardarci.  In  verità, 
io  mi  trovai  il  più  confuso  e  mortificato  uomo  del  mondo.  Facevamo  una 
figurasi  trista  che,  dopo  qualche  minuto  del  solito  silenzio  di  compare  Don 
Biase,  non  potei  trattenermi  di  dirgli  :  «  Andiamocene,  compare  :  che 
facciamo  qui?».  Egli  risposemi  sotto  voce:  «  Ora,  orai».  La  pastic- 
cerà, sentendoci  parlare,  si  volta,  vede  me  rosso  come  un  papavero,  an- 
noiato a  morte  di  quella  scena  silenziosa  ;  si  accorge  che  io  non  era 
del  mestiere  e  che  mi  trovavo  colà  per  caso  ed  a  malincuore,  come 
uomo  che  sta  sulla  brace.  Sentì  dunque  compassione  di  me,  cred'  io; 
per  cui,  avvolgendo  tosto  un  pasticciotto  in  un  poco  di  carta,  lo  mandò 
con  la  sua  fante  a  compare  don  Biase,  cui  disse  da  parte  della  sua 
padrona  :  «  Dice  la  gna  Cicca  mi  vi  rumpiti  la  nuci  di  lu  coddu  ;  pig- 
ghiati,  jatioindi,  min  facili  chiù  patiri  stu  pooiru  figghiolu  ».  Dietro  un 
complimento  così  galante  in  lingua  trinacria,  don  Biase  pose  il  pastic- 
ciotto nella  profondissima  sacca  del  suo  antichissimo  abito,  ed  uscì 
tanto  contento  come  se  avesse  ricevuta  la  migliore  accoglienza  del 
mondo... 

Tra  le  avventure  studentesche  di  Napoli  è  un  pugi- 
lato alla  Posta  vecchia,  con  la  descrizione  della  folla  che 
aspetta  la  distribuzione  postale  della  Calabria,  e  spe- 
cialmente degli  studenti,  che,  come  il  protagonista  del 
racconto,  ricevevano  dalla  famiglia,  per  mantenersi  a 
Napoli,  una  cambialetta  di  otto  ducati  al  mese.  Ma  pre- 


XVI.  -  IL  «  SEMINARISTA  CALABRESE  »  183 

ferisco  chiudere  gli  estratti  del  libriccino,  ormai  raro,  con 
un'altra  descrizione:  quella  di  una  sorta  di  sacra  rappre- 
sentazione pantomimica  in  Napoli,  nei  giorni  di  Pasqua  : 

M' inoltrai  per  la  Cesarea,  e,  salendo,  incontrai  una  calca  straordi- 
naria, la  quale  aumentava  a  misura  che  io  avanzava,  Il  popolaccio  che 
la  componea,  marciando  parte  in  gran  gala  e  parte  al  solito  seminudo, 
mangiava,  beveva,  saltava,  suonava.  Confuso  tra  la  folla  e  colle  mani 
nelle  tasche  per  tema  che  mi  mancasse  il  fazzoletto,  mi  trovai  innanzi 
ad  una  chiesa,  dove  la  calca  era  più  spessa.  Attendo  ivi  cogli  altri, 
ed  a  capo  di  pochi  minuti,  dopo  una  dozzina  di  coppie  di  fratelli  in 
veste  talare  ed  in  cappuccio  chiuso,  veggo  uscire  la  statua  della  Ma-1 
donna  con  parrucca  bionda  da  consigliere  e  in  dominò  lattino  elegan- 
temente ricamato.  In  mezzo  alle  coppie  dei  fratelli  andava  passeggiando 
uno  di  essi  ben  corpacciuto,  armato  di  una  lunga  bacchetta  pieghevole, 
fornita  in  punta  d'un  giglio  di  legno.  Questa  processione  scappa  via  in 
fretta  trasportando  la  statua  e  prende  altra  campagna.  Tosto  dopo  esce 
san  Giovanni,  in  zimarra  rossa  e  collo  stesso  corteggio,  che  sceglie 
altra  direzione  e  sparisce.  Finalmente  vien  fuori  Nostro  Signore  con  altri 
fratelli,  che  fuggono  via  per  altro  sentiero.  Questa  scena,  comincian- 
domi a  divertire  per  la  sua  varietà,  m*  incammino  seguendo  la  folla 
non  senza  grande  imbarazzo.  Giungo  finalmente  in  un  bivio,  ove,  imi- 
tando il  popolo  che  mi  circonda,  attendo  con  massima  ansietà  per  sa- 
pere ove  vada  a  terminar  la  faccenda.  Annoiato  infine,  domando  ad 
uno  straccione,  che  mi  era  vicino,  cosa  facevano  là  stanchi,  coverti  di 
polvere  ed  affogati  dalla  calca  :  «  Signó,  5.  GiuVanne  e  la  Maronna  so 
ghiute  a  cerca  Gesù  Cristo  ;  mo  se  ncontrano  tutte  duie,  se  fanno  signo 
che  non  V  hanno  trovato,  e  tornano  a  cerca  Nostro  Signore  ».  Il  sagro  ci- 
cerone aveva  appena  terminata  la  spiega  d'un  tal  mistero,  che  le  due 
statue  co'  loro  corteggi  compariscono  da  strade  opposte.  La  turba  fa 
largo  :  chi  monta  sulle  macerie,  chi  sui  terrazzi  dei  casolari  ;  io,  per 
non  esser  calpestato  vivo,  mi  arrampico  ad  una  siepe,  ove  mi  sgraffio 
una  mano,  lascio  mezza  calzetta  e  porzione  dell'abito  di  seta  che  aveva 
portato  da  Calabria  e  di  cui  non  faceva  uso  che  nelle  sole  feste  prin- 
cipali. Si  giudichi  quanto  questo  piccolo  accidente  abbia  potuto  aumen- 
tare il  mio  cattivo  umore.  Intanto  i  corteggi  si  dividono  e  le  statue  si 
accostano.  Quella  della  Madonna  si  abbassa,  come  per  dire  a  Giovanni: 


/ 


184  XVI.  -  IL  «  SEMINARISTA  CALABRESE  » 

—  Hai  trovato  Gesù  ?  — .  La  statua  di  Giovanni  si  piega  indietro,  come 
per  dire  alla  Madonna  :  —  No.  —  Ambe  le  statue  si  muovono  sui  fian- 
chi, volendo  significare  il  loro  cordoglio  per  una  corsa  sì  inutile  ,  e 
quindi  a  rompicollo  scappano  di  nuovo  per  istrade  differenti  e  tra  le 
strida  acute  del  popolaccio.  Io  seguo  questo  per  vederla  tutta.  Si  re- 
plica altrove  la  stessa  farsa.  Si  sloggia  immantinente  non  senza  grave 
pena,  e  corriamo  ben  dentro  una  campagna.  Là  compaiono  prima  Gesù, 
quindi  non  tardò  a  mostrarsi  Giovanni.  Questo  incontro  fu  più  caldo. 
Le  statue  eseguirono  alcune  mosse  ed  alcune  attitudini,  colle  quali  Gio- 
vanni ragguagliò  Gesù  delle  sue  corse,  ed  uniti  partirono  per  incon- 
trar la  Vergine,  facendo  la  strada  calcata  innanzi  da  noi.  Corro  io 
col  popolo  tra  gli  urtoni  di  ogni  sorta,  pesto,  grondante  di  sudore,  e 
mi  fermo  in  altro  sito...  «  Eccole,  eccole  !  »,  sento  gridar  alto  ;  mi 
volgo  e  per  diversi  stretti  veggo  già  sbucar  correndo  tutte  e  tre  le 
statue.  Il  popolo  si  divide  e  le  riceve  nel  suo  seno...  Bisognerebbe 
qui  o  il  pennello  di  Raffaele  o  la  penna  di  Voltaire  per  descrivere 
quest'ultima  scena.  Le  statue  si  urtarono  con  le  teste,  si  abbassarono, 
si  allungarono,  si  piegarono  sui  lati,  come  se  avessero  voluto  dirsi  a 
vicenda  :  «  Ove  sei  stato,  buon  Gesù  ?....  È  tanto  tempo  che  andiamo 
in  cerca  di  te!  —  Lodato  sia  il  Cielo  che  vi  ho  trovati.  —  Come  stai  di 
salute  ?  —  Io  sto  bene.  E  voi  ?  —  Così  così  :  un  poco  fatigati  dalle  lun' 
ghe  corse,  che  ci  hanno  fatto  fare  questi  facchini...  ».  Finito  questo  dialogo 
in  pantomima,  un'  immensa  quantità  di  uccelli  sbuca  all'  improvviso, 
parte  da  sotto  le  gonne  della  Madonna  e  parte  da  sotto  le  zimarre  di 
Gesù  e  di  Giovanni  :  svolazza  infilando  per  la  campagna;  il  popolo 
piange  di  tenerezza,  ed  io,  non  so  per  quale  fatale  contrasto,  mi  metto 
a  ridere.  Un  cencioso,  che  mi  era  vicino,  mi  guarda  con  occhio  bieco; 
e,  scandalezzato,  come  credo,  della  mia  irriverenza,  mi  dice  con  voce 
minaccevole  :  «  Don  Liccà,  si  ride  n  'aia  vota,  te  voglio  fa  chiagnere  co 
na  mazzata  dinto  la  noce  de  lo  cuòllo...  ». 

Chi  fu  Fautore  di  questo  romanzetto  ?  L' Ulloa  ce  ne  for- 
nisce il  cognome.  "  Si  Fon  avait  cherché  Tauteur  sous  le 
voile  de  Tanonyme,  on  aurait  entrevu  le  talent  gracieux 
d*un  homme  (Nicolai)  qui  laissa  la  réputation  d'  un  es- 
prit fin  et  aimable.  L/auteur  avait  voulu  retracer  ses  sen- 


XVI.  -  IL  «  SEMINARISTA  CALABRESE  »  1 85 

sations  de  l'enfance  et  ses  espiègleries,  cT  écolier,  qu*  on 
n'oublie  pas  ;  et  Fon  sentait  une  piume  qui  courait  avec 
vivacité,  qui  se  complaisait  aux  développements  et  s  ai- 
guisait  parfois  d'une  fine  ironie  "  (1). 

Sono  rimasto  un  po'  incerto  nel  determinare  chi  fosse 
questo  Nicolai,  tra  i  parecchi  di  tal  cognome;  ma  un  ap- 
punto manoscritto  di  Mariano  d'Ayala  (2)  mi  conforta  a 
identificarlo  con  Domenico  Nicolai,  marchese  di  Canneto, 
nato  a  Canneto  il  26  aprile  1778  e  morto  a  Marsiglia 
il  28  marzo  1842.  Il  Nicolai,  che  compose  parecchie 
opere,  alcune  edite  e  altre  rimaste  inedite,  di  metafisica 
e  di  giurisprudenza,  e  che  il  Colletta  loda  n  per  dotto 
scrivere  e  per  mirabile  eloquenza  n,  fu  un  patriota  del 
1799,  che  rappresentò  poi  una  parte  notevole  nella  ri- 
voluzione e  nel  parlamento  del  1 820- 1  :  onde  ripartì  per 
l'esilio,  recandosi  in  Ispagna  e  di  là  in  Francia.  Un  suo 
libretto  di  Considerazioni  sull'Italia,  edito  colà  dopo  le 
giornate  di  luglio,  ebbe  una  ristampa  a  Napoli  nel  1 862  (3). 
Al  Seminarista  calabrese  non  die  compimento,  e  forse 
non  ne  procurò  neppure  la  stampa,  eseguitane,  come  si 
è  detto,  nel  1808,  in  Milano  (se  pure  non  è  questa  una 
falsa  data  topica).  La  raccolta  di  aneddoti,  che  segue 
come    seconda  parte,    è    messa    insieme    da    varie    fonti 


(1)  PIERRE  C.  ULLOA,  Pensées  et  souvenirs  sur  la  littérature  con- 
temporaine  du  Royaume  de  Naples  (Genève,    1858),  II,  351. 

(2)  Tra  le  carte,  conservate  nella  Bibl.  della  Società  storica  napole- 
tana, e  propriamente  nell'abbozzo  di  una  biografia  di  Domenico  Nicolai. 
Sul  quale  si  veda  anche  C.  VILLANI,  Scrittori  ed  artisti  pugliesi  (Trani, 
1904),  PP.  678-9. 

(3)  Napoli,  pei  tipi  del  Fibreno,   1862. 


186  XVI.  -  IL  «  SEMINARISTA  CALABRESE  » 

italiane  e  francesi,  tranne  pochi,  che  sono  originali,  e  tra 
questi  alcuni  che  hanno  per  attori  personaggi  napoletani, 
come  Giuseppe  Pasquale  Cirillo  e  Antonio  Genovesi  (1). 


(1)  Riferisco  di  quest'ultimo:  «  Il  celebre  letterato  abate  Antonio  Ge- 
novesi, vedendosi  continuamente  contradetto  in  una  conversazione  scien- 
tifica dall'  eunuco  Cantarelli,  non  potendo  più  resistere  alla  di  costui  ar- 
roganza, gli  disse:  —  Mi  dispiace  che  non  posso  nemmeno  dirti  e — 

II  che  fece  tacere  l'eunuco  ».  Sull'  insolenza    del    Caffarelli  si    vedano 
Aneddoti  e  profili  settecenteschi  2,  pp.  45-50. 


XVII. 

UNA  VISIONE  DELL*  ULTIMA  NAPOLI 
BORBONICA 

Gli  Usi  e  costumi  di  Napoli  e  contorni  descritti  e  di- 
pinti, opera  diretta  da  Francesco  de  Bourcard  (1),  sona 
un  magnifico  libro,  che  mi  meraviglio  di  non  veder  lo- 
dato e  celabrato  e  ricercato  come  si  dovrebbe,  e  che  forse 
adesso  comincerà  a  svegliare  intorno  a  se  questi  meritati 
sentimenti,  adesso  che,  come  tanti  altri  libri,  —  dopo  la  ra- 
refazione bibliopolica  prodotta  dalla  guerra,  —  è  diventato 
prezioso  e  quasi  introvabile. 

Contiene  cento  disegni  acquerellati,  di  cui  ben  qua- 
rantasette  sono  di  Filippo  Palizzi,  ventisei  del  Duclère  e 
gli  altri  dell' Altamura,  del  Mattei,  del  Martorana,  del 
Ghezzi  e  di  Nicola  Palizzi,  incisi  per  la  maggior  parte 
da  Francesco  Pisanti  ;  e  cento  scritti  illustrativi,  composti 
dal  noto    romanziere  popolare  Francesco    Mastriani   (2)r 


(1)  due  volumi,  in  8°  gr.,  il  primo  con  la  data  sul  frontespizio:  Na- 
poli, Nobile,  1853,  e  sulla  copertina,  1857  ,  e  il  secondo,  sul  fronte- 
spizio,  1858,  e  sulla  copertina,    1866. 

(2)  Si  veda  intorno  a  lui  CROCE,  La  letteratura  della  nuova  Italia 2 
(Bari,  Laterza,  1922),  IV,  313-16,  e  la  monografietta  di  GINA  AL- 
GRANATI,  Un  romanziere  popolare  a  Napoli  (Napoli,    1914). 


188  XVII. -UNA  VISIONE  DELLA  NAPOLI  BORBONICA 

dal  filologo  e  giornalista  Emmanuele  Rocco  (1),  da  Carlo 
Tito  Dalbono,  storico  fantasioso,  padre  del  pittore  (2), 
da  Giuseppe  Regaldi,  che  s' intrattenne  a  Napoli,  e  viaggiò 
le  provincie  meridionali,  ed  ebbe  ammiratori  e  amici  tra  noi; 
da  E.  Cossovich,  poeta  dialettale  e  popolare,  e  autore,  tra 
l'altro,  della  canzone  Santa  Lucia  (3)  ;  da  Luigi  Coppola, 
autore  di  strenne  e  di  un  volumetto  di  versi  //  liuto,  e 
che  poi  fu  giornalista  del  Fanfulla,  col  pseudonimo  il 
Pompiere,  e  die  vita  per  qualche  tempo  alla  parola  porri- 
pierata  (freddura)  ;  da  Achille  de  Lauzières,  anche  gior- 
nalista e  poeta  romantico,  di  cui  si  ha  una  raccolta  di 
versi  Sirio,  pubblicata  nel  1 845  ;  dal  siciliano  G.  E.  Bi- 
dera,  attore  drammatico  e  poi  scrittore;  da  Federico  Quer- 
cia, che  ho  conosciuto  vecchio,  provveditore  agli  studi 
nel  regno  d' Italia  ;  da  Giuseppe  Orgitano,  e  dal  direttore 
stesso  della  raccolta,  il  De  Bourcard. 

La  parte  letteraria  ha  quel  sentimentale  e  quell'umori- 
stico o  festevole  commisti,  con  aggiunte  considerazioni 
morali  e  sociali,  che  era  di  moda  nella  letteratura  roman- 


(1)  Le  sue  opere  filologiche  sono  conosciute,  ma  non  altrettanto  una 
piacevole  raccolta  di  brevi  suoi  Scritti  vari  (Napoli,  1 859). 

(2)  Si  veda  DE  SANCT1S,    La    letteratura    italiana  del  secolo  XIX, 
nelle  note  del  CROCE,  p.  230-31. 

(3)  Sul  mare  luccica 
l'astro  d'argento  ; 
placida  è  l'onda, 
prospero  è  il  vento. 
Venite  all'agile 
barchetta  mia  ; 
Santa  Lucia  I 
Santa  Lucia  I 

Era  nato  nel   1822,  e  non  so  in  qual  anno  morisse. 


XVII. -UNA  VISIONE  DELLA  NAPOLI  BORBONICA  189 

tica,  specialmente  napoletana.  Nondimeno,  è  ricca  d*  infor- 
mazioni, ne  vi  manca  certa  vivacità  descrittiva.  Si  legga  come 
saggio  l'articolo  su  La  caperà  (la  pettinatrice),  dovuto  alla 
penna  del  Mastriani.  Dopo  aver  dato  la  genesi  storica  del 
personaggio,  di  origine  piuttosto  recente  (perchè  succeduto 
al  parrucchiere  del  tempo  delle  parrucche),  il  Mastriani 
descrive  il  tipo  medio  di  quella  professionista,  che  il  Pa- 
lizzi  disegna  nella  pagina  a  rincontro.  "  La  caperà  è  una 
1  giovinetta  popolana,  per  lo  più  gentile  e  aggraziata... 
n  Si  chiama  ordinariamente  Luisella,  Giovannina,  Carmela; 
n  ella  veste  sempre  con  molta  nettezza  ed  anche  con  al- 
1  quanta  ricercatezza  per  il  suo  stato  :  ma  in  particolar 
n  modo  il  suo  capo  debbe  essere  una  specie  di  mostra, 
n  di  campione,  di  modello,  non  pur  per  le  donne  popo- 
n  lari,  bensì  per  quelle  di  civile  condizioni...  Egli  è  ben 
n  facile  riconoscere  la  caperà  tra  un  crocchio  di  giovani 
"  donne.  Eccola,  è  la  più  alta,  la  più  svelta,  la  più  ele- 
1  gante  ;  il  suo  capo  è  il  meglio  acconciato,  la  sua  veste 
1  la  meglio  formata,  i  suoi  piedi  i  meglio  calzati,  peroc- 
1  che  ella  non  porta  in  tutte  le  stagioni  che  gentili  sti- 
n  valetti  al  pari  di  bennata  damina.  Colle  mani  ai  fianchi, 
1  col  piede  sinistro  sporto  innanzi,  colla  testolina  lieve- 
"  mente  inclinata  di  lato,  ella  sembra  una  baiadera  in 
"  atto  di  danzare  una  cachuca.  Ella  parla  sempre,  sa  i 
1  fatti  di  tutti,  ed  in  ispezialità  in  materia  amorosa:  è  l'ora- 
1  colo  delle  sue  vicine  n. 

Ma  le  illustrazioni  grafiche  formano  la  maggiore  attrat- 
tiva del  libro,  segnatamente  quelle  del  Paiizzi.  Quale 
grazia  nelle  figure  femminili,  la  Lavandaia,  la  Impaglia- 
trice  di  sedie,  la  Nocellara,  la  Fioraia  !  Quale  brio  nel 
Banditore  di  vino,  nel  Pulizza- stivali,  nell'Oliandolo,  nello 


190  XVH. -UNA  VISIONE  DELLA  NAPOLI  BORBONICA 

Scrivano  pubblico,  nel  Ciabattino  !  Quale  senso  dramma- 
tico nelle  scene  della  Messa  votiva  e  degli  Zingari! 

Sarebbe  da  ricercare  la  storia  di  queste  illustrazioni 
grafiche  del  costume  popolare,  che  cominciarono  più  pro- 
priamente nel  Seicento,  insieme  con  la  letteratura  dialettale 
riflessa  e  burlesca,  e  che  si  tinsero  d*  idilliaco  nel  Sette- 
cento, e  di  vaghezza  e  di  pittoresco  romantico  nella  prima 
metà  neir  Ottocento.  Bel  tema,  che  addito  e  passo  oltre. 
Anche  per  Napoli  abbiamo  nel  Settecento  una  serie  di 
n  costumi  incisi  ",  di  cui  conosco  solo  fogli  sparsi,  ciascuno 
dei  quali  ha  sotto  la  figura  un  distico  o  un  motto  in  ver- 
nacolo :  dell*  Ottocento,  una  simile  pregevole  serie,  ma  in 
litografia,  fu  pubblicata  da  Gatti  e  Dura.  Tuttavia,  se 
non  m' inganno,  il  precedente  immediato  dell'opera  del  De 
Bourcard  —  precedente  che  essa  non  imita  ma  segue  con 
piena  libertà  —  è  un  libro  che  nel  1840  e  anni  seguenti 
venne  in  luce  a  Parigi:  Les  francais  peints  par  eux~mèmes, 
composto  appunto  di  articoli  di  vari  autori  e  d'illustra- 
zioni di  vari  artisti,  tra  i  primi  dei  quali  erano  il  Balzac, 
il  Nodier,  il  Janin,  il  Karr  e  tra  i  secondi  il  Grandville, 
il  Meissonier,  lo  Charlet  (1).  E  forse  un  primo  tentativo 
d' imitazione  di  questo    libro  è  il  grazioso  volumetto,  a- 

(1)  Ecco  per  intero  il  titolo  dell'edizione  da  me  posseduta:  Lesfran- 
caia  peints  par  eux-mèmes,  types  et  portraits  humoristìques  à  la  piume  et 
au  croton.  Mceurs  contemporaines.  Seguono  i  nomi  degli  scrittori  (che 
pel  primo  voi.  sono  Balzac,  Cozl&n,  Achard,  Janin,  Wey,  Soulié,  Karr, 
de  la  Bédollière,  de  Cormenin,  Nodier,  Parfait,  Ancelot,  Blaze,  Brif- 
fault,  Borei,  etc.)  e  degli  illustratori  (nel  primo  voi.,  Meissonier,  Dau- 
bigny,  J.  J.  Grandville,  Cavami,  H.  Daumier,  Charlet,  Tony  Jo- 
hannot,  Francais,  Saint-Cermain,  Pauquet,  Dauzats,  H.  Catenacci,  Ber- 
tall,  E.  Bayard.  Ad.  Marie,  etc).  Paris,  Philippart  ed.,  s.  a.,  4  voli, 
in  8°  grande.  La  prima  edizione  è  di  Paris,  Curmer  ed.,    1 840  e  segg. 


XVII. -UNA  VISIONE  DELLA  NAPOLI  BORBONICA  191 

domo  d'  incisioni  in  rame  :  Napoli  in  miniatura,  ovvero 
il  popolo  di  Napoli  e  /  suoi  costumi,  opera  di  patri  autori 
pubblicata  per  cura  di  Mariano  Lombardi  (1).  I  "  patri 
autori  B  erano:  Nicola  Castagna,  Raffaele  Colucci,  Ferdi- 
nando Petruccelli  (della  Gattina),  G.  Torelli,  G.  Vale- 
riana G.  Somma,  e  altri. 

Circa  quel  tempo,  Francesco  de  Bourcard  ideò  la  grande 
opera,  alla  quale  attese  per  molti  anni.  E  chi  era  Fran- 
cesco de  Bourcard  ?  Un  oriundo  svizzero,  nipote  del  ma- 
resciallo Emanuele  de  Bourcard,  capitano  generale  del  re- 
gno di  Napoli.  11  nonno  era  nato  a  Basilea  nel  1 744,  era 
entrato  ai  servigi  di  Francia,  e  aveva  partecipato  coi  reg- 
gimenti svizzeri  alla  guerra  dei  Sette  anni.  Nel  1 787  venne 
a  Napoli  come  ufficiale  istruttore  e  vi  rimase  stabilmente. 
Nella  spedizione  del  1798,  il  generale  De  Bourcard  oc- 
cupò Roma,  che  i  francesi  avevano  evacuata  lasciando 
presidio  in  Castel  S.  Angelo  ;  e  si  rese  famoso  per  la 
intimazione  mandata  a  quel  presidio,  in  cui  minacciava 
che  ogni  colpo  di  cannone  sparato  sulla  città  avrebbe 
costato*  la  vita  a  uno  dei  francesi  ricoverati  nell'ospedale. 
Rioccupò  con  l'esercito  napoletano  la  città  eterna  nel  set- 
tembre del  1 799,  e  vi  restò  un  anno  e  vi  accolse  il  nuovo 
papa  Pio  VII  (2). 

Il  nipote,  come  accade  nelle  famiglie  forestiere  che  si 
stabiliscono  presso  di  noi,  presto  trasformate  dall'ambiente, 
era  del  tutto  napoletano  di  sentimenti  e  di  abitudini,  e  ama- 
tore altresì  della  storia  patria,  collezionista  di  libri  e  mano- 


(1)  Napoli,  tipografia  Cannavacciuoli,    1847. 

(2)  M.  D'AYALA,    Vite  dei  più  celebri  capitani  e  soldati  napoletani, 
Napoli,  1834,  pp.  27-37. 


192  XVII. -UNA  VISIONE  DELLA  NAPOLI  BORBONICA 

scritti  e  documenti.  Morì  nel  1886  (1).  Chi  lo  conobbe 
dice  che  una  sua  idea  fìssa  era  di  difendere  il  nonno  dalla 
taccia  che  gli  storici  gli  avevano  data  per  quella  poco 
cavalleresca  e  poco  umana  intimazione  ai  francesi  di  Ca- 
stel S.  Angelo.  Vero  è  che  il  1 860  doveva  udire  V  inti- 
mazione del  Cialdini  al  generale  Fergola,  difensore  della 
cittadella  di  Messina,  concepita  in  tali  termini  da  gareg- 
giare con  quella  del  vecchio  troupier  De  Bourcard. 

Il  libro  degli  Usi  e  costumi  si  cominciò  a  pubblicare 
nel  1847  e  richiese  per  esser  condotto  a  fine  quasi 
venti  anni,  durante  i  quali  solo  la  perseverante  fermezza 
del  suo  compilatore  potè  vincere  le  difficoltà  che  venivano 
dall'  indisciplina  dei  compilatori,  artisti  e  letterati.  Il  libro 
attraversò  così  le  rivoluzioni  del  1 848-47  e  del  1 859-60, 
e  giunse  a  compimento  nel  giugno  del  1 866  (2).  Si  pos- 
sono curiosamente  osservare,  in  alcuni  punti  di  esso,  i  se- 
gni dei  rivolgimenti  accaduti.  Nella  prefazione  del  primo 
volume  si  celebrano  le  opere  di  pubblica  utilità  compiute 
n  sotto  il  regno  del  provvido  re  Ferdinando  II,  che  feli- 
cemente ne  regge  "  (p.  7).  Ma  nel  volume  secondo  (p.  228) 
il  Dalbono  accenna  che  i  Borboni  avversavano  lf  istruzione 
popolare,  perchè  (dice)  quei  sovrani  n  videro  sempre  a 
capo  dell*  istruzione  la  rivoltura  e  l'abbattimento  dei  troni  "  ; 
e  poco  più  oltre  (p.  228)  il  De  Bourcard  medesimo,  ci- 
tando la  filastrocca  infantile  :  n  Uno,  due  e  tre,  E  lu  Papa 
none  re,  E  lu  Re  non  è  papa,  E  la  vespa  non  è  apa,  ecc.", 
stima  opportuno  aggiungere  questa  nota  (che  direi  più  in- 
fantile della  filastrocca  commentata),  allusiva  alla    n  que- 


(1)  Necrologia  in  Arch.  stor.  per  leprov.nap.,  XI  (1887),  pp.  407-8. 

(2)  MARTORANA,   Scrittori  del  dialetto  napoletano,  p.   173   n. 


XVII. -UNA  VISIONE  DELLA  NAPOLI  BORBONICA  193 

stione  romana  ",  che  allora,  tra  il  1860  e  il  1870,  era  giunta 
allo  stato  acuto.  P  Questa  canzone,  che  è  antichissima, 
prova  chiaramente,  che  fin  dai  tempi  più  remoti  nel  po- 
polo napoletano  vi  era  il  sentimento  che  il  potere  tempo- 
rale non  era  per  il  Papa  n.  Nientemeno! 

Compiuta  la  laboriosa  stampa,  un  liberale  e  letterato,  l'An- 
dreoli,  ne  dava  l'annunzio  in  un  articolo  (1),  del  quale 
trascrivo  alcuni  periodi  :  "  In  Italia,  come  dappertutto,  il 
passato  se  ne  va  ;  ed  in  Italia  meno  che  per  tutto  altrove, 
e'  è  da  rimpiangerlo.  Ma  se  delle  cose  che  oggi  se  ne 
vanno  nessuna  merita  propriamente  di  esser  rimpianta,  ve 

ne  ha  di  quelle  che   meriterebbero  di  esser  ricordate 

Poco  più  oltre  che  si  fosse  indugiato,  delle  tanto  singo- 
lari costumanze  di  Napoli  non  sarebbe  rimasta  maggior 
traccia  che  di  quelle  di  molti  altri  popoli  passati  già  negli 
oscuri  domini  della  storia...  Fortunatamente  per  Napoli, 
l'amore,  l'abilità  e  la  costanza  del  De  Bourcard  l'hanno 
ormai  sottratta  a  tale  pericolo  n. 

Oggi,  a  guardare  le  figure  disegnate  pel  libro  del  De 
Bourcard  dal  Palizzi  e  dagli  altri  artisti,  par  di  vedere 
una  Napoli  fantasticamente  travestita,  una  Napoli  che  più 
non  esiste,  ma  della  quale  gli  uomini  della  mia  genera- 
zione ricordano  molti  aspetti,  nella  loro  fanciullezza  ancora 
superstiti  :  la  Napoli  degli  ultimi  anni  dei  Borboni.  Nes- 
sun'altra  rappresentazione  può  pascere,  al  pari  di  questa, 
gli  occhi  desiderosi  e  curiosi,  e  soddisfare  1*  immagina- 
zione. 

Che  se  poi  si  desiderasse  di  pascere  anche  gli  orecchi, 
consiglierei    (mi    si    consenta    la    digressione)    di  recarsi 


(1)  Ristampato  in   Cose  di  Napoli  (Roma,    1876),  pp.  55-61. 

13 


194  XVII. -UNA  VISIONE  DELLA  NAPOLI  BORBONICA 

alla  Biblioteca  Nazionale,  nella  sala  dei  manoscritti,  e 
chiedere  quello  che  porta  la  segnatura  IX.  AA.  38, 
nel  quale  un  Domenico  Palmieri,  detto  Ciccione,  "  co- 
nosciutissimo  n,  come  si  definisce,  "  da  tutta  la  famiglia 
reale  (D.  G.)  n ,  raccolse  i  n  termini  e  voci  di  tutto  quello 
che  si  vende  in  questa  bella  città  "  :  raccolta  che  lesse 
al  re  Ferdinando  II  e  alla  regina  Maria  Teresa  e  presentò 
al  ministro  Del  Carretto  e  al  marchese  de  Maio  e  al  duca 
di  San  Cesario,  e  dedicò  al  cav.  Biraghi,  tenente  colon- 
nello della  R.  Gendarmeria. 

Un  vocìo  assordante  sale  da  quelle  pagine  :  i  gridi  della 
più  varia  intonazione,  modulazione  e  acutezza  vi  s'incro- 
ciano e  si  soverchiano  l'un  l'altro.  Uh!  quant'  è  bella!  è 
oro  !  è  oro  !  —  grida  il  venditore  di  uva  bianca  ;  e  quello  che 
vende  uva  nera:  Addò  steva,  min  gi  à  chiuoppeto!  Muntagna 
benedetta  !  (1  );  e  quello  di  uva  e  fichi  :  Accòstatet  pover'om- 
mo!  So  fernute  li  guaie  tuoie!  Uva  e  fiche  a  na  pubbreca 
*o  ruotolo  (2);  e  il  venditore  di  tonno  :  Vi'  eh*  ha  fatto  u  va- 
pore! lo  turino  a  18  rana  (3);  e  quello  di  baccalà:  Mo 
jeva  pe  mare  e  mo  t*  u  magne  (4)  ;  e  uno  di  cocomeri  : 
Mmo  ( arapo  'a  casciulella  d'  *o  zuccaro!  (5);  e  uno  di 
cetrioli  novelli:  Cetrola  pe  le  vecchie  prene,  cetrola  (6); 
e  uno  di  ciambelle  di  fior  di  farina:    Vi*  che  t*  ha  fatto 


(1)  «  Dove  stava,   non  è  piovuto.  Ah,  montagna  benedetta  I  ». 

(2)  «  Avvicinati,  poveruomo  I    Sono    finite    le    tue    miserie.  Uva  e 
fichi  a  una  pubblica  il  rotolo  I  ». 

(3)  Vedi  gli  effetti  del  vapore  (della  ferrovia)!  Il  tonno  a   18   gra- 
ni ».  La  ferrovia  allora  era  recentissima, 

(4)  «  Or  ora  andava  pel  mare,  e  ora  te  Io  mangi  », 

(5)  »  Ora  t'apro  la  cassettina  dello  zucchero  ». 

(6)  «  Cetrioli  per  le  vecchie  incinte,  cetrioli  I  ». 


XVII. -UNA  VISIONE  DELLA  NAPOLI  BORBONICA  195 

a  Badessa  *e  Santa  Chiara!  Che  belle  tuortene!  (1).  In- 
tanto, la  venditrice  di  acqua  sulfurea  invita  :  Capurà,  vub 
vevere  ?  (2);  il  cocchiere,  dal  suo  veicolo,  fa  premure  e 
quasi  s' impone  al  passeggiero  :  Io  vóto,  signò  !  li  curri- 
cuti!  Io  voto!  (3);  lo  zoccolaro  offre  le  sue  lignee  cia- 
batte: U  zuccolaro  !  tengo  'e  scarpine  p*  'a  vaiassa  (4)  ; 
mentre  un  questuante  chiede,  invocando  :  San  Gaetano  ! 
Padre  d1  'a  Pruverenza  !  (5),  e  un  altro  :  Surè,  ricor- 
dammece  ddu  Priatorio.  Oggi  è  la  primmo  lunedì  du  me- 
se (6)  ;  e  una  monacella  :  Chirie  Laeson  !  Christe  aure- 
nos  !  (7)  ;  e,  talvolta,  una  voce  lugubre  :  Aggiammene 
parte  pe  ste  sante  messe!  (8).  Di  su  un  banco,  dove  si 
esibisce  un  Pulcinella,  alla  gente  che  si  è  affollata  intorno 
uno  scienziato  favella  in  lingua  aulica:  Signori,  il  diver- 
timento non  e  il  Pulcinella.  Sono  queste  (mostrando  le 
dita).  Qualunque  avesse  mal  di  dente,  mola  guasta,  io  non 
uso  ferri,  le  sole  dita,  fatevi  avanti,  non  avete  timori,  qui 
esiste  il  celebre  Buccalino  ! — Sono  centinaia  e  centinaia  di 
simili  voci,  che  sembrano  compiere  con  l'opera  del  fono- 
grafo il  cinematografo  offerto  dal  De  Bourcard. 


(1)  «  Vedi  che  cosa  ha  saputo  fare    la    badessa   di    Santa   Chiara! 
Che  belle  ciambelle  I  ». 

(2)  «  Caporale,  vuoi  bere  ?  ». 

(3)  «  Io  volto  (il  cavallo),  signore,  ecco  il  carrozzino,  io  volto!  ». 

(4)  «  Lo  zoccolaio  !  Ho  gli  scarpini  per  la  serva  !  ». 

(5)  «S.  Gaetano!  Padre  della  Provvidenza!». 

(6)  «  Sorelle,  ricordatevi    del    Purgatorio.  Oggi    è    il   primo    lunedì 
del  mese  ». 

(7)  «  Kirie  eleison,  exaudi  nos  !  ». 

(8)  «  Date  la  vostra  parte  per  le  sante  messe  »    (pei    condannati  a 
morte,  che  si  giustiziavano  in  quel  giorno). 


196  XVII.  -  UNA  VISIONE  DELLA  NAPOLI  BORBONICA 

Tornando  al  quale,  dirò  che,  giorni  addietro,  riaprendo 
il  suo  libro,  mi  dette  nell'occhio  l'antica  canzone  del  Guar- 
racino, che  vi  è  riferita  per  intero;  e  mi  fermai  a  rileg- 
gerla, e,  rileggendola,  dicevo  tra  me  e  me  che  è  vera- 
mente una  singolare  fantasia,  capricciosa  e  graziosa,  di  un 
brio  indiavolato. 

Lu  guarracino  (  1  ),  che  ieva  pe  mare, 

le  venne  voglia  de  se  nzorare  (2)  ; 

se  facette  no  bello  vestito 

de  scarde  de  spine  pulito  pulito, 

cu  na  perucca  tutta  'ngrifata  (3), 

de  ziarelle  (4)  imbrasciolata  (5); 

co  lo  sciabò,   scolla  e  puzine  , 

de  pónte  angrese  (6)  fine  fine. 

Il  poeta  continua  ad  abbigliare  e  a  ornare  il  suo  pro- 
tagonista con  le  più  diverse  materie  e  oggetti  che  il  mare 
offre  ;  e,  così  abbigliato  e  adornato,  lo  mette  in  azione  : 

Tutto  pòseme  e  steratiello  (7), 
ieva  facenno  lo  sbafantiello  (8), 
e  gerava  da  ccà  e  da  Uà 
la  nnamurata  pe  se  trova. 

Finche,  a  un  balcone,  il  guarracino  scorge  la  sardella, 
che  proprio  in  quel  tempo  ha  congedato  il  suo  innamorato, 

(1)  RYanthias  sacer  :  pesce  che  (per  quel  che  trovo  nei  dizionari) 
si  chiama  in  italiano  frate. 

(2)  Prender  moglie. 

(3)  Arricciata. 

(4)  Nastri. 

(5)  Ravvolta. 

(6)  Polsini,  con  punte  inglesi. 

(7)  Inamidato  e  stirato. 

(8)  Spacconcello. 


XVII.  -  UNA  VISIONE  DELLA  NAPOLI  BORBONICA  197 

dal  quale  non  riceveva  mai  doni.  Il  nuovo  galante  è  su- 
bito preso  dalla  bella  pesciolina,  e  si  rivolge  a  una  vecchia 
mezzana,  a  un' aiosa  o  cheppia,  che  pronta  va  a  portare 
l' imbasciata.  Notate  il  pudore  della  giovinetta  sardella  :  si 
fa  rossa  alla  richiesta,  e  tanto  si  turba  e  si  smarrisce  per 
vergogna,  Tinnocentina,  che  si  ficca  sotto  uno  scoglio: 

La  sardella,  neh*  a  sentette, 
rossa  rossa  se  facette  ; 
pe  lo  scuorno  che  se  pigliale, 
sotto  a  nu  scuoglie  se  mpizzaie. 
Ma  la  vecchia  de  vava  Aiosa 
subeto  disse  :  —  Ah  schefenzosa  !  (1) 
De  sta  manera  non  truove  partite, 
ncanna  (2)  te  resta  lo  marito  I 

Alle  quali  parole  la  pudica  e  ritrosa  sardella  si  ricom- 
pone e  porge  ascolto;  senonchè  la  patella,  che  ha  spiato 
e  udito,  indignata  di  tanta  leggerezza,  avvisa  dell*  acca- 
duto 1*  antico  innamorato.  Questi  si  arma  di  tutto  punto, 
accorre,  sfida  il  guarracino;  tutti  i  pesci,  parenti  e  amici, 
parteggiano  per  l'uno  o  l'altro  dei  rivali,  si  dividono  in  due 
immense  schiere,  e,  nel  fondo  del  mare,  s'  accende  una 
grande  battaglia.  La  rassegna  che  il  poeta  fa  dei  pesci,  di 
tutte  le  forme  e  grandezze,  che  partecipano  alla  battaglia, 
e  dei  colpi  che  si  scambiano  di  tutte  le  armi,  dalle  pie- 
tre ai  cannoni,  è  vertiginosa,  è  un  crescendo  di  moto  : 

Capitune,  saure  e  anguille, 
pisce  gruosse  e  peccerille, 
d'ogni  ceto  e  nazione, 
tantille,  tante,  cchiù  tante  e  tantone  I 


(1)  Schinltosa. 

(2)  In  gola. 


198  XVII.  -UNA  VISIONE  DELLA  NAPOLI  BORBONICA 

Quante  bòtte,  mamma  mia  I 
che  se  dévano,  arrasso  sia  I 
A  centenare  le  varrate!  (1) 
a  meliune  le  petrate  I 

Muorze  e  pizzeche  a  beliune  1 
a  deluvie  le  secozzune  I 
Nun  ve  dico  che  bivo  fuoco 
se  faceva  per  ogni  luoco  I 
Ttè,  ttè,  ttè,  ccà  pistulate! 
Ttà,  ttà,  ttà,  Uà  scoppettatel 
Ttù,  ttù,  ttù,  cca  li  pistune  I 
Bù,  bù,  bù,  Uà  li  cannune  ! 

Ma,  giunto  al  più  alto  del  climax,  che  cosa  succede  ? 
Niente.  Come  finisce  ?  Non  si  sa.  Il  poeta,  che  ha  comin- 
ciato a  inventare  una  storia,  e  a  svolgerla  e  a  lumeggiarla, 
così,  per  capriccio,  senza  sapere  dove  andasse  a  parare, 
a  questo  punto  s' interrompe  :   il  suo  giuoco  è  terminato: 

Ma  de  canta  so  già  stracquato  (2), 

e  me  manca  mo  lo  sciato  (3)  ; 

sicché  dateme  licenzia, 

graziosa  e  bella  audienzia, 

nzi  che  sorchia  (4)  na  meza  de  seie  (5) 

co  salute  de  luie  e  de  leie  ; 

ca  se  secca  lo  cannarone  (6) 

sbacantannose  lo  premmone  (7). 

Chi  compose  questi  versi?    e  in  qual  tempo  ?  e  1*  in- 


(1)  Mazzate 

(2)  Stracco. 

(3)  Fiato. 

(4)  Sorbisca,  beva. 

(5)  Misura  di  vino. 

(6)  Gola. 

(7)  Vuotandosi  il  polmone. 


XVII. -UNA  VISIONE  DELLA  NAPOLI  BORBONICA  199 

venzione  ne  è  nuova  o  ha  precedenti?  A  me  non  pare 
che  la  canzone  possa  risalire  più  in  su  della  seconda  metà 
del  settecento;  ma  colgo  ancora  una  volta  l'occasione  per 
esortare  i  giovani  studiosi  a  compiere  indagini  sulle  anti- 
che canzoni  e  storie  popolari  napoletane. 


XVIII. 

VERSI  DI  UN  PASTORE  ABRUZZESE 

Ho  dato  altrove  notizia  (1)  della  vita  e  dei  versi  det 
pastore  abruzzese,  Cesidio  Gentile,  nato  in  Pescasseroli 
nel  1847  e  morto  per  una  caduta  da  cavallo,  nel  1914, 
nel  condurre,  come  aveva  fatto  tutta  la  sua  vita,  le  greggi 
in  Puglia  (2).  Ma  mi .  piace  dai  suoi  manoscritti  togliere 


(1)  Si  veda  la  mia  monografietta  storica  su  Pescasseroli  (Bari,  La- 
terza, 1922),  PP.  58-68. 

(2)  Innanzi  a  uno  dei  suoi  quaderni  trovo  il  seguente  cenno  auto- 
biografico :  «  Nacqui  a  Pescasseroli  addì  28  giugno  1847.  Crebbi  colmo 
di  miseria  e  nella  ignoranza,  a  motivo  che  a  quei  tempi  scole  elemen- 
tari non  esistevano,  e  alla  scola  privata  mio  padre  non  ebbe  il  potere 
a  mandarmi.  Era  un  misero  pastore;  si  guadambiava  uno  anno  docati 
trenta  di  moneta  napolitana,  pari  a  lire  centoventisette  e  cinquanta,  e 
con  quello  misero  stipendo  doveva  alimentare  tre  figli  e  sua  moglie. 
Dunque,  si  viveva  a  forza  di  economia.  Di  otto  anni  mi  portai  al  bosco 
Pianella  a  pasturare  le  pecore,  unito  a  lui.  Nella  capanna  dei  pastori 
mi  imparai  a  conoscere  le  lettere  dell'alfabeto,  e  per  istinto  di  natura 
ebbi  un  bel  gusto  di  ascoltar  le  storielle  popolari  scritte  in  ottave  :  i 
racconti  cavallereschi  della  «Tavola  rotonda  mi  davano  molto  a  pensare. 
E,  così,  nella  mia  idea,  a  pena  cominciai  a  scrivere,  scriveva  versi  ispi- 
rati dalla  mia  fantasia.  Al  1660  scrissi  varie  canzoni  in  onore  di  Giu- 
seppe Garibaldi  e  all'  Italia  redenta.  Nel  corso  della  mia  gioventù  scrissi 
il  Canzoniere  del  bosco;  satirizzai  tutte  le  donne  della  mia  patria;  scrissi 
il  dialogo  satirico  molto  buffo  scritto  sullo  stile  del  Giusti,  quartine. 
Pendente  al   1679,  scrissi  un  poema    della    Storia  dei  Marsi,   1531    ot- 


XVIII.  -  VERSI  DI  UN  PASTORE  ABRUZZESE      _         201 

ancora  due  brani,  che  si  leggeranno  non  senza  curiosità, 
perchè  assai  caratteristici. 

Il  primo  appartiene  a  una  lunga  storia  nella  quale  l'Om- 
bra di  un  brigante  —  di  un  brigante  del  periodo  napo- 
leonico, Peppe  Cocco  di  Scanno,  —  racconta  la  vita  e  la 
morte  di  costui,  e  in  particolare  1*  impresa  compiuta  con  la 
banda  del  Ventresca,  quando  piombarono  su  Gioia  dei 
Marsi.  Trascrivo  per  Fappunto  la  narrazione  dell'  eccidio 
di  Gioia,  brigantesca  anche  nel  ritmo. 


tave;  lo  diedi  al  cavaliere  Alesio,  che  me  lo  doveva  correggere,  e  in 
quella  casa  è  rimasto  sepolto.  Al  1890  scrissi  la  Strenna  del  bosco, 
poesie  varie  a  vario  stile  ;  al  1 897  scrissi  la  Corneide  e  Y  Apparizione 
di  un  novo  santuario  ;  al  1 898  scrissi  la  Siringa  pastorale  ossia  il  Como 
di  Zapponeta,  dialogo  di  tre  pastori,  e  il  lamento  del  pastore  pugliese, 
Scrissi  il  Sogno  sul  monte  Palombo,  l'Apparizione  del  dio  Egipano.  Al 
1902,  il  Sogno  sul  monte  Rottella,  opera  buffa  ;  il  Modo  di  vivere  a 
Pescasseroli  ;  Y Ombra  del  Cavaliere  al  suo  nipote,  che  tratta  lo  stesso 
argomento;  sull'egire  a  Pescasseroli,  la  Forza  del  Leone,  la  Forza  del 
Tricorno,  la  Superbia  del  mulo  il  Toro  della  'Dea  Cimbola  e  il  Mon- 
tanello di  Plistia  ;  la  raccolta  dei  brindisi;  un  Sermone  sul  monte  Arga- 
tone  con  un  pastore  di  Scanno;  lo  Uccellino  e  l'agnello,  poesie  morali, 
V Istoria  del  tempo  presente,  Y  Istoria  dei  dodici  mesi,  scritta  a  poesie  varie, 
ottave,  quartine  e  sciolti,  Ylstoria  dell'Incoronata  di  Foggia,  nuova  edi- 
zione ;  l'ultima  opera,  il  Dialogo  delle  due  comari.  AI  1908  scrissi 
Y  Ultimo  crollo  delle  mie  sventure,  la  Tempesta,  Y Avversa  sorte  e  il  Sogn9 
a.  Ferroglio. 

«  Al  1903  rinnovai  il  gran  poema  della  Istoria  dei  Marsi,  intitolato 
Leggende  morsicane,  scrissi  le  Poesie  boscarecce,  le  diedi  a  correggere,  e 
tutto  ho  perduto. 

»  Ora,  vecchio  sessagenario,  rammento  tutto  il  mio  passato;  ricordo 
quei  bei  versi  che  cantò  (cantai).  In  vita  mia  ho  scritto  oltre  a  cen- 
tomila versi,  ma  tutti  mi  furono  dispersi.  Ora,  con  l'aiuto  della  musa 
Urania,  spero  di  scrivere  le  Boscarecce  ». 


202 


XVIII.  -  VERSI  DI  UN  PASTORE  ABRUZZESE 


A  Gioia  il  mattino, 
feroci  ed  armati, 
stavamo  schierati 
da  sopra  alla  torre. 

Svegliandosi  a  Gioia, 
vedendo  i  briganti, 
chiamorno  i  lor  santi, 
Vincenzo  e  Nicola. 

Sonarno  a  distesa 
le  loro  campane, 
con  l'arme  alla  mano 
uscirno  ver  noi. 

Vedendo  i  Gioiesi 
sì  forti  ed  arditi, 
a  dieci  banditi 
io  dissi  :  - —  Sparate  ! 

Sparate  per  aria, 
sol  fate  rumore  ; 
vediamo  se  han  cuore 
più  'nanti  venir.  — 

Sentendo  quei  colpi, 
le  spalle  voltorno, 
e  tutti  tornorno 
da  dentro  alle  mura. 

De  Iorio  gridava  ; 
—  Coraggio  I  Son  ladri. 
L'onore  dei  padri, 
Gioiesi,  dov'  è  ? 


Noi  siamo  nipoti 
del  fiero  Odocaro  (1), 
che  su  Montagnaro 
faceva  tremar.  — 

Il  dire  dell'  Iorio 
non  fu  ascoltato  ; 
han  l'arme  lassato, 
tornorno  a  lor  case. 

Vedendosi  i  ricchi 
dai  pover  lassati, 
pur  essi  scornati 
tornorno  ai  palazzi  : 

dicendo  fra  essi  : 

—  Chi  picchia  alle  porte, 
daremo  la  morte 

con  l'arme  da  foco.  — 

Con  questo  pensiero 
De  Iorio  si  chiuse  ; 
il  popol  confuso 
il  campo  lassò. 

Frammezzo  al  tumulto 
del  popol  gioiese, 
un  grido  s*  intese  : 

—  Evviva  Ventresca  ! 

Sentendo  quel  grido, 
alzò  (2)  la  bandiera; 
non  rossa  né  nera, 
ma  bianca  la  alzò  (3)  ; 


< 


(1)  Un  barone  medievale. 

(2)  Cioè  «  alzai  »:  la  terza  persona  del  verbo  in  luogo  della  prima 
è  frequente  nei  parlari  meridionali. 

(3)  Alzai. 


XVIU.-  VERSI  UN  PASTORE  ABRUZZESE 


203* 


gridando  :  —  O  Gioiesi, 
se  a  voi  non  dispiace, 
vogliamo  far  pace, 
da  veri  fratelli. 

Non  siamo  francesi, 
noi  siamo  italiani, 
e  siamo  cristiani, 
migliori  di  vo\ 

Per  strano  capriccio 
del  gran  Naplione  (1) 
ne  ha  scritti  ladroni, 
ma  vero  non  è. 

A  quello  mio  dire 
il  popol  gioiese 
a  grida  distese  : 

—  Evviva  !  —  gridò. 

—  Evviva  Ventresca, 
con  Peppo  e  Panetta, 
e  sia  benedetta 

la  loro  umiltà  I  — 

I  soli  signori 
restorno  rinchiusi, 
ma  molto  confusi 
dal  tanto  gridar. 

Ed  io  con  bandiera 
andai  per  le  porte, 
gridando  più  forte  ; 

—  Aprite,  o  signor  ! 


Noi  siamo  di  cuore 
umile  e  benegno  ; 
può  dirlo  Bisegno  (2) 
il  nostro  operar.  — 

E  tanto  ne  dissi 
al  sior  Mascitello, 
che  al  mio  tranello, 
sorpreso,  mi  aprì. 

Uscì  all'aperto, 
ci  diede  la  mano  ; 
io,  Giuda  cristiano, 
col  bacio  il  tradi*. 

Per  tutti  i  palazzi 
portai  quel  signore  ; 
parlai  con  vigore 
e  tutti  ci  aprir. 

Fu  fatta  la  pace 

in  casa  Lattanzo  ; 

fu  fatto  un  gran  pranzo» 

noi  tutti  mangiammo. 

Al  dar  delle  frutta 
prendemmo  il  pugnale  ; 
di  tutto  quel  male 
l'autor  io  ne   fu*  ! 

Ventuno  signori 
restorno  ammazzati, 
da  noi  pugnalati 
con  barbaro  cuor. 


(1)  Allude  alla  grande  persecuzione  di  briganti  che  si  fece    sotto 
governo  dei  re  francesi. 

(2)  Bisegna,  altro  comune  della  Marsica. 


204  XVIII.  -  VERSI  DI  UN  PASTORE  ABRUZZESE 

Poi,  dopo  il  misfatto,  Facemmo  al  saccheggio 

(rugammo  le  case,  un  grande  tesoro; 

tagliando   li  nasi  d'argento  con  Toro 

e  le  orecchie  alle  donne.  carcammo  due  mule. 

Da  sette  donzelle  E  Gioia  rimase 

e  nove  matrone  dolente  ed  afflitto  ; 

avirno  corone  pel  nostro  delitto 

in  ciel  del  martirio.  il  bando  buttò. 

Il  popol  di  Gioia  E  l'Angel  d'Egitto 

rimase  avvilito,  lo  prese  con  fretta  ; 

mostrandoci  a  dito  e  a  far  la  vendetta 

al  Dio  punitor.  non  molto  tardò  I 

L'altro  brano  è  di  un  poemetto,  del  quale  anche  ho  dato 
cenno,  una  sorta  di  egloga,  in  cui  tre  pastori  abruzzesi, 
uno  di  Scanno,  l'altro  di  Lecce  dei  Marsi  e  il  terzo  di 
Pescasseroli,  stando  colle  greggi  in  Puglia,  discorrono  tra 
loro  delle  faccende  dei  loro  rispettivi  paesi  e  delle  fac- 
cende domestiche,  e  infine  si  leggono  le  lettere  ricevute 
dalle  loro  mogli  e  le  risposte  da  ciascuno  di  essi  inviate. 
Trascrivo  a  saggio  la  lettera  e  la  risposta  del  pastore  di 
Scanno  : 

Così  dicendo,  prese  il  portafoglio 
dalla  saccoccia  dello  pelliccione  ; 
cacciò  da  una  galoppa  (1)  scritto  un  foglio, 
a  caratter  ritondo  e  bel  sermone  ; 
dicendo  :  —  Questo  scritto  di  mia  moglie 
osservatelo  ben  con  attenzione  : 
scritto  da  donna,  in  dialetto  scannese, 
franche  parole  all'uso  del  paese. 


(1)  Enoeloppe,  busta. 


XVIII.  -  VERSI  DI  UN  PASTORE  ABRUZZESE  205 

«  Al  venti  aprile  mille  e  ottocento 
novantasette.  —  Amato  mio  consorte, 
rispondo  alla  tua  lettra  prestamente, 
che  quella  mi  recai  (1)  molto  conforto. 
Ti  dico  che  mi  trovo  al  godimento 
unito  al  figlio,  e  vostro  padre  è  morto; 
son  quattro  giorni,  che  Dio  l'abbia  in   gloria  : 
sta  in  Paradiso  e  più  non  fo  memoria. 

«  Ma  quella  strega  di  vostra  sorella 
mi  venne  dentro  casa  a  cimentare  (2)  ; 
per  forza  mi  riprese  la  cotrella  (3), 
disse  che  il  padre  a  sé  l'ebbe  a  donare. 
Io  presi  con  due  mani  la  palella, 
ci  diedi  in  capo,  il  sangue  ci  ebbi  a  fare  ; 
e  lei  se  ne  fuggì  con  gran  paura, 
col  capo  rotto,  verso  la  Pretura. 

«  E  quel  pretore,  che  è  nostro  compare, 

ci  disse  :  —  Sì,  ti  prendo  la  querela  ;  — 

poi  pel  servente  mi  fece  avvisare, 

mi  fé'  sapere  che  ci  andassi  iela  (4)  ; 

e  iela  in  casa  1'  andiedi  a  trovare, 

e  m'ebbe  a  dir  :  —  Non  essere  crudele  — 

A  dire  m'  ebbe  1*  empio  Pretore  : 

—  Se  carcere  non  voi,  donami  il  core.  — 

«  Io  biastemo  la  sorte  scellerata 

e  la  natura  che  mi  fé'  sì  bella. 

Pensa  che,  quando  passo  per  la  strada, 

tutti  mi  vonno  toccar  la  gonnella. 

Ieri  con  don  Gaetan  m'ebbi  incontrato» 


(1)  Recò. 

(2)  A  vessare. 

(3)  Coltre. 

(4)  In  dialetto  scannese  :   «  subito  ». 


206  XVIII.  -  VERSI  DI  UN  PASTORE  ABRUZZESE 

dicendomi  :  —  Carissima  Annarella, 
scrivi  al  marito  tuo,  mandagli  a  dire, 
che  nel  ritorno  a  me  deve  servire. 

«  Gli  fo  guardare  una  morra  ventresca 
e  lo  mando  allo  iacci  (1)  di  Sparviero; 
e  là  si  mangia  la  ricotta  fresca  : 
a  Scanno  poi  venir  può  qualche  sera. 
Combineremo  un  ballo  alla  sillesca  (2), 
spero  che  non  ci  venga  l'ombra  nera  (3).  — 
Più  d'una  cosa  egli  m'avrebbe  detto, 
ma  e  interruppe  Ettore  Paletta. 

«  Ti  fo  sapere  che  ho  finito  il  grano, 
mandami  a  dire  come  devo  fare. 
Se  io  vado  a  cercarlo  a  don  Gaetano, 
certo  che  me  lo  dà  senza  denaro  ; 
ma  quello  stringer  mi  vorria  la  mano, 
e  qualche  bacio  pur  mi  vorria  dare  ; 
ed  io,  per  non  essere  baciata, 
sto  più  contenta  di  starmi  affamata. 

«  Ma  quando  penso  a  quel  nostro  bambino, 
che  chiede  il  pane,  mi  si  schianta  il  core  ; 
dunque,  mandate  a  me  qualche  quattrino, 
o  avvisate  qualche  creditore. 
Ho  da  pagar  sei  litri  di  vino, 
quattro  chili  di  carne  :  oh  che  dolore  I 
La  gallina  si  è  morta,  non  ho  un  ovo  ; 
a  colmo  di  miseria  mi  ritrovo  ». 


(1)  Iacci  o  giacci,  luogo  in  cui  giacciono  i  pastori,  stazzo. 

(2)  Un  signor  Siila  di  Scanno,  che  teneva  orge  in  casa  sua. 

(3)  Il  demonio   che,    secondo    la    tradizione,    comparve    in    uno    di 
-quei  balli. 


XVIII.  -  VERSI  DI  UN  PASTORE  ABRUZZESE  207 

Letta  ai  compagni  questa  lettera,  il  pastore  di  Scanno 
soggiunge  : 

Della  risposta  mia  poco  v'  importa, 
ed  io  per  ora  dir  non  ve  la  voglio  : 
sol  vi  dirò  che  questa  mia  consorte 
non  meritava  d'essere  mia  moglie. 
Avrebbe  meritato  miglior  sorte, 
non  un  pastor  che  al  iacci  di  Ferroglio 
sta  quattro  mesi  e  nella  Puglia  otto, 
e  ha  dormito  con  lei  sol  trenta  notti  ! 

Ma  poi,  udite  le  lettere  dirette  ai  compagni,  legge  anche 
la  sua  risposta  : 

«  Al  trenta  aprile  l'amato  consorte 
a  te  risponde  con  molto  dolore. 
Tu  mi  dicesti  che  mio  padre  è  morto, 
ed  io  l'  ho  pianto,  il  mio  buon  genitore  ; 
ma  dentro  il  petto  il  cuor  mi  batte  forte, 
quando  ripenso  al  mio  compar  pretore  ; 
ma  dell'  affare  della  mia  sorella 
la  devi  compatir,  cara  Annarella. 

«  Quando  morì  tuo  padre,  a  tuo  fratello 
tutte  le  cose  ci  andasti  a  spartire  ; 
voi  siete  fatte  tutte  d'un  modello, 
per  questo  la  dovevi  compatire. 
A  me  soltanto  dispiace  quello, 
che  il  compare  s*  ha  preso  tanto  ardire  ; 
ma  io  mando  a  Bisegno  San  Giovanni, 
ce  la  farò  pagar,  se  torno  a  Scanno. 

«  Ma  tu  potevi  otturarli  la  bocca 
col  dirli  :  —  Io  non  sono  una  ciaciacca 
son  donna  onesta,  non  son  donna  sciocca 
se  tauro  tu  sei,  non  sono  io  vacca  ; 


208  XVIII.  -  VERSI  DI  UN  PASTORE  ABRUZZESE 

tu  non  ci  beverai  alla  mia  brocca, 
che  per  piegarmi  non  son  tanto  fiacca  : 
ma  di  quel  che  m'  hai  detto,  o  mio  compare, 
il  mio  marito  te  Io  fa  pagare.  — 

«  E  potevi  risponde'  a  don  Gaetano  : 

—  Il  mio  marito  tiene  un  bravo  posto  ; 
non  tiene  voglia  a  mangiare  il  tuo  pane, 
perchè   li  sembra  che  1'  è  troppo  tosto. 
Tu  sei  un  uomo  di  tipo  africano, 

tu  devi  star  da  me  sempre  discosto  ; 

potete  fare  il  ballo  alla  sillesca, 

con  quelle  donne  che  ci  fai  la  tresca.  — 

A  quell'eroe  troian  (1)  potevi  dire: 

—  Ti  credi  tu  che  sei  stato  a  Barletta  ? 
Per  quel  nome  ti  prendi  tanto  ardire  : 
Zoraida  non  son  io,  che  sono  Annetta. 
Sol  d'una   cosa  ti  voglio  avvertire, 

che  il  cognome  mio  non  è  Paletta, 

ma  il  cognome  tuo  in  tutta  Italia 

si  sa  che  è  decorato  in  Cornovaglia.  — 

«  Quando  ci  penso  che  non  hai  più  grano, 
mi  metto  a  piange'  da  sera  a  mattina  ; 
t'ebbi  a  lassare  due  sacchi  di  grano, 
un  di  granone  e  quattro  di  farina  ; 
senza  parlare  poi  delle  patane, 
erano  sacchi  più  d'una  decina  ; 
e  le  reveglie  erano  ben  due  coppe  : 
cara  consorte  mia,  V  è  un  po'  troppo  ! 

Quando  ci  penso,  mi  strappo  le  mani; 
non  far  portarmi  a  spasso  alle  vicine  ; 
temo  che  qualche  tomolo  di  grano 
te  1'  hai  cangiato  con  *n  baril  di  vino  ; 


(1)  Ettore,  confuso  più  oltre  con  Ettore  Fieramosca.  Allude  all'Et- 
tore Paletta,  di  cui  nella  lettera, 


XVIII.  -  VERSI  DI  UN  PASTORE  ABRUZZESE  209 

a  finirlo  sì  presto  è  molto  strano, 
ti  sei  accordata  con  le  tue  cugine; 
avete  fatto  spesso  un  bel  convito 
senza  pensare  al  vostro  buon  marito. 

«  Ed  io  pensando  a  te  sera  e  mattina, 
massimamente  quando  il  ciel  s*  imbruna, 
faccio  una  prece  all'  Eccelsa  Regina 
che  non  ti  faccia  mancar  cosa  alcuna. 
Meno  la  vita  mia  così  tapina, 
mi  lagno  spesso  della  mia  fortuna, 
che  devo  star  da  te  tanto  lontano, 
tu  negli  Abbruzzi  ed  io  nel  culto  piano. 

«  Fatemi  almeno  il  cuore  aver  contento, 
fa*  che  nessun  con  te  si  dorma  accanto, 
ed  io,  pascolando  il  bianco  armento, 
sempre  all'amore  tuo  vado  pensando. 
Cara  consorte,  mettici  il  talento, 
cerca  d'avere  d'onestate  il  vanto  ; 
rinnova  la  fedel  moglie  d*  Ulisse, 
come  il  poeta  a  noi  ce  la  descrisse  ». 

C  è,  in  queste  lettere  e  nelle  altre  che  tralascio,  la 
vita  quotidiana,  la  psicologia,  e  anche  la  filosofìa  pratica 
e  morale,  dei  pastori  abruzzesi  ;  ne  vi  manca  affettuosità 
e,  direi,  poesia  di  sentimenti.  Con  quel  ricordo  di  Ulisse 
e  della  sua  Penelope  il  poeta  pastore  ha  voluto  far  pompa 
delle  sue  letture  ;  ma  anche  il  frequente  richiamo  a  esempì 
storici,  poetici  e  leggendari  appartiene  alla  psicologia  dei 
popolani  istruiti. 


14 


XIX. 

■  COURTE  ET  BONNE ■ 

In  un  fascio  di  parecchi  romanzi  francesi,  che  ho  com- 
perati teste  da  un  rivenditore,  e*  è  il  libro  di  Marie  Co- 
lombier  dal  titolo  Courte  et  bonne  :  libro  senza  data,  ma 
che  dovette  essere  stampato  nel   1888,  o  lì  intorno    (1). 

Marie  Colombier,  come  alcuni  forse  ricordano,  era  un'at- 
trice francese,  amica  dapprima  di  Sarah  Bernhardt,  con 
la  quale  fece  un  giro  in  America,  che  descrisse  nel  Vo- 
yage  de  Sarah  Bernhardt  en  Amérique  (1881),  di  poi 
acerrima  nemica  a  segno  che  le  lanciò  contro  un  libello, 
Mémoires  de  Sarah  IBarnum  (1884),  e  ne  ebbe  un  pro- 
cesso e  una  condanna  per  oltraggio  ai  buoni  costumi.  Fu 
autrice  di  parecchi  altri  volumi,  che  non  so  se  siano  ro- 
manzi d'invenzione  o  (al  pari  di  questo  Courte  et  borine), 
sotto  specie  di  romanzo,  racconti  di  casi  reali,  appena  va- 
riati nei  nomi  dei  personaggi  e  in  qualche  circostanza. 

L*  eroe  del  libro  di  cui  discorro  —  colui  che  soleva  ri- 
petere che  la  vita  dev'  essere  "  courte  et  bonne  "  —  è  de- 
signato come  !  Alberto  Caraccio  ",  e  si  chiamava  al  mondo 
Alberto  Caracciolo  di  Melissano. 

Altre  tracce  letterarie  delle  avventure  di  questo  gen- 


(1)  Paris,  C.  Marpon  et  E.  Flammarion,   ed. 


XIX.  -  «  COURTE  ET  BONNE  »  21  ! 

tiluomo  napoletano  si  troveranno  certamente  in  altri  scritti 
francesi,  specialmente  in  giornali  del  tempo.  In  italiano, 
una  sorta  di  supplemento  al  racconto  della  Colombier  è 
nel  libro  di  Lorenzo  Salazar,  Montecarlo  elegante  (  I  ),  che 
reca  parecchi  curiosi  episodi  della  vita  del  Melissano. 

Perchè  mai  l'interessamento,  di  cui  questi  scritti  fanno 
prova,  per  un  uomo  che  fu,  come  si  dice,  un  viveur,  un 
semplice  goditore  e  giocatore,  prima  straordinariamente 
fortunato,  poi  a  un  tratto  perseguitato  dalla  disdetta,  e 
che,  seguendo  fino  in  fondo  la  logica  del  suo  modo  di 
vita,  si  fece  saltare   le  cervella  ? 

Perchè  ogni  opera  che  sia  vigorosamente  eseguita,  ogni 
professione  che  sia  esercitata  in  modo  eccellente,  compresa 
quella  del  goditore  e  giocatore,  richiede  abilità  o  n  virtù  " 
{ingegnosità,  spirito,  freddezza,  risolutezza,  persistenza,  co- 
raggio), e  suscita  l'ammirazione  dei  minori  '  untorelli  " , 
di  coloro  che  aspirano  allo  stesso  modo  di  vita,  e  cer- 
cano e  vagheggiano  i  modelli  loro  confacenti,  e  i  loro 
eroi,  così  come  i  seguaci  di  più  degni  ideali  li  cercano 
nei  poeti  e  negli  uomini  di  Plutarco.  C*è  un  intero  Plu- 
tarco a  rovescio,  segnatamente  nella  letteratura  francese  o 
parigina  che  si  dica,  composto  di  biografie  ed  autobio- 
grafie di  giocatori,  di  avventurieri,  di  cortigiane,  un  Plu- 
tarco amorale,  al  quale,  non  potendo  noi  dare  l'ammira- 
zione, non  dovremmo  tuttavia  negare  qualche  attenzione, 
Y  attenzione  che  dall'  uomo  si  deve  a  tutto  ciò  che  è 
umano. 

D*  altra  parte,  il  filosofo  non  può  del   tutto  trascurare 


(1)  Milano,  Galli,    1893. 


212  XIX.  -  «  COURTE  ET  BONNE  » 

(come  si  suole  per  falso  pudore)  questa  sorta  di   perso- 
naggi e  la  loro  specifica  psicologia,  perchè,  nel  prendere 
a  considerare,  com*  è  suo  dovere,    quel    che    in   filosofia 
si  denomina  il  momento  puramente  economico  o  indivi- 
dualistico o  egotistico  dell'operare  umano,  non  pretenderà 
di  trovarne  i  rappresentanti  tipici  tra  gli  apostoli  e  i  santi, 
ma  dovrà  cercarli,  per  l'appunto,  tra  la  gente  senza  scrupoli. 
In  questo  caso  particolare,  inoltre,  al  curioso  di  storia  na- 
poletana piacerà  conoscere  le  avventure  di  un  personaggio, 
come  il  Melissano,  che  era  molto  noto  nella  società  ari- 
stocratica napoletana  tra  il   1 870  e  il   1 880,  e  di  cui  gli 
accade  di  vedere  macchiette  e  caricature  negli  albi  che 
allora  si  usava  disegnare  dei  rappresentanti  di  quella  società 
e  che  ancora  si  serbano  in  parecchie  case.  Una  società, 
che  ora  è  quasi  finita,  non  solo  perchè  coloro  che  ne  fe- 
cero parte  sono,  ora,  quasi    tutti  morti  e  i  rari  sopravvi- 
venti paiono  ombre  di  sé  stessi,  ma  perchè  è  finita  la  classe 
sociale  dalla  quale  era  formata.  Dove  è  ora  più  a  Napoli 
un*  aristocrazia,  quale  ancora  sopravanzava  cinquant'  anni 
or  sono,  ultima  rappresentante  della    vecchia   aristocrazia 
dei  tempi  viceregnali  e  borbonici  ?  Perfino  i  giocatori,  i 
dissoluti,  gli  avventurieri,  che  sorgevano  da  essa,  avevano 
un'  impronta  di  gentiluomini  e  di  gran   signori,    che   ora 
non  si  ritrova  più.  La  cosiddetta    n  buona   società  n    ha, 
ora,  tutt'  altra  composizione  e  carattere;  e  chi  ha  tentato 
di  darne  la  teoria  ha  intitolato  la  sua  trattazione  :    Filo- 
sofia dello  snob  (1). 


(1)  Si  veda"  il  libro  di  MARIO  SCOT,  Filosofia  dello  snob,  profili  e 
prospetti  della  così  detta  Buona  Società  (Roma,  Garzoni  ed.,  1913).. 
Sotto  quello  pseudonimo  si  cela  Bartolomeo  dei  principi  Ruspoli. 


XIX.  -  «  COURTE  ET  BONNE  »  213 

Ed  ecco  perchè  io  ho  collocato  volentieri  nella  mia  bi- 
blioteca il  volume  della  Colombier;  e  anzi  vi  ho  aggiunto 
alcuni  foglietti  manoscritti  con  estratti  di  vecchi  giornali 
napoletani  e  con  altre  notizie,  che  valgono  a  determinare 
e  illustrare  i  fatti  che  vi  sono  narrati. 

E  da  quei  foglietti  traggo  alcune  noterelle  a  uso  di 
coloro  cui  verrà  tra  mano  il  "  Courte  et  borine  n,  i  quali 
non  sapranno  forse  che  cosa  pensare  delle  persone  e  dei 
casi  che  vi  si  narrano. 

Alberto  Caracciolo  di  Melissano  nacque  in  Napoli 
nel  1846.  Era  figliuolo  del  nobile  Tommaso  Caracciolo 
di  Melissano,  che  l'aveva  avuto  da  una  danzatrice,  Luisa 
Buccino,  la  quale  poi  sposò  per  ordine  di  re  Ferdinando  II, 
che,  paternamente  governando  e  ispirandosi  alla  religione, 
soleva  porre  spesso  questo  dilemma  ai  suoi  cortigiani  e  ai 
suoi  uffìziali  (il  Caracciolo  era  guardia  del  corpo):  o  tron- 
care certe  relazioni,  o  renderle  regolari  col  matrimonio. 
Il  figliuolo  portò  per  qualche  tempo  nello  stato  civile  il 
nome  di  Alberto  Buccino  ;  ma  fu  sempre  chiamato,  nella 
società  elegante  che  egli  frequentava,  Alberto  Melissano. 

Il  libro  della  Colombier,  scritto  certamente  su  notizie 
udite  dalla  bocca  dello  stesso  protagonista ,  si  apre  col 
racconto  di  un  tragico  conflitto  al  quale  il  Melissano  si 
trovò  esso  solo  presente,  in  Napoli,  una  sera,  mentre  ac- 
compagnava a  casa  un  amico:  1*  incontro  di  quest'  amico 
con  un  rivale,  il  precipitarsi  dell'uno  sull'altro  con  gli  stoc- 
chi sguainati,  e  il  cadere  ambedue  trafitti  a  morte:  tutto 
ciò  in  un  batter  d'occhio,  senza  che  il  Melissano  avesse 
il  tempo,  non  che  d'intervenire,  di  accorgersi  di  quel  che 
accadeva. 

Consultando  i  giornali  napoletani  del  gennaio  1 87 1 ,  si 


214  XIX.  -  «  COURTE  ET  BONNE  » 

ritrova  con  precisi  particolari,  e  coi  nomi  dei  personaggi, 
il  racconto  che  porge  argomento  a  quel  primo  capitolo. 
Trascrivo  dal  giornale  il  Pungolo,  del  20  gennaio  di 
quell*  anno  : 

Un  avvenimento  tragico  de*  più  luttuosi  ha  contristato  e  stupito  da 
ier  sera  la  nostra  città,  e  forma  da  stamane  il   tema  di  tutti  i  discorsi. 

Due  persone  note  in  paese,  una  appartenente  all'aristocrazia,  rima- 
sero vittime  di  una  lotta  che  non  ha  durato  un  minuto,  senza  che  ab- 
biano potuto  profferire  una  parola,  o  che  ad  alcuno  sia  riuscito  ad  ac- 
correre per  antivenirne  il  funesto  scioglimento. 

Ecco  come,  da  persona  in  grado  di  conoscerne  i  particolari,  si  narra 
l'accaduto. 

Il  principe  di  Teora  (1)  —  giacché  sarebbe  inutile  di  fare  mistero 
quando  tutto  il  paese  pronunzia  nomi  e  date,  —  giovane  conosciuto  e 
festeggiato  nell'alta  società  napoletana  a  cui  apparteneva  per  nascita  e 
posizione,  si  era  lasciato  sfuggire  a  più  riprese  che  avrebbe  dovuto  in- 
fliggere a  qualcuno  una  lezione  da  non  essere  dimenticata. 

Ieri  a  sera,  egli  aveva  assistito  ad  un  banchetto  dato  al  Caffè  d'Eu- 
ropa dalla  cosiddetta  Società  del  buon  umore,  di  cui  faceva  parte. 

Uscito  dal  luogo  del  convegno  verso  le  nove,  dopo  il  pranzo,  nel 
quale,  contro  il  suo  solito,  aveva  serbato  contegno  triste  e  preoccu- 
pato, si  avviò  in  compagnia  del  signor  Melissano  al  Circo  equestre. 

Entrato  nel  recinto  ove  si  trovava  pure  in  palco  la  Principessa  sua 
moglie  (2),  non  vi  si  trattenne  che  pochi  minuti  con  segni  d*  irrequie- 
tudine, ed  uscì,  per  rientrarvi  ancora  poco  dopo. 

Allo  stesso  Circo,  ed  in  posizione  da  essere  scorto  dal  principe  di 
Teora,  assisteva  anche  il  signor  Stettler,  antico  ufficiale  dell'  esercito 
borbonico  e  oriundo  svizzero. 

Rimasto  il  principe  allo  spettacolo  alcuni  altri  minuti,  propose  al  suo 
compagno,  il  signor  Melissano,    una    gita  al  Vesuvio  ;  e,  dopo  averne 


(1)  Giuseppe  Mirelli,  principe  di  Teora,  era  nato  nel  1842,  e  aveva 
dunque  al  tempo  della  sua  tragica  morte  poco  più  di  ventott'anni, 

(2)  Il  Mirelli  aveva  sposato  nel   1862  Carolina  d'Avalos,  dei  duchi 
di  Celenza. 


XIX.  -  «  COURTE  ET  BONNE  »  215 

vinte  le  ripugnanze,  mossero  assieme  per  prendere  i  plaids  alla  casa 
Teora  in  S.  Maria  in  Portico. 

Saliti  in  una  carrozzella,  infatti,  vi  si  recarono,  e  attesero  alla  porta 
che  i  plaids  venissero  loro  portati  dalle  persone  di  servizio  ;  —  quindi 
ripigliarono  la  via  al  lato  della  Riviera  di  Chiaia  per  giungere  al 
centro. 

Frattanto  lo  spettacolo  al  Circo,  verso  le  undici,  era  terminato,  e  le 
persone  ritornavano  anche  da  quella  parte. 

Percorso  un  piccolo  tratto  di  via,  e  scorto,  parrebbe,  il  signor  Stett- 
ler,  il  principe  sembrò  pentirsi  della  gita  al  Vesuvio,  e,  dichiarando 
di  rinunziarvi,  scese  dalla  carrozzella  e  si  avviò  ancora  con  passo  sol- 
lecito alla  propria  casa  per  deporre  i  plaids. 

In  questa  breve  passeggiata  oltrepassò  il  signor  Stettler  senza  mostrare 
di  avvedersene  :  ma,  ritornato,  dopo  deposti  i  plaids,  lo  scontrò  sotto  il 
palazzo  Siracusa  (1);  e  vederlo,  assalirlo  e  passarlo  da  parte  a  parte 
con  uno  stocco  o  con  un  pugnale,  fu  l'affare  di  un  istante. 

Quasi  si  potrebbe  dire  che  il  suo  compagno  non  ebbe  tempo  di  com- 
prendere di  che  si  trattasse, 

Il  ferito  però  aveva  esso  stesso  brandito  un  pugnale,  e,  sebbene  quasi 
cadavere,  con  un  movimento  che  sarebbe  impossibile  di  precisare,  giunse 
a  trafiggere  all'occhio  il  principe  di  Teora,  facendogli  penetrare  il  ferro 
fino  al  cervello. 

Caddero  quindi  entrambi  —  ed  entrambi  cadaveri  —  senza  pronun- 
ciare né  un  grido  né  una  parola. 

Colpito  dall'orribile  dramma,  senza  averlo  potuto  impedire,  la  senti- 
nella del  palazzo  Siracusa  diede  l'allarme,  e  intimò  al  compagno  del 
principe  di  non  allontanarsi.  Quindi,  sopravvenuta  gente  e  l'autorità 
di  pubblica  sicurezza,  i  cadaveri  vennero  trasportati  ai  Pellegrini. 

La  tragedia  era  finita  colle  due  vite. 

La  visita  dei  periti  constatò  :  —  Teora,  ferita  di  punta  e  taglio  nel- 
l'occhio, penetrante  nel  cervello;  Stettler,  ferita  di  punta  e  taglio  nella  parte 
posteriore  del  torace,  penetrante  in  cavità. 


(1)  Ora  palazzo  Sirignano.  Vi  abitava  nel  1871  la  contessa  di  Si- 
racusa, vedova  di  don  Leopoldo,  conte  di  Siracusa,  fratello  di  Ferdi- 
nando II. 


216  XIX.  -  «  COURTE  ET  BONNE  » 

Dopo  ciò,  come  i  lettori  comprenderanno,  sarebbero  vani  e  impru- 
denti i  commenti. 

La  sola  cosa  che  possiamo  dire  si  è,  che  il  caso,  com*  è  facile  a 
comprendere,  ha  profondamente  e  dolorosamente  impressionato  la  nostra 
popolazione  (1). 

Ad  altro  uomo  l'aver  avuto  innanzi  agli  occhi  uno  spet- 
tacolo così  terribile  sarebbe  parso  ammonimento  del  Cielo: 
per  assai  meno,  inveterati  peccatori  si  ravvidero  e  conver- 
tirono. Ma  il  Melissano  continuò  nella  via  per  la  quale  si 
era  messo.  Egli  era  quello  che  si  dice  persona  "  brillante  n 
e  *  simpatica  n.  Bruttissimo  di  aspetto,  di  una  bruttezza 
quasi  comica,  piaceva  agli  uomini,  seduceva  le  donne  col 
suo  spirito  vivacissimo,  con  le  sue  trovate  e  risposte  im- 
provvise, che  colpivano  il  segno,  meravigliando  e  diver- 
tendo. Non  gli  mancava  una  certa  cultura,  sebbene  su- 
perficiale, fatta  un  po'  con  letture,  ma  più  assai  con  con- 
versazioni e  viaggi  ed  esperienze  di  ogni  sorta.  Ed  era 
pronto  duellista,  puntigliosissimo  sull'  onore  formale;  e 
poiché  poco  possedeva  di  casa  sua,  e  spesso  si  trovava 
in  grandi  ristrettezze,  soleva  dire  scherzando  che  egli  rac- 
comandava agli  avversari,  nei  duelli,  di  mirare  alla  testa, 
perchè  la  testa  poteva  poi  farsela  accomodare  ai  Pelle- 
grini (all'ospedale),  ma  di  salvargli  le  gambe  coi  relativi 
calzoni,  perchè  quest'  altro  restauro  non  gli  sarebbe  stato 
altrettanto  agevole! 

Lasciò  poi  Napoli  per  Parigi,  e,  dopo  qualche  tempo, 
giunse  alla  sua  città  natale  l'eco  francese  del  suo  nome, 


(1)  //  Pungolo  di  Napoli,  a.  XI,  n.  20,  20  gennaio  1878.  Con  poche 
varianti  lo  stesso  racconto  si  legge  nella  Nuova  Patria,  a.  II,  n.  20,  e 
nel  Roma,  a.  X,  n.  20. 


XIX.  -  «  COURTE  ET  BONNE  »  217 

come  di  uomo  alla  moda  colà,  conosciuto  come  JKlelis- 
sanò,  o  le  prince  Caracciolo.  Principe  veramente  e  legal- 
mente non  divenne  se  nel  1885,  per  la  morte  dello  zio 
Giambattista,  e  fu  allora  non  solo  principe  di  Melissano, 
ma  principe  di  Scanno,  marchese  di  Amorosi,  marchese 
di  Taviano,  duca  di  Barrea,  conte  di  Trivento  e  conte 
di  Solete 

In  qual  modo  bizzarro  partisse  da  Napoli  racconta  an- 
che la  Colombier.  Si  era  recato  un  giorno  alla  stazione 
con  alcuni  amici  per  salutare  una  danzatrice  del  San 
Carlo,  da  lui  ammirata;  e,  quando  il  treno  si  era  già  mosso, 
si  aggrappò  allo  sportello  per  offrirle  un  mazzolino  di  viole. 
La  danzatrice,  vedendolo  in  atto  di  saltar  giù,  glielo  im- 
pedì per  timore  che  si  avesse  a  far  male,  e  lo  sollecitò  a 
entrare  nello  scompartimento  e  accompagnarla  fino  alla 
stazione  prossima,  a  Caserta.  Entrò,  e  legò  una  così  ama- 
bile conversazione  che  colei  gli  propose  di  restare  ancora 
e  accompagnarla  fino  a  Genova.  Ma  nemmeno  a  Ge- 
nova si  distaccarono,  e  proseguirono  insieme  per  Parigi  e 
poi  per  l'America;  e,  insomma,  egli  non  tornò  più  a  Napoli. 

Ma  io  non  intendo  rinarrare  le  sue  avventure,  che,  in 
parte  almeno,  si  possono  leggere  nei  volumi  della  Colom- 
bier e  del  Salazar.  Aggiungerò  solamente  che  a  Parigi  visse 
a  lungo  nella  compagnia  del  principe  di  Galles,  e  che  l'al- 
lontanamento dal  principe,  dopo  che  questi  una  sera  die  se- 
gno in  pubblico  di  essere  seccato  di  quella  troppa  dimesti- 
chezza, fu,  a  quanto  si  disse,  tra  le  cause  o  le  occasioni 
del  suo  precipitare  dopo  rapidissima  fortuna.  Serbò  sempre, 
del  resto,  in  una  vita  riprovevolissima,  la  formale  irrepren- 
sibilità, e  anche  a  Parigi  più  volte  sanò  con  duelli  le  più 
lievi  offese  all'  onore. 


218  XIX.  -  «  COURTE  ET  BONNE  » 

La  Colombier,  traendo  la  notizia  dal  Figaro,  scrive  che 
il  Melissano  si  uccise  a  trent*  anni.  Ne  aveva  quaranta, 
perchè,  nato,  come  si  è  detto,  nel  1846,  si  ammazzò  il 
5  ottobre  1886. 

Un  giornale  napoletano  scrisse  allora  questa  necrologia: 

A  Napoli,  come  a  Parigi,  lo  ricordiamo  viveur  ostinato,  di  quella 
vita  che  pare  spesso  leggerezza  ma  che  cela  le  più  fosche  preoccupa- 
zioni :  quelle  preoccupazioni  in  preda  alle  quali  si  premedita  e  si  compie 
l'ultimo  eroismo  e  l'ultima  vigliaccheria  :  il  suicidio. 

Alberto  Caracciolo  di  Melissano  un  anno  fa  abitava  ancora  il  suo 
rez-de-chaussée  ai  Campi  Elisi,  in  cui  era  profusa  una  sontuosità  rovi- 
nosa, fatta  di  mille  suppellettili  che  erano  l'ultima  parola  dell'arte,  del 
lusso,  della  più  elegante  superfluità.  Ai  balli  dell'Opera,  come  nei  sa- 
lotti del  Faubourg  Saint-Honoré,  al  Longschamps  del  bosco  di  Boulogne, 
come  nelle  sale  da  gioco  del  circolo,  egli  portava  la  galanteria  della  sua 
figura  stanca,  lo  spirito  motteggiatore  del  suo  cinismo  e  della  sua  esperienza. 

Nato  nel  romanzo,  la  sua  vita  non  fu  fatta  che  per  questo:  romanzo 
psicologico,  d' intreccio,  di  avventure,  in  cui  parlarono  più  gli  uomini 
che  le  cose.  La  più  abbagliante  felicità  naccose  spesso  lotte  cupe  del- 
l'animo, e  i  lieti  sorrisi  avvivarono  le  rughe  precoci  d*  una  vecchiaia 
di  cuore  inaridito. 

Ieri  l'altro  Melissano  si  fece  saltare  le  cervella. 

Giorni  sono,  mostrandosi  preoccupato,  alcuni  amici  scherzavano  sulla 
sua  fisonomia,  che  rispecchiava  la  disperazione.  Il  principe  disse  :  — 
Quando  non  si  ha  più  nulla,  quando  non  si  è  più  buoni  a  nulla,  ri- 
mane soltanto  di  farsi  saltare  le  cervella. 

Abitava  ana  camera  al  secondo  piano  del  Circolo  Imperiale  di  Parigi. 

Ieri  l'altro  uscì  di  buon'ora  e  fece  una  visita.  Appena  rientrato  in 
casa,  scrisse  alcune  lettere,  specialmente  agli  avvocati  che  si  occupa- 
vano dei  suoi  affari. 

Il  domestico  era  andato  alla  posta  :  ritornò  dopo  le  due  e  vide  il 
principe  coricato  vestito  sul  letto,  la  testa  sul  cuscino  inzuppato  di 
sangue  (1). 


(1)  Corriere  di  Napoli,  a.  XV,  n.  270,  8  ottobre   1886. 


XIX.  -  «  COURTE  ET  BONNE  »  219* 

E   un  altro  giornale  lo  commemorò  a  questo  modo: 

—  Povero  Alberto  !  Così  doveva  finire  I  — 

Queste  due  esclamazioni,  che  si  ripetevano  ieri  secondo  che  gli  amici 
erano  benevoli  o  malevoli,  compendiano  l'orazione  funebre  che  si  sa- 
rebbe potuta  pronunziare  sulla  sua  tomba. 

Melissano  —  perchè,  sebbene  vivano  molti  Caracciolo  di  Melissano(l), 
era  il  solo  Caracciolo  di  Melissano,  egli  era  il  solo  Melissano,  Melis- 
sano per  antonomasia,  Melissano  anche  quando  era  solo  Alberto  Buc- 
cino, e  poi  Alberto  Caracciolo,  e  poi  conte  di  Trivento  —  era  un  tipo_ 

Lo  vita  di  lui  è  stata  un  misto  curioso  di  vizi  e  di  virtù,  impasto 
inesplicabile,  come  la  simpatia  che  ispiravano  ad  uomini  e  donne  le 
sue  fattezze,  che  erano  la  migliore  giustificazione  delle  teorie  darviniane. 

Con  Melissano  muore  un  tipo,  tipo  da  non  proporsi  certo  a  modello 
ai  giovani,  ma  che  è  prova  vivente  di  quanto  possa  la  forza  della  vo- 
lontà accoppiata  al  coraggio,  al  coraggio  di  sfidar  tutto,  uomini,  fato, 
pregiudizi  e  leggi  sociali.  Egli  aveva  giurato  di  esser  ricco  ed  era  di- 
ventato ricco. 

Ma  non  era  diventato  milionario.  II  suo  sogno  dorato  era  il  milione. 
Per  raggiungere  il  milione  gli  bisognava  forse  ancora  qualche  centinaio 
di  migliaia  di  lire. 

£  questo  centinaio  di  migliaia  di  lire,  che  mancava  alia  sua  fortuna, 
è  stato  la  sua  rovina.  Per  ottenerlo,  Melissano  cominciò  a  perdere  la 
sua  calma  preziosa,  e,  perdendo  la  calma,  perdette  anche  la  via  della 
ricchezza.  Le  sue  condizioni  finanziarie  andarono  peggiorando  precipi- 
tosamente ;  e  i  debiti  lo  hanno  spinto  al  suicidio. 

Se  egli  avesse  lasciati  scritti  i  ricordi  della  sua  vita,  questi  ricordi 
avrebbero  formato  insieme  uno  dei  più  interessanti  romanzi  del  mondo 
moderno.  —  Povero  Alberto  I  Così  doveva  finire  I  (2). 

£  un  telegramma  da  Parigi  informava: 

Alcuni  dicono  che  il  principe  abbia  lasciato  debiti  per  settecentomila 
lire;  altri  assicurano  che  i  debiti  ammontano  a  quasi  un  milione  e  mezzo.... 


(1)  Non  esatto;  la  famiglia  si  spense  con  lui.  I  titoli  passarono,  per 
parte  di  donna,  nei  Cafaro,  duchi  di  Riardo. 

(2)  //  Piccolo,  a.  XIX,  n.  280,  7-8  ottobre   1886. 


220  XIX.  -  «  COURTE  ET  BONNE  » 

Il  principe  aveva  gli  occhi  chiusi  :  sembrava  dormisse.  Un  filo  di 
sangue  colava  dal  cranio  fino  sul  tappeto  vicino  al  letto.  Il  domestico 
accorse  ad  avvisare  il  commissario  di  polizia  per  le  constatazioni  di 
legge. 

Fu  dato  avviso  all'ambasciatore  italiano  ed  agli  amici. 

Questi  vollero  procedere  all'estrema  toeletta  del  defunto.  Lo  vesti- 
rono in  marsina  e  pantaloni  neri  e  panciotto  bianco  :  gli  posero  un  cro- 
cefisso fra  le  mani  e  coprirono  il  letto  di  fiori. 

I  giornali  si  occupano  di  tale  fatto  e  pubblicano  dati  sul  casato  del 
suicida. 

Era  di  carattere  allegro  e  di  molto  spirito.  Frequentava  la  migliore 
società. 

Ho  fatto  bene  a  segnare  da  lui  questo  ricordo  sto- 
rico ?  L'  ho  già  detto  :  Humani  nihil  alienum  puto,  e 
questa  singolare  umanità,  posseduta  da  una  sorta  di  forza 
demoniaca  ,  esercita  pure  la  sua  attrattiva  su  chi ,  medi- 
tando, procura  di  mantenersi  del  mondo  esperto  e  dei 
vizi  umani  e  del  valore. 


XX. 


LA  LETTERATURA  SHAKESPARIANA 
IN  ITALIA 

Il  libro  del  Collisoli- Morley  (1)  è  un  semplice  e  lu- 
cido ragguaglio  circa  P  introduzione  della  poesia  shake- 
speariana in  Italia,  a  cominciare  dalle  indirette  e  vaghe 
notizie  divulgate  nella  prima  metà  del  secolo  decimottavo 
fino  al  periodo  romantico,  e  propriamente  ai  giudizi  che 
su  quella  poesia  dettero  il  Mazzini  e  il  De  Sanctis,  coi 
quali  due  il  racconto  si  chiude.  "  When  Shakespeare  cri- 
ticism  has  reached  this  stage  in  Italy  (dice  Fautore),  we 
may  safely  leave  it  ". 

L*  autore  ha  ristretto  a  questo  il  compito  suo  ,  senza 
apportare  nuovi  contributi  ne  alla  conoscenza  dell*  opera 
shakespeariana,  ne  alla  storia  spirituale  italiana  del  pe- 
riodo sopraindicato.  Ma  di  siffatta  restrizione  non  s'intende 
fargli  rimprovero,  perchè  egli  ha  delineato  con  diligenza 
e  buon  giudizio  quella  storia  esterna  o  culturale,  che  sola 
si  era  proposta.  Una  ricca  e  ben  ordinata  bibliografia  in 
fondo  al  volume  segna  tutti  i  lavori  precedenti,  in  ispecie 


(1)  Shakespeare  in  //a/y,   Stratford-upon-Avon,    Shakespeare    Head 
Press,  1916. 


222  XX.  -  LETTERATURA  SHAKESPARIANA 

italiani,  dei  quali  nel  libro  sono  raccolti  i  risultati  (  1  ). 
Come  sia  intrinsecamente  e  scientificamente  da  trattare 
la  cosiddetta  storia  dell'  influsso  di  un  autore  (che  è  poi 
storia  del  popolo  e  del  tempo  nei  quali  quell'influsso  si 
esercita),  nessuno  forse  ha,  per  quel  che  riguarda  lo  Sha- 
kespeare, meglio  inteso  ed  eseguito  del  Gundolf,  nel  suo 
libro  Shakespeare  und  der  deutsche  Geist  (2):  storia  dello 
sviluppo  dello  spirito  tedesco,  dal  Sei  all'Ottocento,  nella 
quale  lo  Shakespeare  ha  ufficio  di  simbolo  dello  sviluppo 
stesso.  11  Nulli  (3),  che  sembra  noni  abbia  conosciuto  il 
libro  del  Gundolf,  si  è  anch'esso  indirizzato  per  la  buona  via, 
proponendosi  non  già  di  fare  un  elenco  di  reminiscenze  e 
d' imitazioni,  ma  di  "  analizzare  il  valore  critico  estetico 
di  queste  imitazioni  per  determinare  la    loro    importanza 


(1)  Sarebbe  stata  anche  da  notare,  pel  periodo  romantico,  la  Storia 
critica  della  poesia  inglese  di  GIUSEPPE  PECCHIO  (Lugano,  Ruggia, 
1833-5,  voli.  4),  dove  si  tratta  di  proposito  dello  Shakespeare.  Insuf- 
ficiente è  la  bibliografìa  delle  traduzioni  italiane,  nella  quale  conviene 
aggiungere  quelle  di  G.  Barbieri  (Milano,  1831),  di  G.  Bazzoni  e  Sor- 
mani  (ivi,  '30-1),  di  V.  Soncini,  (ivi,  '30),  O.  Garberini  (ivi,  *47),  P. 
Santi  (ivi,  *49),  A.  Maffei,  e  le  più  recenti  di  C.  Pasqualigo,  F.  Ver- 
dinois,  A.  Cippico,  C.  Chiarini,  F.  Capelli,  A.  Muccioli,  A.  de  Stefani,  ecc. 
Si  ha  anche  in  ital.  :  Shakespeare  per  la  gioventù,  Racconti  di  C. 
LAMB,  tradotti  dall'  inglese  (Firenze ,  Bemporad  ,  s.  a.).  Si  veda  A. 
OTTOLINI,  Traduttori  di  Sh.,  in  /  libri  del  giorno  di  Milano,  a.  IV,  n.  7, 
luglio  1921.  Una  critica  particolare  delle  traduz.  dell'  Angeli  è  nel 
libro  di  V.  SAPIENZA,  Delle  traduzioni  e  dell'arte  di  tradurre,  a  pro- 
posito di  una  recente  traduzione  italiana  di  Sh.  (Francavilla  Fontana, 
1921).  Un  catalogo  completo  delle  traduzioni  italiane  dalle  opere  sha- 
kesperiane  è  in  appendice  al  voi.  di  A.  DE  STEFANI,  La  tragedia  di 
Macbeth  (Torino,  Bocca,  1922),  pp.  503-10. 

(2)  Ne  ho  innanzi  la  seconda  adiz.  riveduta,  Berlin,  G.  Bondi,  1914. 

(3)  SIRO  ATTILIO  NULLI,  Shakespeare  in  Italia,  Milano,  Hoepli,  1918. 


XX.  -  LETTERATURA  SHAKESPARIANA  223 

storica  nello  svolgersi  della  nostra  cultura  moderna;  ve- 
dere, insomma,  come  lo  spirito  italiano  (dal  1750  al  1830) 
si  sia  atteggiato  di  fronte  alla  grande  figura  dello  Shake- 
speare; quale  feconda  lotta  d' idee  questo  atteggiamento 
abbia  suscitato  "  (p.  3).  Vero  è  che  egli  non  poteva  spe- 
rare di  ricavar  dal  tema  quel  che  il  Gundolf  ne  ha  cavato 
per  la  Germania,  il  cui  svolgimento  spirituale  fu  allora 
assai  intenso  e  ricco,  e  dallo  Shakespeare  trassero  ispi- 
razione uomini  grandi,  laddove  in  Italia  qualcosa  di  vivo, 
che  vada  oltre  la  notizia  che  si  ebbe  di  quei  drammi  e 
gì*  influssi  superficiali,  non  si  può  notare  se  non  per  il 
Manzoni  e  per  il  Mazzini.  £  qui,  infatti,  sono  le  parti 
migliori  della  trattazione  del  Nulli  ;  al  quale  si  può  forse 
muovere  appunto  che  non  abbia  cavato  il  partito  che  si 
poteva  dal  rapporto  Alfieri- Shakespeare  (I),  perchè  della 
poesia  alfieriana  egli  ha  concetto  alquanto  minore  del 
vero,  o,  almeno,  non  molto  chiaro. 

Certamente,  si  notano  in  questo  volume  i  segni  di  un 
fl  primo  lavoro  n,  cioè  della  inesperienza  giovanile:  negli- 
genze e  improprietà  e  mancanza  di  condensazione,  e  idee 
non  sempre  ben  mature  o  convenientemente  sviluppate  (2). 


(1)  Si  veda  in  proposito  Critica,  XV,  308-17. 

(2)  Troppo  frequenti  sono  anche  gli  errori  tipografici  nei  nomi,  e 
incerto  è  il  metodo  del  citare.  Nelle  prime  pagine  ;  Latoumeur  (p.  8)  ; 
recens.  del  Galletti  al  libro  del  Graf,  Rass.  bibliogr.  voi.  I  (sic,  p.  9); 
il  libro  dal  Collisoti  Morley  sul  Baretti,  citato  così  :  BARETTI,  with 
art  account  ecc.,  Londra,  1909  (p.  12);  Schegel  (p.  17);  Lady  Man- 
tagu  (p.  19);  Lopez  de  Vega  (p.  20);  Winckelman  (p.  24);  ecc.  A 
p.  239,  proprio  nelle  parole  di  chiusa  :  «  dallo  Shelley  al  Goethe,  dal- 
l'Hugo al  Manzoni  »  :  invertendo,  per  entrambe  le  coppie,  l'ordine  cro- 
nologico. 


224  XX.  -  LETTERATURA  SHAKESPAR1ANA 

Ma  giusti  e  acuti  sono  i  giudizi  sull'estetica  dell'  illumini- 
smo (p.  8),  la  caratteristica  della  critica  tedesca  intorno  allo 
Shakespeare  (pp.  1 84-5),  le  riserve  circa  F  esagerato  ritratto 
che  il  prof.  Galletti,  sotto  F  efficacia  di  passioni  antiger- 
maniche e  antiromantiche,  ha  dato  teste  dello  Shakespeare. 
A  proposito  del  raccostamene  che  è  stato  fatto  tra  l'A- 
delchi manzoniano  e  Amleto:  n  tutto  ciò  (scrive  il  Nulli, 
p.  234)  non  basta  a  renderlo  fratello  del  pallido  principe 
danese".  Il  prof.  Galletti  scrive:  B  Adelchi  è  uno  spirito 
più  alto  di  quello  di  Amleto,  perchè  più  consapevole  del 
proprio  limite,  più  calmo  nella  tempesta,  e  sorretto  alla 
fine  dalla  certezza  di  una  superiore  giustizia  " .  "  Confesso 
(osserva  il  Nulli)  di  non  comprendere  il  significato  di  queste 
parole.  Che  nella  vita  pratica,  giornaliera,  borghese,  un  uomo 
come  Adelchi  possa  riuscire  alle  persone  timorate  di  Dio,  e 
amanti  dei  limiti  e  della  calma  non  che  della  superiore 
giustizia,  più  gradito  di  un  tipo  come  Amleto,  posso  am- 
metterlo. Ma  tutto  questo  non  ha  nulla  a  che  fare  con  i 
due  personaggi  dal  punto  di  vista  estetico  n.  E  aggiunge: 
1  Ciò  che  rende  grande  questo  soliloquio  (d*  Amleto)  è 
appunto  il  fatto  di  essere  senza  una  conclusione:  è  un 
problema  eternamente  aperto,  e  perciò  più  sublime,  più 
universale,  direi  quasi  umanamente  più  giusto  di  quelli 
che  s*  affrettano  a  una  conclusione:  perchè  non  è  sempre 
vero  che  chi  risolve  un  problema  apporti  all'  uomo  un'uti- 
lità maggiore  di  chi  lo  ha  semplicemente  posto.  Amleto 
nel  suo  dubbio  getta  un*  ombra  così  grande  che  vi  si  ripara 
tutta  T  umanità  con  le  sue  sorti.  Il  soliloquio  d' Adelchi  in- 
vece si  risolve  in  una  semplice  quistione  di  coscienza,  decisa 
secondo  il  catechismo  cattolico,  e  che  può  quindi  accon- 
tentare soltanto  un  piccolo  numero  di  credenti  n  (p.  236). 


XX.  -  LETTERATURA  SHAKESPEARIANA  225 

Tal*  altra  volta  una  certa,  anche  giovanile,  bramosia  di 
originalità  spinge  il  Nulli  a  sottigliezze,  che  sono  vere  e 
proprie  querelles  d%  allemand  :  una  delle  quali  riguardarne, 
o  piuttosto  riguarda  il  Vico.  Parlando  del  tipo  del  poeta 
nella  "  poesia  primitiva  n ,  osserva:  n  Poiché  questa  è  una 
concezione  della  letteratura  propria  del  Vico,  non  si  può 
negare  che  il  filosofo  napoletano  ha  guidato  ad  un  più 
giusto  apprezzamento  non  solo  di  Dante  e  d'Omero,  ma 
anche  dello  Shakespeare.  Non  a  caso  questi  tre  poeti 
vengono  citati  quasi  sempre  insieme  n  (p.  1 36  n).  Or  avendo 
così  il  Nulli  ben  compreso  il  pensiero  da  me  espresso  (in 
Filosofia  di  G.  «55.  Vico,  p.  227),  valeva  la  pena  che  si 
mettesse  poi  a  sofisticare,  come  fa  (cfr.  pp.  1 53-6),  su  una 
povera  forma  avverbiale  da  me  adoperata  ("a  pieno  n)  ? 
Non  era  evidente  che,  come  io  non  ho  mai  pensato  che  ' 
il  Vico  avesse  esaurito  ogni  critica  su  Dante  e  Omero, 
così  molto  meno  potevo  pensare  tal  cosa  per  la  critica  dello 
Shakespeare,  ma  solamente  dicevo  che  egli,  se  di  questo 
poeta  avesse  avuto  più  di  quel  vago  sentore  che  ebbe  della 
tragedia  inglese,  lo  avrebbe  guardato  come  guardò  gli  altri 
due  grandi,  libero  della  concezione  rettorica  ed  oratoria 
della  poesia,  intendendolo  n  a  pieno  n  nella  sua  origi- 
nalità   di    genio   poetico,   tutto   fantasia? 

Anche  illegittima,  o  almeno  poco  precisamente  formo- 
lata,  è  la  conseguenza  che  il  Nulli  ha  tratta  (pp.  243-5) 
dalla  verità  filosofica,  che  "  non  esiste  una  realtà  ogget- 
tiva, esterna,  fuori  di  noi  ".  Egli  crede  perciò  che  la  cri- 
tica dei  poeti  ci  dia  sempre  e  soltanto  "il  nostro  Ome- 
ro, il  nostro  Dante,  il  nostro  Shakespeare  "  ;  e 
che  scientifica  essa  sia  solo  e  in  quanto  si  lega  logica- 
mente alle  interpetrazioni  anteriori.  Bisognava  bensì  dire 

15 


226  XX.  -  LETTERATURA  SHAKESPEARIANA 

che  ogni  generazione,  anzi  ogni  singolo  critico,  si  pro- 
pone nuovi  e  personali  problemi  circa  un  determinato  poeta, 
i  quali  si  connettono  con  quelli  del  passato  e  tendono  la 
mano  a  quelli  deli*  avvenire;  ma  tale  processo  manche- 
rebbe di  contenuto,  e  non  potrebbe  svolgersi,  se  costante 
non  rimanesse,  nel  suo  valore  di  atto  storico  unico  ,  la 
poesia  di  quel  poeta,  che  a  ciascuno  suggerisce ,  se- 
condo le  cangianti  condizioni  storiche,  propri  e  particolari 
problemi.  In  altri  termini,  bisogna  guardarsi  dal  confondere 
(errore  nel  quale  alcuni  giovani  ora  tendono  a  cadere) 
l'idealismo    storico     col     fenomenismo. 

Il  Nulli  termina  la  sua  trattazione  col  Manzoni;  il  Col- 
lison-Morley,  come  si  è  detto,  con  un  accenno  al  De 
Sanctis,  del  quale  cita  un  luogo  della  Storia  della  let- 
teratura. Ma  il  De  Sanctis  sarebbe  stato  il  vero  e  pro- 
prio termine  della  trattazione  concernente  il  periodo  ro- 
mantico; e,  sebbene  le  sue  lezioni  shakespeariane  del  1 847 
vedano  la  luce  solo  oggi,  dalle  sue  opere  a  stampa  era 
agevole  desumere  quanto  bastava  per  determinare  il  con- 
cetto che  egli  si  era  formato  di  quel  poeta  ,  che  ebbe 
tanta  efficacia  sulla  stessa  sua  teoria  estetica  (1). 

E  non  resterebbe  ora  da  considerare  anche  la  fortuna 
dello  Shakespeare  in  Italia  nella  seconda  metà  del  secolo 


(1)  Vedi  lo  spoglio  dei  luoghi  desanctisiani  in  Critica,  XVII,  225, 
dove  sono  pubblicate  le  lezioni  sullo  Shakespeare,  tenute  dal  DE  SAN- 
CTIS a  Napoli  nel  1847.  Particolare  attenzione  avrebbe  meritato  an- 
che il  GIOBERTI,  del  quale  sono  poco  note  le  pagine  sullo  Sh.  pubbli- 
cate postume  in  Studi  filologici ,  a  cura  di  D.  Fissore  (Torino,  1867); 
v.  pp.  138-40,  Sh.;  151-7,  Parallelo  tra  1* Alfieri  e  lo  Sh.;  297-307, 
Del  meraviglioso  nelle  opere  di  Sh.  ;  308-11,  Dell'abilità  di  Sh.  nel 
dipingere  e  mettere  in  iscena,  ecc.  ;  312-4,  della  poesia  di  Sh.;  315-7, 
Osservazioni  di  Ancillon  intorno  alle  opere  di  Sh. 


XX.  -  LETTERATURA  SHAKESPEARIANA  227 

decimonono  e  nei  primi  decenni  del  secolo  presente?  (1). 
Ma,  nel  significato  principale  e  proprio  di  questa    inda- 
gine (che,  come  si  è  detto,  si  riferisce  alla  relazione  ope- 
rosa con  la  poesia  shakespeariana),  la  ricerca  non  darebbe 
forse  risultamene  diverso  da  quello  che  ho  altrove  accen- 
nato (2)  in  generale  per  l'Europa  tutta,  nel  periodo  positi- 
vistico, naturalistico  ed  estetizzante;    ossia    menerebbe    a 
notare  una  certa  decadenza,  anche  presso  di  noi,  dell'in- 
teressamento profondo  per  quella  poesia.  In  significato  più 
ristretto,  come  storia  cioè  del  contributo  della  critica  italiana 
allo  studio  dello  Shakespeare,  essa  difficilmente  potrebbe 
prendere  altra  forma  da  quella  di  una  bibliografia,  di  un 
catalogo  di  volumi,  memorie  ed  articoli,   dei    quali    ben 
pochi  hanno  fatto  progredire  i  problemi  della  interpreta- 
zione shakespeariana.  Parte  di  questi  scritti  ha   carattere 
informativo  e    divulgativo,    sebbene    talora    garbatamente 
esponga  osservazioni  e  giudizi  sennati  ;  parte  si  aggira  su 
quisquilie;  e  un'altra  e  maggior  parte  si  perde  in  chiac- 
chiere senza  costrutto,  ripete  vecchiumi  o  sfonda  usci  aperti. 
Ma  non  mancano  taluni  scritti  che  mostrano  delicato  senti- 
mento dell'arte  shakespeariana,  e  che  converrebbe  perciò 
mettere  in  rilievo,  a  capo  o  a  coda  della  rassegna  biblio- 
grafica. Comunque,  non  riuscirà  discaro  di  trovare  qui  un 
tentativo  (ma  solo  un  tentativo)  di  semplice  catalogo  delle 
pubblicazioni  italiane  (3)  pel  periodo  sopradetto;    a    ser- 
vìgio dei  futuri  storici  della  critica  letteraria  italiana  ,    e 
più  specialmente  di  quella  shakespeariana. 

(  I  )  Ciò  nota  anche  il  BROGNOLIGO,  recensendo  il  volume  del  Nulli, 
in  Rassegna  critica  della  lett.  ital,  XX11  (1917),  pp.  255-59. 

(2)  Si  veda  il  capitolo  di  conclusione  del  mio  saggio  sullo  Shakespeare. 

(3)  Per  le  tradd.  v.  sopra,  p.  222.  Un'edizione  del  testo  inglese,  con 


228  XX.  -  LETTERATURA  SHAKESPEARIANA 

BIBLIOGRAFIA   SHAKESPEARIANA   ITALIANA 
DAL  MEZZO  DEL  SECOLO  XIX   AI  GIORNI  NOSTRI 

Opere  generali(l).  —FEDERICO  GARLANDA,  G.  Sh.,  il  poeta 
e  l'uomo  (Roma,  soc.  ed.  Laziale,  s.  a.,  ma  1900;  2a  ed.,  1915).  Non 
vuol  essere,  e  non  è,  un  compendio  di  filologia  shakesperiana,  ed  ha 
pretese  di  monografìa  di  grande  stile,  ma  in  effetti  si  tiene  al  generico 
e  superficiale,  sebbene  il  Carducci  assai  la  lodasse,  scrivendo  perfino 
che  vi  si  può  «  imparare  come  si  faccia  la  critica  di  un  grande  sog- 
getto »  !  Dello  stesso  autore  (rifacimenti,  in  parte,  dei  capitoli  dell'opera 
citata,  o  tentativi  di  filologia  shakesperiana):  Studi  shakespeariani'.  I.  Ro- 
meo and  Juliet  (ivi,  1904);  11.  Othello  (ivi,  1905);  III.  Hamlet,  Inda- 
gine intorno  al  carattere  del  protagonista  (ivi,  1908);  IV.  L'Ur- Hamlet 
nello  Hamlet  (ivi,  1906);  V.  L'alliter azione  nei  drammi  shakespeariani 
(ivi,  1906);  VI.  Sulla  origine  del  cognome  Shakespeare  (ivi,  1904).  Negli 
Studi  di  filologia  moderna,  dir.  da  G.  Manacorda  :  a.  1904,  pp.  84-104. 
L'alliterazione  nel  dramma  di  Henry  V;  a.  1910,  pp.  202-05,  Per  il  testo 
del  Macbeth. 

2.  (2)  A.  R.  LEVI,  Storia  della  letteratura  inglese  dalle  origini  al 
tempo  presente  (Palermo,  Reber,    1898-1901,  due  voli.);  sullo    Sh.,   I,. 


prefazioni  di  A.  R.  Levi,  si  viene  pubblicando  a  Milano  presso  il  Tre- 
ves,  1916  sgg.  Alcune  traduzioni  (p.  es.  quelle  del  Chiarini)  hanno  il 
testo  a  fronte  ;  altre  edd.,  contenenti  il  testo  di  singoli  drammi,  s'indiriz- 
zano alle  scuole. 

(1)  Si  ha  in  italiano  il  manualetto  bibliografico  ed  informativo  su 
Shakespeare  del  DOWDEN,  trad.  da  A.  Balzani,  nella  serie  dei  Ma- 
nuali Hoepli.  Ma  sarebbe  da  raccomandare  che  alcuno  dia  la  tradu- 
zione del  bellissimo  libro  storico  e  critico  dello  stesso  autore  ;  Shake- 
speare, A  criticai  study  of  his  mind  and  art,  by  EDWARD  DOWDEN 
(14a  ediz.,  London,  Kegan  a.  Co.,    1909). 

(2)  Non  noto  le  altre  storie  della  letteratura  inglese,  che  sono  com- 
pilazioni per  le  scuole.  In  italiano  si  ha  anche  l'eccellente  compendio 
di  F.  SEFTON  DELMER,  Sommario  della  lett.  inglese,  trad.,  note  ed  ag- 
giunte di  G.  Bonifaci  (Bari,  Laterza,  1917). 


XX.  -  LETTERATURA  SHAKESPEARIANA  229 

377-583,  II,  1-148.  Assai  più  riccamente  informato  del  Garlanda;  seb- 
bene anche  quest'opera  non  esca  dal  genere  compilatorio  e  divulgativo. 
Lo  stesso  autore  aveva  prima  pubblicato:  Studi  su  Sh.  (Treviso,  Zop- 
pelli,  1875),  rifusi  nella  Storia. 

2.  GIUSEPPE  DE  LORENZO,  Sh.  e  il  dolore  del  mondo  (Bologna, 
Zanichelli,  1922). 

Caratteristiche  generali.  —  ALFREDO  GALLETTI,  Man- 
zoni, Sh.  e  Bossuet  (in  Saggi  e  studi,  Bologna,  Zanichelli,  1913).  Con- 
tiene (v.  spec.  pp.  46-107)  una  caratteristica  dell'arte  dello  Sh.,  che, 
nonostante  l'acume  dell'A.,  sfortunatamente  è  tutta  guasta  da  preoccu- 
pazioni estranee  all'arte,  e  riesce  perciò  unilaterale  ed  esagerata.  Il  me- 
desimo vale  ancor  più  per  l'altro  scritto  dello  stesso  autore  :  G.  S.  e 
il  mito  shakespeariano,  in  Nuova  antologia,  16  aprile  1916. 

Varia  in  generale.  —  1.  L.  CARRER,  paragone  di  Dante  e 
Sh.,  in  Prose  (Venezia,  tip.  del  Gondoliere,  1838),  IV,  246-62  ; 
2.  FRANCESCO  CRISPI,  Guglielmo  Sh.,  nell*  Oreto  di  Palermo,  1841, 
ristampato  in  Poesie  e  prose  letterarie,  a  cura  di  G.  Bustico  (Napoli, 
Perrella,  1918);  3.  SILVIO  ANDREIS,  a  proposito  del  libro  del  Gervinus, 
in  Politecnico  di  Milano,  s.  IV,  voi.  I,  1866;  4.  G.  CARCANO,  Dante 
e  Sh.,  discorso  (in  Dante  e  il  suo  secolo,  Firenze,  1866,  II,  639-53); 
5.  F.  AMBROSOLI  Sh.,  lezioni  inedite,  in  Scritti  letter.  ed.  e  ined. 
(Firenze,  Civelli,  1871),  I,  340-53;  6.  B.  ZENDRINI,  in  Prime  poesie 
(Padova,  1871,  pp.  87-109,  e  note);  7.  G.  TREZZA,  Dante,  Sh.  e 
Goethe  nel  rinascimento  europeo  (Verona,  Drucker  e  Tedeschi,  1888); 
S.  N.  NUCCI,  Riscontri  poetici,  dissertazioni  sui  tre  sommi  poeti,  Omero. 
'Dante  e  Sh.  (Pistoia,  Fiori,  1900);  cfr.  Bullett.  dantesco,  IX,  246; 
9.  A.  LO  FORTE  RANDI,  Sh.,  nel  voi.  Nella  letteratura  straniera,  se- 
rie V  (Palermo,  Reber,  1903);  10.  G.  S.  GARGANO,  //  gran  Will, 
in  Marzocco,  Vili,  n.  39  ;  1 1 .  G.  MARONE,  Sh.,  note  (Napoli,  Pi- 
ronti,  s.  a.  ma  1911).  Alcuni  giudizi  del  Verdi  sullo  Sh.  si  leggono 
nel  voi.  :  /  copialettere  di  GIUSEPPE  VERDI,  ed.  Cesari  e  Luzio  (Mi- 
lano, 1913)  ;  cfr.  spec.  pp.  276,  317-8.  559.  624. 

Biografia.  —  1.  G.  CHIARINI,  //  matrimonio  e  gli  amori  di  G. 
Sh.  (1890),  in  Studi  shakespeariani  (Livorno,  Giusti,  1897);  2.  G.  S. 
GARGANO,  Nuovi  docc.  su  Sh.,  in  Marzocco,  XIV,  n.  41;  La  vita  di 
Sh.  in  un  libro  italiano,  ivi,  XV,  n.  32;  L'ultima  ipotesi  su  Sh.,  ivi, 
XVIII,   n.  4;  3.  C.  SEGRÉ,  Sh.  a  Milano  ?,  in  Relazioni  letterarie  fra 


230  XX.  -  LETTERATURA  SHAKESPEARIANA 

Italia  e  Inghilterra  (Firenze,  Le  Monnier,  1911,  pp.  438-43);  4.  C. 
SEGRÉ,  Sh.  autore  e  attore,  in  Nuovi  profili  storici  e  letterari  (ivi,  1 902); 
5.  N.  R.  D'  ALFONSO,  Sh.  attore  ed  autore,  nella  Nuova  antologia  del 
16  aprile  1916;  6.  F.  JACCH1NI  LURAGHI,  Sh.  in  Danimarca,  nel 
Messaggero  della  domenica,  di  Roma,  a.  II,  n.  1,  3  gennaio  1919;  7. 
J.  MORRIS  MOORE,  La  festa  di  san  Giorgio  e  il  genetliaco  di  Sh.t  in 
L'orma,  di  Napoli,  I,  n.  5,  28  maggio   1919. 

Questione  baconiana,  e  scioccherie  affini.—  1 .  G. 
CHIARINI,  La  questione  baconiana  (1889),  in  Studi  shak.,  cit.;  2.  G. 
HAMILTON  CAVALLETTI,  Sh.  V  attore  o  Sh.  pseudonimo  (in  Rassegna 
nazionale  di  Firenze,  1  giugno  1897);  3.  O.  MASNOVO ,  Come  Sh. 
potè  leggere  Euripide,  piccolo  contributo  alla  questione  baconiana  (Par- 
ma, 1909):  cfr.  sullo  stesso  argomento  G.  S.  GARGANO,  in  Marzocco, 
XIV,  n.  34;  4.  E.  GlOVANNETTI,  Una  bomba  letteraria  (a  proposito 
del  libro  del  Lefranc),  nel  Resto  del  carlino  di  Bologna,  7  maggio  1919; 
5.  G.  S.  GARGANO,  L'ultima  maschera  shakespeariana,  in  La  cita  bri- 
tannica, II,  nn.  3-4,  maggio-giugno  1919. 

Pensiero  shakespeariano.  —  1.  G.  FRANCIOSI,  La  virtù 
punitiva  della  coscienza  nell'Inferno  di  Dante  e  nei  drammi  dello  Sh. 
(in  Rivista  universale  di  Firenze,  1875,  voi.  XXII,  e  in  La  sapienza  di 
Roma,  a.  IV,  1882,  voi.  V);  2.  PlLADE  BORDONI,  Essai  sur  la  mo- 
rale dans  V  atuvre  de  W.  S.  (Livorno,  Giusti,  1888);  3.  L.  SERNA- 
GIOTTO,  G.  S.  e  la  sua  religione  (in  Rassegna  nazionale,  1 6  luglio  1 895); 
4,  GIUSEPPE  ZIINO,  Sh.  e  la  scienza  moderna,  studio  medico-psicolo- 
gico e  giuridico  (Palermo,  Reber,  1897);  5,  G.  PIOLI,  Morale  e  reli- 
gione nelle  opere  di  Sh.  (in  {Bilychnis  di  Roma,  a.  VII,    1918). 

Serie  di  drammi.  —  1 .  ETTORE  CARLANDI,  /  drammi  ro- 
mani di  Sh.,  art.  in  Rivista  europea  del  1880,  e  poi  in  Saggi  critici 
(Bari,  1881);  2.  R.  LEONETTI,  W.  S.  e  le  sue  maggiori  tragedie  (Na- 
poli, Morano,  1904);  3.  GIUSEPPE  COSENTINO,  Le  comedie  di  Sh. 
(Bologna,  Beltrami,  1906);  4.  lo  stesso,  /  drammi  storici  di  Sh.  (ivi» 
1 907);  lo  stesso,  Le  tragedie  di  Sh.  (ivi,  1 909):  ampie  trattazioni,  lus- 
suosamente stampate  e  con  incisioni. 

A  m  1  e  t  o.  —  I.  P.  P.  PARZANESE,  Amleto,  nel  Poliorama  pitto- 
resco di  Napoli,  a.  XII,  voi.  II,  (1848),  n.  46;  2.  G.  GUERZONL 
L'Amleto,  in  //  teatro  italiano  nel  secolo  XVIII  (Milano ,  Treves, 
1876),  pp.  502-32;  3.  F.  MONTEFREDINI,  Amleto,  in  Studi  critici  (Na- 


XX.  -  LETTERATURA  SHAKESPEARIANA  23 1 

poli,  Morano,  1877);  4.  A.  GRAF,  Amleto,  Indole  del  personaggio  e 
del  dramma,  in  Studi  drammatici  (Torino,  1878);  5.  R.  DE  ZERBI, 
Amleto,  studio  psicologico  (Torino,  1880);  6.  P.  STAFFIERI,  Amleto, 
poche  osservazioni  (Venafro,  1886);  7.  N.  R.  D'ALFONSO,  Lo  spettro 
d'Amleto,  note  psicologiche  (Roma,  1893;  n.  ed.  in  Note  psicologiche, 
estetiche  e  criminali  ai  drammi  di  Sh.,  Milano,  Soc.  ed.  libr.,  1914); 
8.  N.  SCARANO  Amleto  e  Adelchi  (nella  Nuova  Antologia,  16  set- 
tembre 1892);  9.  G.  M.  LUPINI,  Sh.  e  l'Amleto,  studio  critico  psico- 
logico (Torino,  Roux,  1895);  10.  ED.  BIANCO,  L'Amleto  di  G.  Sh., 
studio  (Cremona,  1897);  11.  G.  NAVONE,  Amleto  e  Don  Chisciotte  (in 
Rassegna  nazionale,  1  agosto  1897);  12.  C.  SEGRÉ,  Goethe  e  l'Amleto, 
in  Saggi  critici  di  lett.  straniera  (Firenze,  Le  Monnier,  1 894,  pp.  1  -35); 
13.  F.  LOSINI,  Amleto  e  don  Chisciotte,  considerazioni  di  I.  S.  Turghe- 
nief,  in  Fanfulla  della  domenica,  XXX,  nn.9-10,  marzo  1908;  14.  EN- 
RICO COLANERI,  La  filosofia  e  l'arte  nell'Amleto  di  Sh.,  in  Studi  di 
critica  moderna  (Torino,  Paravia,  1909);  15.  V.  CRESCIMONE,  Amleto 
e  Leopardi,  Amleto,  Fausto  e  Leopardi,  in  Saggi  e  conferenze  (Caltanis- 
setta,  1912);  16.  PAOLO  ORANO,  Amleto  è  Qiordano  Bruno?  (Lan- 
ciano, Carabba,  1916);  17.  FEDERICO  OLIVERO,  Sull'Amleto  di  W:Sh. 
(in  Nuova  antologia,  16  aprile  1916);  18.  G.  PAPINI,  Amleto,  in  Stron- 
cature, Firenze,  1916,  n.  ed.  1919,  pp.  225-34;  19.  ENZO  MARCEL  - 
LUSI,  //  tragico  travestito  e  Amleto,  in  A  pie  del  monte  (Rocca  S.  Ca- 
sciano,  Cappelli,  1917,  pp.  73-118);  20.  A.  DE  STEFANI,  Amleto,  in 
Rassegna  italo-britannica  di  Milano,  II,  1919,  n.  3;  21.  GIUSEPPE  TOF- 
FANIN,  Amleto,  (cap.  XXI  del  libro:  La  fine  dell'Umanesimo,  Torino, 
Bocca,  1920);  22.  S.  BENCO,  Amleto,  nel  Resto  del  carlino  di  Bolo- 
gna, 1  agosto  1919;  23.  C.  FORMICHI,  La  psicologia  dell'Amleto  sha- 
kespeariano, in  Marzocco,  XXV,  nn.  28-9,  luglio  1920;  24.  G.  S.  GAR- 
GANO, L'eterno  enigma  di  Amleto,  ivi,  XXV  n.  31,  1  agosto  1920; 
25.  G.  S.  GARGANO,  Amleto  e  il  nuovo  indirizzo  della  critica  sha- 
kespeariana, ivi,  20  marzo  1921;  26.  N.  R.  D'ALFONSO  La  filosofia 
d' Amleto  principe  di  Danimarca  (Milano,  Soc.  ed.  libr.,   1921). 

Otello.  —  1 .  F.  MONTEFREDINI,  Otello,  in  Studi  critici  cit.;  2. 
Verdi  e  Otello,  numero  unico  pubblicato  dalla  Illustrazione  italiana  e 
compilato  da  U.  Pesci  ed  E.  Ximenes  (Milano,  Treves)  ;  3.  L.  F. 
GUERRA,  Otello,  in  Studi  critici  (Bari,  Cannone,  1886);  4.  JARRO  (G. 
Piccinni),  L'Otello  di  G.  Sh.,  studio  critico  (Firenze,   1888);  5.  RAF- 


232  XX.  -  LETTERATURA  SHAKESPEARIANA 

FAELE  LEONETTI,  La  Desdemona  di  Sh.  (Napoli,  1903);  6.  A.  GRAF, 
La  gelosia  di  Otello  (nella  Nuova  antologia,  1  febbraio  1892);  7.  P. 
MOLMENTI,  introduzione  alla  versione  dell* Otello  del  Pasqualigo  (Fi- 
renze, Sansoni,  1887);  8.  C.  SEGRÉ,  Le  fonti  italiane  dell'Otello,  nel 
voi.  cit.  Relazioni  letterarie  tra  Italia  e  Inghilterra  (pp.  1-51);  C.  A. 
LEVI,  nell*  Adriatico  di  Venezia  del  1  e  del  25  aprile  1898,  e  poi: 
Othello  and  Desdemona  were  real  persons,  in  New  York  Herald,  16  no- 
vembre 1902;  10.  N.  R.  D*  ALFONSO,  in  Note  cit. 

Macbeth.  —  1.  N.  R.  D'ALFONSO,  Macbeth,  in  Note  cit.;  2. 
B.  ZUMBINI,  Macbeth,  in  Studi  di  leit.  straniera  (2a  ediz.,  Firenze,  Le 
Monnier,  1907);  G.  S.  GARGANO,  Macbeth  in  italiano,  nel  Marzocco, 
XVII,  n.  8;  4.  C.  CHIARINI,  pref.  alla  sua  trad.  del  Macbeth  (Firenze, 
Sansoni,  s.  a.,  ma  1912,  pp.  V-LXXI;  A.  DE  STEFANI,  La  tragedia 
di  Macbeth  (Torino,  Bocca,  1922). 

Re  Lear.  —  1.  CARLO  PIGNONE,  //  re  Lear,  discorso  (Caserta, 
1886);  2.  N.  R.  D'  ALFONSO,  //  re  Lear,  in  Note  cit.;  3.  E.  NEN- 
CIONI,  Le  tre  pazzie,  in  Saggi  critici  di  lett.  straniera  (Firenze,  Le  Mon- 
nier, 1898);  4.  C.  FORMICHI,  //  re  Lear,  in  Rassegna  critica  di  Na- 
poli, aprile  1913;  5.  A.  FAGGI,  //  re  Lear  e  i  Promessi  sposi  (in  Atti 
della  R.  Accad.  delle  scienze  di  Torino,  voi.  52,  1916-7,  pp.  531-42); 
6.  C.  CHIARINI,  pref.  alla  sua  trad.  ital.  (Firenze,  Sansoni,  1910, 
pp.  V-XLV1I);  7.  N.  R.  D*  ALFONSO,  Edmondo  il  bastardo  nel  Re 
Lear,  in  Nuovo  convito,  nov.-dic.  1917;  8.  G.  CASTELLANO,  Re  Lear 
(Bari,  Laterza,    1922). 

Romeo  e  Giulietta.  —  1.  F.  PERSICO,  Romeo  e  Giulietta, 
(Napoli,  Marghieri,  1876);  2.  FANNY  ZAMPINI  SALAZAR,  Giulietta 
e  Romeo,  pensieri  ed  osservazioni  di  Sidney  Philips:  dall'  inglese  (Na- 
poli, Morano,  1882);  3.  G.  CHIARINI,  Romeo  e  Giulietta  (1887-88),  in 
Studi  shak.  cit.;  4.  ANTONIO  ClSCATO,  Note  su  Romeo  e  Giulietta 
(in  Atti  della  R.  Accademia  Olimpica,  voi.  XXII,  1888);  5.  A.  FRAN- 
CHETE La  Giulietta  dello  Sh.  e  V  Italia  (in  Lettere  ed  arti,  di  Bolo- 
gna, 1889,  I,  n.  1);  6.  CORRADO  RICCI,  Leggende  d'amore,  in  Nuova 
antologia,  16  maggio  1892,  rist.  in  Rinascita  (Milane,  1902);  7.  G. 
BROGNOLIGO,  La  leggenda  di  Giulietta  e  Romeo  (in  Giornale  ligustico 
XIX,  1892),  raccolta,  con  altri  scritti  affini  e  con  accrescimenti,  in  Studi 
di  storia  letteraria  (Roma-Milano,  Soc.  Dante  Alighieri,  1904);  8.  GUI- 
DO LEATI,  Di  Giulietta  e  Romeo  (Spoleto,   tip.   dell'  Umbria,    1897); 


XX.  -  LETTERATURA  SHAKESPEARIANA  233 

"9.  C.  CHIARINI,  pref.  alla  sua  trad.  (Firenze,  Sansoni,  1911,  pp. 
IH-XXXVII);  10.  G.  DI  MARTINO,  Chi  rese  immortali  Giulietta  e  Ro- 
meo, in  Rivista  d'Italia,  marzo  1917. 

Giulio  Cesare.  —  1.  F.  FORLANI,  Sul  Giulio  Cesare  di  Sh. 
(Trieste,  1874);  2.  G.  GUERZONI.  //  Giulio  Cesare  e  il  Bruto  se- 
condo, in  //  teatro  italiano  nel  secolo  XVIII  (Milano,  Treves,  1876), 
pp.  554-81:  cfr.  dello  stesso,  Qiulio  Cesare  nell'arte,  in  Politecnico  di 
Milano,  maggio-giugno  1865;  3.  NATALE  DE  SANCTIS  Cesare  e  M. 
Bruto  nei  poeti  tragici  (Palermo,  Clausen,  1895);  4.  L.  DE  ROSA  SI., 
Voltaire  e  Alfieri  e  la  tragedia  di  Cesare,  saggio  di  critica  psicologica 
(Camerino,  tip.  Savini,  1900);  5.  A.  FAGGI,  Il  Giulio  Cesare  dello  Sh. 
{in  Rivista  d'Italia,  maggio  1916,  pp.  593-614);  6.  BRUNA  PALAGI, 
Giulio  Cesare  nella  poesia  drammatica  italiana  e  straniera  (Lucca,  tip. 
Baroni,  1919). 

Enrico  V  I  1 1.  —  C.  SEGRÉ,  Sh.  nell'Enrico  Vili,  in  Saggi  cri- 
tici di  lett.  str.  cit.  (pp.  203-26). 

Il  Mercante  di  Venezia.  —  1 .  F.  FORLANI,  La  lotta  per 
il  diritto,  variazioni  filosofico-giuridiche  sopra  il  Mercante  di  Venezia  e 
altri  drammi  dello  Sh.  (Torino,  Loescher,  1874);  2.  G.  AZZOLINI, 
Shylok  e  la  leggenda  della  libbra  di  carne  (Reggio  Emilia,  1893);  3. 
ALBERTO  MANZI,  L'ebreo  e  la  libbra  di  carne  nel  Mercante  di  Ve- 
nezia (Rocca  San  Casciano,  Cappelli,  1896);  4.  IARRO  (G.  Piccinni), 
La  questione  semitica  nel  Mercante  di  Venezia  (Firenze,  Bemporad,  1897); 
5.  G.  CHIARINI,  Le  fonti  del  Mercante  di  Venezia  e  il  giudeo  nell'an- 
tico teatro  inglese,  ristamp.  in  Studi  shakespeariani,  cit. 

La  Tempesta.  —  1 .  R.  BONGHI,  La  Tempesta  di  G.  Sh.  e  il 
Calibano  di  E.  Renan  (nella  Nuova  antologia  del  1878,  e  poi  nel  voi.: 
Horae  subsecivae,  Roma,  Sommaruga,  1 883);  .2  F.  PERSICO,  La  Tempe- 
sta di  G.  Sh.  (nella  Rassegna  nazionale,  giugno  1881);  3.  GUIDO  BI- 
CONI, La  Tempesta  di  G.  Sh.  (negli  Atti  della  R.  Accademia  di  ar- 
cheologia e  belle  lettere  di  Napoli,  voi.  XVIII,  1897);  4.  UGO  FLE- 
RES,  La  fisionomia  nelle  arti  (su  Ariel  e  Prospero),  nella  Nuova  an- 
tologia, 15  marzo  1895;  5.  G.  S.  GARGANO,  nel  Marzocco,  XVI, 
n.  22;  6.  FERD.  NERI,  Scenari  delle  maschere  in  Arcadia  (Città  di 
Castello,  Lapi,   1913):  cfr.  in  questo  voi.,  pp.    107-22. 

Il  Sogno  di  una  notte  di  mezza  estate.  —  1.  F. 
PERSICO,   //  sogno  di  una  notte    d' estate    (nella    Rassegna    nazionale, 


234  XX.  -  LETTERATURA  SHAKESPEARIANA 

maggio  1888);  2.  G.  S.  GARGANO,  //  «  Sogno  »  di  Sh.,  nel  Marzocco, 
XIV,  n.  13;  3.  FERDINANDO  BERNINI,  Il  sogno  di  una  notte  di  mezza 
estate  (Parma,  Battei,  1916);  4.  F.  OLIVERO,  Sul  «  Sogno,  ecc.  »,  in  /*/- 
vista  d'Italia,    15  agosto    1921. 

La  notte  di  Befana,  e  Come  vi  piace.  —  Prefazioni 
di  C.  CHIARINI  alle  sue  traduzioni  di  queste  due  commedie  (Firenze, 
Le  Monnier,    1920). 

Enrico  IV  e  V,  e  Allegre  donne  di  Windsor.  — 
1.  C.  BRAGGIO,  Falstaff  e  il  grottesco  nel  rinascimento  (in  Biblioteca 
delle  scuole  italiane,  1892,  n.  I);  2.  CARLO  DONATI,  Falstaff  (negli 
Atti  dell'Accademia  Olimpica  di  Vicenza,  voi.  XXV-XXVi,  1893);. 
3.  R.  GlOV AGNOLI,  /  precursori  di  Falstaff  (nella  Nuova  antologia, 
15  aprile  1893);  4.  G.  BARONE,  Di  un  antenato  italiano  di  Falstaff 
(Roma,  Loescher,  1895);  5.  C.  SEGRÉ,  La  storia  di  Falstaff,  in  Saggi 
critici  cit.  (pp.  37-89);  6.  Io  stesso,  Due  novelle  italiane  e  le  Allegre 
comari  di  Windsor,  in  Relazioni  letter.,  cit.  (pp.  423-37);  G.  S.  GAR- 
GANO, L' Enrico  V,  nel  Marzocco,  XX,  n.  50;  8.  FRANCESCO  PA- 
GLIARA, Errico  V,  Firenze,  1917  (estr.  d.  Rassegna  nazionale,  1  giu- 
gno,   1917). 

Altri  drammi  e  commedie.  —  1.  ANTONIO  RENDA,  Psi- 
cologia shakespeariana:  Pericle  principe  di  Tiro  (Teramo,  1 895:  estr.  dalla 
Rivista  abruzzese);  2.  NATALE  DE  SANCTIS  ,  /  drammi  greci  di  W. 
Sh.,  cap.  I  (Catania,  Galatola,  1899);  3.  V.  REFORGIATO,  La  parodia 
omerica  in  un  dramma  di  Sh.  (Catania,  Calati,  1 899,  ristampa  in  Saggi 
critici  e  letterari  di  V.  CRESCIMONE,  (Palermo,  Sandron,  1903);  4.  C. 
SEGRÉ,  Un'eroina  del  Boccaccio  e  V Elena  di  Sh.  (in  Fanfulla  della 
domenica,  XXIII,  n.  16);  G.  PACE,  /  Suppositi  e  la  Taming  of  the 
shreu)  (in  Malta  letteraria,  1897,  voi.  V,  fase.  45-46);  6.  FRANCESCO 
PAGLIARA,  Cimbelino,  Firenze,  1916  (estr.  della  Rassegna  naz.,  1  giu- 
gno 1917);  7.  LUIGI  GAMBERALE,  "Donne  e  fanciulle  nelle  commedie 
di  Sh.  (Napoli,  1917:  estr.  dal  Nuovo  convito);  8.  F.  PAGLIARA,  Due 
gentiluomini  di  Verona,  nella  Rassegna  nazionale,  16  aprile  1918;  9.  A. 
FAGGI,  Pene  d'amor  perduto,  nel  Marzocco,  XXIV,  n.  1 6,  20  aprile  1 909. 
Caratteri  shakespeariani.  —  1.  G.  CHIARINI,  Le  donne 
nei  drammi  di  Sh.  e  nella  Commedia  di  Dante,  in  Studi  shafcesp.  cit.,' 
2.  G.  COSENTINO,  Le  donne  di  Sh.  (Bologna,  libr.  Treves,  1906);  3. 
M.   MAIENZA,   Le  donne  oneste  e  le  altre  nei  drammi  di  G.  Sh.,   con- 


XX.  -  LETTERATURA  SHAKESPEARIANA  235 

fetenza  (Caltanisetta,  1 909);  4.  V.  CRESCIMONE,  Fanciulle  e  spose  nello 
Sh.,  in  Saggi  e  conferenze  (Caltanisetta,  1912);  5.  ANTONIO  MASELLI, 
Gli  umili  nella  tragedia  greca  e  shakespeariana  (Alatri,  Isola,  1920),  cfr. 
G.  S.  GARGANO,  in  Marzocco    XXV,  n.  36,  5  novembre  1920. 

Varia.—  1 .  PIETRO  TOLDO,  Due  tragedie  di  Sh.  nella  tradizione  po- 
polare francese  (in  Nuova  antologia,  16  giugno  1895);  2.  G.  A.  CESAREO 
La  leggenda  dello  Sh.  (in  Natura  ed  arte  di  Milano,  sett.  1895);  3. 
L.MASCETTA  CARACCI,  Dante  in  Sh.,  nel  Giornale  dantesco,  IV,  1896; 
4.  lo  stesso,  Sh.  e  i  classici  italiani,  a  proposito  di  un  sonetto  di  Guida 
Guinicelli  (Lanciano,  Carabba,  1902);  5,  R.  GlOV AGNOLI.  //  Machia- 
velli e  lo  Sh.  (in  Scena  illustrata  di  Firenze,  1 5  gennaio  1 903);  6.  F. 
PRUDENZANO,  La  musica  nei  drammi  di  Sh.,  in  Rivista  teatrale  italiana* 
di  Napoli,  voi.  II,  p.  160  sgg.;  7.  A.  MELANDRI,  Le  krack  de  Sh., 
ivi,  voi.  V,  1 26  sgg.;  8.  TERESA  BAGNOLI,  Shakespeariana,  ricordi  ed 
appunti  (Firenze,  Seeber,  1907);  9.  V.  SAPIENZA,  Traduzioni  e  tradut- 
tori, a  proposito  di  traduzioni  shakespeariane  (Catania,  Mattei,  1912); 
10.  MATILDE  DOCCIOLI,  Fonti  italiane  nei  drammi  di  G.  Sh.  (Lodi, 
1914);  11.  MARGHERITA  BERIO,  Sh.  e  la  musica  (in  Nuova  anto- 
logia, 16  aprile  1916);  12.  P.  BELLEZZA,  Pace  e  guerra  in  Sh.,  nella 
Rivista  italo-britannica  di  Milano,  1,  1918,  n.  8,  pp.  60-64;  13.  G.  S. 
GARGANO,  Mark  Twain  e  Sh.,  in  Marzocco,  XV,  n.  18;  Miscel- 
lanea shakespeariana,  ivi,  XVI,  n.  25;  Drammi  italiani  di  Sh.  in  una 
nuova  traduzione,  ivi,  XV11I,  n.  30;  Fonti  italiane  di  Sh.,  ivi,  XVIII, 
n,  52;  Sh.  e  la  cittadinanza  tedesca,  ivi,  XIX,  n.  49;  14.  G.  TOF- 
FANIN,  De  Musset  e  Sh.,  in  Gli  ultimi  nostri  (Forlì,  Bordandini,  1919), 
pp.  39-50;  1 5.  U.  FLERES,  //  ritratto  nel  teatro  shakespeariano,  in  Nuova 
antologia,  16  agosto  1920;  16.  L.  GAMBERALE,  Sh.  conobbe  'Dante  ? 
nella  rivista  il  Nuovo  Convito,  di  Roma,  aprile  1921;  17.  G.  S.  GAR- 
GANO, Sh.  e  Florio,  in  Marzocco,  XXVI,   n.   79,  26  settembre  1921 . 

Pel  terzo  centenario  della  morte  dello  Sh.  — 
Oltre  il  fase,  già  spogliato  della  Nuova  antologia,  del  16  aprile  1916, 
un  numero  speciale  pubblicò  il  Marzocco  di  Firenze,  XXI  (1916),  n.  17, 
contenente:  G.  S.  GARGANO,  G.  Sh.  nel  terzo  centenario  della  morte; 
G.  DE  LORENZO,  Sh.  e  l'Italia;  M.  CERINI,  Sh.  e  noi;  A.  FAGGI, 
//  Macheth  e  i  Promessi  Sposi  (v.  s.);  D.  ANGELI,  La  fortuna  di  Sh. 
in  Italia;  P.  LEVI,  Sh.  sulla  scena  italiana;  I.  PlZZETTI,  Spunti  di 
critica  musicale  shakespeariana;  N.  TARCHIANI,  Sh.  e    l'arte   italiana. 


236  XX.  -  LETTERATURA  SHAKESPEARIANA 

Anche:  EGIZIO  GUIDI,  Nel  terzo  centenario  di  Sh.  (Teramo,  1916: 
estr.  dall'  Aprutium,  a.  V). 

Interpetrazioni  d*  attori,  —  1.  ERNESTO  ROSSI,  Studi 
drammatici  (Firenze,  Le  Monnier,  1884);  2.  TOMMASO  SALVINI,  ar- 
ticoli sulle  sue  interpetrazioni  shakespeariane,  nel  Fanfulla  della  do- 
menica del  1884;  3.  ADELAIDE  RISTORI,  Ricordi  e  studi  artistici  (To- 
rino, Roux,  1 887).  Per  interpetrazioni  recenti:  SILVIO  D'AMICO,  Ma- 
schere  (Roma,  Mondadori,    1921),  pp.  51-102. 

Scienza    positiva    intorno    ai    drammi     dello     Sh. 

1.  ENRICO  FERRI,  /  delinquenti  nell'arte  (Genova,  tip.  ligure,  1896); 

2.  A.  FAGGI,  /  sogni  in  Sh.,  note  critiche  (Firenze,  tip.  coop.,  1890); 

3.  N.  R.  D'ALFONSO,  Le  dottrine  dei  temperamenti  nell'antichità  e  ai 
nostri  giorni  (Roma,  Soc.  ed.  D.  Alighieri,  1904:  cfr.  il  cap.  F  tempe- 
ramenti nelV  arte)\  4.  lo  stesso,  Lo  spiritismo  secondo  Sh.  (Roma,  Loe- 
scher,   1905). 

Arte  figurativa.  —  GAETANO  GlUCCI,  Soggetti  pittorici  de- 
sunti dalle  opere  tragico  -  drammatiche  di  G.  Sh.  e  raccolti  per  agevo- 
lare la  esecuzione  artistica  della  Qalleria  shakespeariana  (Firenze,  1861). 

Opere  d'  immaginazione.  —  GUSTAVO  STRAFFORELLO, 
Shakespeare  e  i  suoi  tempi,  romanzo  storico-biografico  (Torino,  tip.  del 
giornale  //  conte  di  Cavour,   1870,  due  voli.,  2.  ediz.,    1887). 

Sonetti  e  poemetti.  —  1.  GUSTAVO  TlRlNELLl,  /  sonetti  di 
Sh.  (nella  Nuova  antologia,  XIII,  1878,  voi.  Vili);  2.  FRANCESCO 
CONTALDI,  Lirica,  trad.,  voi.  I,  P»eti  inglesi  (Giulianova,  tip.  del  com- 
mercio, 1886);  pp.  93-5,  i  sonn.  71-73,  promettendo  pel  secondo  voi. 
scelta  più  larga;  3.  L.  DE  MARCHI,  /  sonetti  di  Sh.  (Milano,  tip.  Coo- 
per., 1891);  4.  ANGELO  OLIVIERI,  /  sonetti  di  W.  S.  tradotti  perla 
prima  volta  in  italiano,  col  testo  inglese  a  fronte  riscontrato  sui  migliori 
esemplari  (Palermo,  1890);  5.  ETTORE  SANFEL1CE,  /  1 54  sonetti  di  G. 
S.  tradotti  in  sonetti  italiani:  con  prefazione  che  raccoglie  le  varie  teo- 
rie proposte  (Velletri,  tip.  Lizzini,  1897);  6.  LUCIFERO  DARCHIN1,  / 
sonetti,  trad.  Hai,  con  introd.  e  note  (Milano,  Sonzogno,  1909);  7.  P. 
LEPORACE,  //  petrarchismo  e  i  sonetti  di  Sh.  (Cosenza,  Riccio,  1907); 

8.  G.  TlRlNELLl,    Venere  e  Adone  di  G.  S.,  trad.  ital.  (Firenze,  1898); 

9.  AD.  MABELL1N1,  //  lamento  d'  un  amante  e  il  pellegrino  innamorato 
trad.  in  Verso  (Fano  tip.  letter.,  1898);  10.  lo  stesso,  /  poemetti  tra- 
sdotti da  A.  M.  (Bologna,  Zanichelli,     1913);   11.   Versioni  da  Sh.  (al- 


XX.  -  LETTERATURA  SHAKESPEARIANA  237 

cuni  sonetti  e  liriche  sparse  nei  drammi),  in  //  Convegno  di  Milano,  di 
4-8-9  sett. -ottobre,   1920. 

Divulgazione  e  influsso  dello  Sh.  in  Italia.  — 
Pei  lavori  in  proposito  (Morandi,  Kerbaker,  Scherillo,  Schiavello,  Bel- 
lezza, Graf,  ecc.  ecc.),  si  rimanda  alla  già  citata  appendice  al  voi.  del 
Collison-Morley.  —  Segniamo  qui  gli  artic.  di  G.  S.  GARGANO,  Sh.  e 
il  dovere  d'Italia  (in  Marzocco,  XI,  n.  52),  Ancora  Sh.  e  l'Italia  (ivi, 
XII,  n.  2),  e  un  altro  de  LA  COMPIUTA  DONZELLA  (Amy  Bernhardy), 
Schermaglia  shakespeariana,  nel  Leonardo  di  Firenze,  s.  Ili,  a.  V,  n.  2y 
aprile-giugno  1907,  pp.  214-219:  del  GARGANO  altresì,  Sh.  in  Italia, 
in  Marzocco,  XXII,  n.  38.  Cfr.  anche  G.  FERRANDO,  Gli  studi  lette- 
rari inglesi  in  Italia,  in  La  cita  britannica,  di  Firenze,  I,  3  sett.-ottob. 
1918;  v.  spec.  pp.  259-60. 

Dramma  elisabettiano.  —  C.  PASQUAL1GO,  //  teatro  in- 
glese prima  di  Sh.,  art.  in  Rivista  europea  del  1874;  2.  A.  R.  LEVI, 
Storia  della  letteratura  inglese,  cit.,  con  larga  informazione;  3.  C.  MARLO- 
WE,  La  tragica  storia  del  dottor  Fausto,  prima,  trad.  ital.  di  Eugenio  Tu- 
riello  (Napoli,  Golia,  1898);  lo  stesso,  trad.  con  pref.  e  note  di  Pie- 
tro Bardi  (Bari,  Laterza,  1907);  4.  R.  PICCOLI,  Drammi  elisabettiani 
tradotti;  voi.  I,  K\)d-Greene-Peele-Marlov>e  (Bari,  Laterza,  1914);  5.  [E. 
Allodoli],  La  duchessa  di  Malfi  di  QioVanni  Webster,  trad.  e  prefaz. 
(Lanciano,  Carabba,  s.  a.,  ma  1913);  6.  L.  GAMBERALE,  //  diavolo 
bianco  o  Vittoria  Corombona;  La  condanna  di  Vittoria  Corombona,  del 
Webster,  saggio  di  versioni  (Pescara,  1916:  estr.  dal  Nuovo  convito); 
7.  lo  stesso,  Tre  scene  della  "  Duchessa  d'Amalfi9  (ivi,  1916);  8.  lo 
stesso,  Alcune  scene  della  tragedia  «  Annabella  e  Giovanni  »  di  John 
Ford  (Napoli,  1917;  estr.  dal  Nuovo  convito,  1917);  9.  lo  stesso,  // 
diavolo  bianco  o  Vittoria  Corombona,  tragedia  tradotta  in  versi  (Agnone, 
tip.  Sammartino-Ricci,  1922):  dà  intero  il  dramma,  e  promette  l'altro 
del  Webster  e  quello  del  Ford.  (1). 


(1)  A  queste  opere  italiane  sarebbe  da  aggiungere  il  mio  saggio 
Shakespeare,  nella  Critica,  XVII,  nn.  3-4  maggio-luglio  1919,  raccolto 
poi  nel  voi.:  Ariosto,  Shakespeare  e  Corneille  (Bari,  1921),  e  tradotto 
in  inglese  ed  in  tedesco  ;  e  aggiungere  altresì  le  parecchie  recensioni, 
gli  articoli  e  gli  opuscoli,  ai  quali  quel  saggio  ha  dato  occasione.  Ciò 
si  nota  per  chi  vorrà  continuare  questa  bibliografia. 


XXI. 

UN  NAPOLETANO  COMMENTATORE 

DI  DANTE 

RAFFAELE  ANDREOLI 

Tutti  hanno  o  hanno  avuto  tra  le  mani  il  commento  alla 
Divina  Commedia  di  Raffaele  Andreoli,  del  quale  da 
mezzo  secolo  la  casa  editrice  Barbèra  moltiplica  le  edi- 
zioni scolastiche.  Senza  ricorrere  a  superlativi  compara- 
tivi, il  cui  uso  è  sempre  pericoloso,  e  senza  far  torto  agli 
altri  assai  pregevoli  commenti  danteschi  che  ora  possedia- 
mo (tra  i  quali  rifulge  quello  del  Torraca),  è  lecito  affer- 
mare che  il  commento  dell* Andreoli  e  dei  meglio  condotti 
per  chiarezza  e  sobrietà,  buon  senso  e  buon  gusto,  e  per 
semplice  eleganza  di  dettato;  e  che  venir  leggendo  sotto 
questa  guida  discreta  il  poema  sacro  è  un  vero  piacere,  un 
piacere  che,  purtroppo,  altri  commentatori  contrastano  o 
non  agevolano  al  desioso  lettore.  Ma  accade  per  questo 
libro  il  contrario  di  quel  che  accade  in  altri  casi,  nei  quali 
Fautore  è  noto  e  i  suoi  libri  non  sono  letti  da  nessuno  : 
qui  il  libro  è  notissimo  e  dell'autore  non  si  sa  nulla.  Più 
volte  m' è  stato  domandato  da  uomini  di  lettere  e  da 
n  dantisti  n  :  —  Ma  chi  era  1* Andreoli?  Conoscete  notizie 
di  lui? — E  in  uno  degli  ultimi  fascicoli  del  Bullettino  della 
Società  dantesca  ho  incontrato  queste  parole  :   n  . . . .    un 


XXI.  -  UN  COMMENTATORE  DI  DANTE  239 

modesto  commentatore,  il  cui  nome  molto  non  suona,  e  me- 
riterebbe forse  di  più,  TAndreoli ...  n  (I). 

Ora  io  non  ho  conosciuto  FAndreoli  (sebbene  in  una 
sua  lettera  del  1 885,  che  ho  dinanzi,  ritrovi  il  mio  nome, 
e  insieme  la  manifestazione  del  gentile  proposito  da  lui 
espresso  di  voler  fare  la  mia  conoscenza  personale  quando 
fosse  venuto  a  Napoli);  ma  egli  era  amico  di  miei  con- 
giunti e  fu  anche  segretario  particolare  di  mio  zio  Silvio 
Spaventa  negli  anni  in  cui  lo  Spaventa  resse  il  ministero 
dei  lavori  pubblici.  Ciò  mi  mette  in  grado,  e  mi  fa  quasi 
obbligo,  di  scrivere  questo  cenno  della  sua  vita  e  della 
sua  operosità  letteraria. 

L'Andreoli  era  napoletano,  nato  in  Napoli  il  5  otto- 
bre 1823,  e  cominciò  poeta,  dando  fuori  a  vent*  anni, 
nel  1844,  un  volumetto  di  novelle  (2),  romantiche  nel  con- 
tenuto ma  ariostesche  nel  trattamento  dell'  ottava.  Erano 
intitolate:  //  consiglio,  in  quattro  canti,  L'amor  coniugale, 
canto  unico,  L'amor  supposto,  tre  canti,  //  barone,  quattro 
canti  ;  e  di  esse  una  fu  da  lui  ristampata  con  lievi  ritocchi 
e  col  mutato  titolo  La  trappola  ,  quarant*  anni  dopo,  tra 
F  imperversare  della  più  rozza  letteratura  veristica,  come 
attestato  di  affetto  ai  vecchi  modi  patri  (3). 

Il  volumetto  del   1844,  ora  quasi  introvabile  (4),  recava 


(1)  E.  G.  PARODI,  in  Bullettino  eh.,  voi.  XXV,  marzo-settembre  1918, 
p.   15. 

(2)  //  Preludio  di  RAFFAELE  ANDREOLI  (Napoli,  Giuseppe  Barone 
tipografo,   1844:  in   16,  di  pp.  264). 

(3)  La  trappola,  novella  in  ottava  rima  (Firenze,  Barbera,  1883). 

(4)  Ne  ho  trovato  una  copia  presso  il  chimico  signor  Francesco  de 
Crescenzo,  marito  di  una  sua  nipote,  il  quale  ha  messo  cortesemente  a 
mia  disposizione  le  poche  carte  lasciate  dall' Andreoli. 


240  XXI.  -  UN  COMMENTATORE  DI  DANTE 

in  luogo  di  prefazione  un  sonetto,  che  mi  piace  trascri- 
vere, non  per  merito  poetico  che  abbia,  ma  perchè  gio- 
vanilmente autobiografico  : 

Passa  il  quarto  mio  lustro,  e  tanto  appena 
ancor  m'  avanza  del  paterno  stento, 
quanto  a  viver   mi  basta,   ma  con  pena  : 
il  resto,  ohimè,  se  Y  ha  portato  il  vento. 

La  legge  io  studio  amara  e  disamena, 
ma  per  necessità,  non  per  talento  : 
amor  del  bello  a  poetar  mi  mena, 
né  d'ostacolo  alcuno  mi  sgomento. 

Napoli,  agli  occhi  cara,  £.1  genio  ingrata, 
mi  die  la  culla,  ed  io  di  tanto  amore 
n'  ardo,  che  i  torti  dei  suoi  figli  obblio. 

Lievemente  or  preludo:  ma  se  grata 
sarà  mia  voce,  quant'  io  pur  desio, 
canto  trovar  saprò  forse  maggiore. 

Studiava  infatti  giurisprudenza,  e  in  quella  facoltà  prese 
la  laurea  nel  1847,  nell'  università  napoletana;  e  si  sarebbe 
disposto  a  far  1*  avvocato  o  P  impiegato,  se,  dopo  i  casi 
del  1848  (1),  l'essersi  trovato  il  suo  nome  unito  a  quello 
del  Settembrini  nelP  istruttoria  pel  processo  della  setta 
I*  Unità  italiana,  non  gli  avesse  serrate  le  porte  del  foro 
e  tolto  l'adito  a  ogni  pubblico  impiego. 

Fu  costretto  dunque,  nel  decennio  della  reazione,  a 
campar  la  vita  col  dar  lezioni  private  di  materie  legali  e 
di  letteratura,    e    ad    aiutarsi  con  lavori  pei  librai.  Così 


(1)  Un  suo  quarantottesco  sonetto  contro  re  Ferdinando  II  è  ristam- 
pato in  Cose  di  Napoli  (che  cito  più  oltre),  p.  121.  In  qual  modo  fosse 
compromesso  nel  processo,  e  il  suo  nome  unito  a  quello  del  Settembrini 
racconta  egli  stesso  nella  prefazione  alla  2.a  ed.  del  Commento. 


XXI.  -  UN  COMMENTATORE  DI  DANTE  241 

tradusse  nel  1853  il  Manuale  di  diritto  romano  del  Ma- 
ckeldey  e  nel  1857  il  Trattato  del  possesso  del  Savigny  (1), 
e  annotò  per  le  scuole  alcuni  testi  di  lingua  (2),  e  altresì 
una  scelta  di  canti  popolari  toscani  (3).  Simile  occasione 
ebbe  il  commento  su  Dante,  al  quale  venne  sollecitato 
da  un  libraio,  avendone  egli  già  n  la  materia  pronta  per 
il  lungo  studio  e  il  grande  amore  con  cui  aveva  studiato 
sempre  il  poema  di  Dante  n.  Nella  prima  edizione,  che 
fu  del  1 856  (4),  scriveva  :  "  Offro  al  pubblico  un  Com- 
mento, in  cui  profittando  dell*  opera  di  quanti  mi  pre- 
cedettero, da  Pietro  figliuolo  di  Dante  fino  al  Bianchi, 
e  sapendone  a  tutti  il  debito  grado,  ho  pure  e  nella  so- 
stanza e  nella  forma  posto  tanto  di  mio,  che  ben  posso 
quanto  molti  altri  chiamarlo  un  nuovo  Commento  " .  Il  lavoro 
piacque  ai  n  dantisti  "  napoletani,  tra  i  quali  erano  allora 
alcuni  assai  valenti  è  viveva  ancora  l'autore  del  Veltro, 
rinnovatore  o  addirittura  fondatore  dello  studio  storico  di 
Dante,  Carlo  Troya  :  "  le  cui  cortesi  parole  (scrive  TAn- 
dreoli,  preludendo  alla  seconda  edizione)  parecchi  dei 
suoi  amici  probabilmente  non  hanno  obliate,  ed  io  certa- 
mente ricorderò  finche  viva  n. 


(1)  Manuale  di  diritto  romano  contenente  la  teoria  delle  istituzioni  di 
F.  MACKELDEY,  nuova  traduzione  italiana  con  annotazioni  dell'avvo- 
cato Raffaele  Andreoli  (Napoli,  G.  Pedone  Lauriel,  1853);  Trattato  del 
possesso  secondo  i  principi  di  diritto  romano  di  F.  C.  SAVIGNY,  tradu- 
zione ecc.  (ivi,   1857). 

(2)  I  fioretti  di  san  Francesco,  con  note  di  R.  Andreoli  (Napoli,  Pe- 
done Lauriel,  1852);  C.  TOLOMEI,  Lettere,  annotate  da  R.  Andreoli 
(Napoli,   1859). 

(3)  Canti  popolari  toscani,  scelti  e  annotati  (Napoli,  G.  Pedone  Lau- 
riel,  1857). 

(4)  Napoli,  Perrotti,   1856. 

16 


242  XXI.  -  UN  COMMENTATORE  DI  DANTE 

AH*  avvicinarsi  dei  nuovi  tempi,  nel  1859,  l'Andreoli 
ebbe  dal  governo  borbonico  la  nomina  di  ufficiale  di  prima 
classe  nel  dicastero  dell'  Interno;  ma  non  I*  accettò  per  non 
prestare  giuramento,  e  in  quell'ufficio  entrò  solo  dopo  il 
plebiscito,  nel  1 860,  al  tempo  della  Luogotenenza,  quando 
appartenne  anche  alla  Guardia  nazionale.  Fu  poi  capo- 
sezione nel  ministero  dell'  Interno,  a  Torino  e  a  Firenze, 
e,  più  tardi,  consigliere  di  prefettura  a  Firenze  e  a  Na- 
poli. Nel  1864  scrisse  su  documenti  ufficiali,  per  inca- 
rico dello  Spaventa  allora  sottosegretario  di  Stato  per 
l' Interno,  una  relazione  sul  brigantaggio,  diretta  a  pro- 
vare che  il  brigantaggio  attingeva  forza  ed  alimento  da 
Roma,  ossia  dal  papa  e  dal  re  Francesco  II,  rifugiato  colà; 
i  quali  n  coi  modi  adoperati  dall'  uno  per  conservare  e 
dall'altro  per  riprendere  la  propria  dominazione,  non  po- 
tevano meglio  dimostrare  quanto  e  l'uno  e  l'altro  avessero 
meritato  di  perderla  n.  Ma  non  tralasciò  del  tutto  gli  studi 
letterari,  e  compose  alcuni  articoli  su  storie  e  costumanze 
napoletane,  e  alcuni  versi,  che  poi  nel  1875  raccolse  in 
un  volumetto  da  offrire  agli  amici  (  1  )  ;  e  nel  1 863  fece 
una  riedizione  del  suo  commento  su  Dante  (2),  con  ritocchi 
e  con  nuova  prefazione. 

In  questa  prefazione  egli  osserva  che  Dante  sarà  com- 


(  I  )  Cose  di  Napoli,  offerte  ai  suoi  amici  da  RAFFAELE  ANDREOLI 
(Roma,  tip.  elzeviriana,  1 875).  Contiene  un  bozzetto:  //  molo  di  Napoli, 
del  1865;  la  relazione  Un  anno  di  brigantaggio;  un  articolo  sugli  Usi  e 
costumi  napoletani  del  De  Bourcard,  del  1 866  ;  alcuni  capitoli  di  una 
storia  del  Regno  di  Napoli,  interrotta  nel  1859;  e  alcuni  versi  italiani 
e  dialettali. 

(2)  Napoli,  tip.  nazionale,  1863.  Se  ne  fece  una  ristampa  in  tre  vo- 
lumi a  Voghera,   1864. 


XXI.  -  UN  COMMENTATORE  DI  DANTE  243 

mentalo  in  modo  sempre  nuovo  con  lo  svolgersi  della  vita 
intellettuale,  morale  e  civile  del  popolo  italiano  ;  ed  esem- 
plifica questo  concetto  (che  ha  del  vero,  senza  dubbio,  ma 
è  colorito  alquanto  politicamente)  con  una  effusione  patriot- 
tica e  politica.  "  Coll'unità  d'Italia  sotto  uno  scettro  costitu- 
zionale si  è  già  attuata  la  parte  migliore  del  sistema  di  Dante; 
un'  altra  parte  non  meno  importante  poco  può  tardare  ad 
attuarsene  con  la  cessazione  del  papale  dominio  ;  e  il 
commento  di  oggi  potrebbe  non  servire  domani,  appunto 
come  quello  di  ieri  non  fa  più  per  oggi.  Tanto  che  Italia 
vivrà,  converrà  ben  lasciarla  in  molta  parte  commentare  il 
suo  poema  da  se.  Io  credo  che  la  lupa  di  Dante  da  nes- 
suno sia  stata  dichiarata  meglio  che  dall'  Antonelli  (1/ 
cardinale),  e  dal  Merode;  e  che  fra  tanti  spositori  del 
Veltro,  che  la  caccerà  per  ogni  villa,  nessuno  lo  abbia 
interpetrato  meglio  di  Vittorio  Emmanuele  n. 

Alcuni  anni  dopo,  Gaspare  Barbèra,  volendo  arricchire 
di  un  Dante  con  commento  la  sua  Collezione  scolastica, 
domandato  in  proposito  parere  a  Domenico  Carbone,  ebbe 
da  costui  T  indicazione  del  lavoro  dell' Andreoli,  n  il  più 
bel  commento  moderno  che  si  possegga  n  (I);  ed  egli  l'ac- 
colse nella  sopradetta  collezione  nel  1870  e  lo  ristampò 
molte  volte  non  senza  qualche  ritocco  introdottovi  dall'au- 
tori (2),  e,  come  si  è  detto,  si  ristampa  ancora  dalla  sua 
casa  in  edizione  stereotipa  (3). 

Era  l' Andreoli  nel  1 873  consigliere  di  prefettura  a  Na- 


(1)  Annali  bibliografici  del  Barbèra  (Firenze,  1904),  p.  301. 

(2)  11    quale    die  fuori    anche    un   fascicoletto  di  Appunti  su  Dante 
{Roma,  libr.  Manzoni,   1878). 

(3)  Ho  innanzi  la  ristampa  del  1918. 


244  XXI.  -  UN  COMMENTATORE  DI  DANTE 

poli,  quando  lo  Spaventa,  —  che  già  l'aveva  avuto  presso 
di  se  nel  1861  nel  periodo  della  luogotenenza  e  di  nuovo 
a  Torino  nel   1 863-4,  e  ne  aveva  sperimentato  la  probità 
e  la  capacità  grande,  —  divenuto  ministro  dei  lavori  pub- 
blici, gli  scriveva  (Roma,   18  luglio   1873):   "Caro  An~ 
dreoli,  Avrei  bisogno  di  te.  Senza  un  uomo  che  ti  somi- 
gli, il  mio  carteggio  particolare  non  va.  Vorresti  tu  venire 
in  Roma  in  missione  presso  di  me  ?  Serberesti  il  tuo  posto 
in  cotesta  prefettura.    Io  non  potrei  offrirti  che  le  inden- 
nità d'uso.  Rispondimi  subito.  Tuo  S.  Spaventa  ".  L'An- 
dreoli  accettò,  e  per  quasi  tre  anni,   cioè  fino  al  famoso 
18  marzo  del    1876,  fu  capogabinetto  dello  Spaventa.  Il 
quale  rimase  sempre  teneramente  ricordevole  di  lui  e  non 
cessava  dal  lodare  e  dal  rimpiangere  quel  collaboratore, 
che  ™  gli  leggeva  nel  cervello  n  (come  soleva   dirmi),  in- 
terpetrando    il  suo    pensiero  a  perfezione  e  traducendolo 
nelle  limpide  lettere  che  sottometteva  alla  sua  firma. 

Ma  il  18  marzo,  che  segnò  la  catastrofe  della  Destra, 
fu  anche  in  certo  modo  la  catastrofe  dell' Andreoli,  uomo 
di  Destra  e  fedelissimo  a  quel  partito,  in  un  tempo  in  cui 
l'adesione  a  un  partito  era  effetto  di  profondo  convinci- 
mento e  formava  impegno  d'onore.  Egli  fu  balzato  subito 
dal  ministro  Nicotera,  partigiano  e  vendicativo,  in  piccole 
residenze  di  provincia;  e  a  queste  vicende  allude  nella 
prefazione  al  suo  Vocabolario  napoletano,  dove  scrive  con 
amaro  sarcasmo  :  "...  quando  le  bieche  ire  di  parte  mi 
condannarono  alla  solitudine  ed  al  letargo  di  una  remota 
e  meschina  residenza,  ingannai  col  più  geniale  lavoro  della 
compilazione  di  quest'opera  gli  ozi  a  me  fatti  da  tutt'altri 
che  un  Dio  w. 

Dimorò,  tra  l'altro,  parecchi  anni,  per  ragioni  di  ufficio, 


XXI.  -  UN  COMMENTATORE  DI  DANTE  245 

nella  riviera  ligure  ,  a  Oneglia  e  a  Porto  Maurizio  ;  e 
dei  luoghi  di  quella  riviera  cercò  le  memorie  storiche,  e 
compose  e  die  fuori  nel  1878  la  Storia  di  San  Remo  (1), 
e  nel  1881  una  storia  di  Oneglia  (2),  ed  egli  celiava, 
in  un  sonetto  rimasto  inedito,  su  questa  piccola  città,  sul 
cervello  dei  suoi  uomini  che  però  han  poca  voglia  di  la- 
vorare, sulle  piacenti  e  gentili  sue  abitatrici  dalla  lingua 
aguzza,  e  concludeva  : 

Io  le  vo'  bene  a  questa  leggiadretta, 
ed  essa  me  ne  volle  almen  quel  giorno 
che  nome  a  me  di  cittadin  suo  diede. 

Nella  mia  gran  città  riporre  il  piede 
io  pur  dovrò;  ma  a  te,  mia  piccoletta, 
so  che   spesso  il  mio  cor  farà   ritorno. 

In  altri  suoi  versi,  che  hanno  sapore  quasi  di  cosa  quat- 
trocentesca, si  diverte  a  fare  un  vivace  e  grazioso  boz- 
zetto della  spiaggia  di  Porto  Maurizio  : 

Quando  a  bagnarmi  son  entrato  in  mare, 
v'  erano  sette  tra  donne  e   donzelle, 
giovani  tutte  e  quasi  tutte  belle; 

e  facevano  un  chiasso,  un  diavolio, 
che  dubitai  contro  Anfitrite  irata 
si  fosser  le  Nereidi  ribellate. 

Quale  ad  un'assicella  era  aggrappata, 
qual  de'  sugheri  avea  sotto  l' ascella, 
e  tal  due  zucche  accosto  alle  mammelle...  (3). 


(1)  Storia  di  San  Remo,    brevemente    narrata    da  RAFFAELE  AN- 
DREOLI  (Venezia,  stab.  Antonelli,  1878). 

(2)  Oneglia  avanti  il  dominio  della  casa  di  Savoia  (Oneglia,  tip.  di 
Gio.  Ghilini,  1 88 1  )  :  con  ritr.  dell'autore. 

(3)  Bagno  di  mare,  Porto  Maurizio,    1885. 


246  XXI.    -  UN  COMMENTATORE  DI  DANTE 

Die  fuori  anche  in  quel  tempo  una  traduzione  del  Can- 
tico dei  cantici  (1)  e  un  volumetto  d'istituzioni  lettera- 
rie (2);  ma  il  lavoro  principale,  a  cui  allora  attese,  fu  il 
Vocabolario  napoletano-italiano,  del  quale  aveva  concepito 
1*  idea  sin  da  prima  del  1 870,  dimorando  come  consigliere 
di  prefettura  in  Firenze,  e  aveva  raccolto  colà  gran 
parte  del  materiale.  n  La  mia  salute  è  buona  (scriveva 
a  un  amico  (3)  da  Porto  Maurizio,  29  dicembre  1 885), 
ed  io  ne  profìtto  per  dare  le  ultime  cure  al  mio  Voca- 
bolario napoletano-italiano,  frutto  di  parecchi  anni  di  un 
vero  lavoro  di  benedettino.  Esso  è  già  bello  e  terminato 
e  non  mi  resta  che  rileggerlo  e  farvi  gli  opportuni  ritoc- 
chi. Fra  tre  o  quattro  mesi  al  più  tardi,  esso  sarà  pronto 
per  la  stampa,  la  quale  però  non  potrà  aver  luogo  che 
costà  e  sotto  i  miei  occhi.  Stampato  che  sia,  canterò  con 
Simeone  :  Nunc  dimitte  servum  tuum,  Domine  ;  perchè  mi 
parrà  di  aver  fatto  quel  poco  (pochino  davvero),  che  po- 
tevo fare  per  il  mio  Paese  n. 

Il  Vocabolario  (4),  stampato  presso  il  Paravia,  venne 
in  luce  nel  1887  (5).  Ed  è  una  delle  migliori,  e  forse 
senz'altro  la  migliore,  attuazione  dell'  idea  manzoniana  dei 
vocabolari  dialettali  indirizzati  a  favorire  in  Italia  la  for- 


ti) //  cantico  dei  cantici,  recato  in  versi  da  RAFFAELE  ANDREOLI 
(Oneglia,  Ghilini,   1884). 

(2)  Nozioni  fondamentali  dell'  arte  del  dire,  proposte  agli  insegnanti 
da  RAFFAELE  ANDREOLI  (Firenze,  Barbèra,   1888. 

(3)  A  mio  zio,  signor   Raffaele   Ferrarelli. 

(4)  Vocabolario  napoletano-italiano,  compilato  da  RAFFAELE  AN- 
DREOLI (Torino,  Paravia,  1887  :  in  8.°  gr.,  pp.  XI-805).  Porta  in  fronte 
la  dedica  :  «  Alla  mia  città  natale  —  questo  istrumento  d'italiana  coltura  — 
umile  pegno  dell'  amor  mio  —  consacro  ». 

(5)  L'  edizione  fu  fatta  a  spese  dell'  autore  in  tremila  copie. 


XXI.  -  UN  COMMENTATORE  DI  DANTE  247 

mazione  dell*  unità  della  lingua.  L'Andreoli  aveva,  circa 
la  lingua  italiana,  un  concetto  non  certo  profondo  e  filo- 
sofico, ma  praticamente  di  buona  efficacia  :  che  cioè  alla 
perizia  in  essa  concorrano  1*  uso  vivente  fiorentino  e  la 
conoscenza  dei  buoni  scrittori  (I),  o,  come  scrisse  nella 
prefazione  al  Vocabolario,  che  n  la  lingua  italiana  è  l'i- 
dioma fiorentino,  regolato,  rimondato,  ed  arricchito  dai 
buoni  scrittori  di  tutta  la  nazione  n.  Con  questo  tempe- 
rato manzonismo,  studiò  assai  il  parlare  fiorentino  "  in  più 
anni  di  stabile  e  studiosa  dimora  nella  cara  Firenze  n  ;  e 
col  suo  lavoro  lessicografico  ebbe  V  intento  n  di  aiutare  i 
suor  compaesani  a  tradurre  il  dialetto  napoletano  in  buona 
e  viva  lingua  italiana  tt.  E  gran  peccato  che  questo  Vo- 
cabolario, in  cui  alla  sicura  conoscenza  dei  vocaboli  na- 
poletani si  unisce  la  non  meno  sicura  conoscenza  degli 
equivalenti  toscani  o  italiani,  e  che  può  prestare  ottimi 
servigi,  sia,   da  più  anni,  affatto  esaurito  in  commercio. 

Allo  stesso  amico,  a  cui  è  diretta  la  lettera  riferita  in- 
nanzi, FAndreoli  scriveva  (23  ottobre  1885):  n  ...Penso 
che  ho  terminato  i  miei  venticinque  anni  di  servizio  o  ser- 
vitù che  si  voglia  dire,  e  che  con  lo  spirare  del  prossimo 
dicembre  terminerò  pure  il  triennio  del  mio  ultimo  stipen- 
dio. Il  1886  mi  troverà  dunque  pensionabile,  se  non  pen- 
sionato ;  ed  è  già  un  gran  che  per  chi  non  aspira  ad  altro 
che  al  riacquisto  della  sua  libertà  n.  Ottenne  in  effetto, 
nel  luglio  del  1887,  il  collocamento  a  riposo;  e  se  ne 
tornò  nella  sua  città  natale.  Dove  visse  presso  che  soli- 
tario, visitato  da  qualche  raro  e  vecchio  amico;  e  vi  morì 
quattro  anni  dopo,  il  28  giugno   1891. 


(1)  Nozioni  cit.,  p.  57. 


248  XXI.  -  UN  COMMENTATORE  DI  DANTE 

Dalle  notizie  che  sono  venuto  offrendo  della  vita  e  delle 
opere  dell'Andreoli  esce  chiara,  a  me  sembra,  la  fìsono- 
mia  di  questo  caro  e  modesto  uomo,  che  si  chiamava  da 
se  stesso  "  dilettante  n,  e  nondimeno  fu  il  contrario  del 
dilettante,  perchè  la  vita  sua  e  tutti  i  suoi  lavori  si  mo- 
strano informati  a  un  unico  concetto,  a  quel  concetto  di 
cultura  ed  educazione  nazionale,  che  era  1'  anima  della 
scuòla  liberale  moderata  italiana.  Da  quel  pensiero  nacque 
il  commento  al  nostro  maggior  poeta  ;  da  quello,  le  storie 
delle  piccole  terre  d*  Italia  ;  da  quello,  infine,  ¥  opera  del 
vocabolario  educatore,  che  sollevasse  dal  parlare  plebeo 
al  parlar  colto,  dallo  spirito  dialettale  allo  spirito  nazio- 
nale. Il  suo  commento  a  Dante  è  da  oltre  sessant*  anni 
sussidio  all'agevole  intendimento  di  quella  poesia;  il  vo- 
cabolario è  stato  consultato  e  adoperato  con  frutto,  e 
potrà  giovare  ancora  se  sarà  rimesso  in  circolazione. 
Quanti  scrittori,  di  assai  maggior  fama  di  lui,  possono 
vantare   un'efficacia,  benefica  e  tangibile,   pari  alla  sua? 


INDICE  DEI  NOMI 


Alagno  (cT)  Lucrezia,  21-27. 

Albergato  V.,  61. 

Alfonso  d'Aragona,  re  di  Napoli, 
21-27. 

Altamura  S„   187. 

Andreoli  R.,  193,  238-47. 

Angaran  O.,  71. 

Apollonia,  99. 

Aquino  (d*)  T.,  principe  di  Casti- 
glione,  146. 

Aranda  (conte  di),   164. 

Aragonesi  (principi)  di  Napoli , 
113-4. 

Ardenti  (degli)  accademia,  3,   20, 

Ariosto  G.,  74-5. 

Ariosto  L.,   11,  74-82,   115. 

Ariosto  0..74-82. 

Ariosto  V.,  75. 

Aristotile,   13,  77,  78. 

Ayrer,   122. 

Ascalona  (di)  duca,  viceré  di  Na- 
poli,  138,   139. 

Auriemma  L.,  87. 

Azzia  (d')  G.  B.,  marchese  della 
Terza,  44,  46. 

Balzac,    190. 


Balzo  (del)  R„  principe  di  Ta- 
ranto, 2 1 . 

Barbaro  E,  9,    10. 

Barbèra  G.,  243. 

Barotti  G.  A.,  74,  75. 

Basile  G.  B.,  94. 

Basile  Marzia,  93-106. 

Belisa  Larissea  :  v.  Pignone  del 
Carretto  I. 

Bellarmino  R.,  66. 

Bembo  P.,    12,    14. 

Benavente  (di)  conte,  viceré  di  Na- 
poli,   102. 

Benenato  C,  29,  33. 

Bernhardt  Sara,  210. 

Besso  M.,  73. 

Bidera  G.  E.,   188. 

Bisento  (de)  B.,  29. 

Boccaccio  G.,    1 1 . 

Boglio  G.,  21. 

Bonghi  R.,   113. 

Bongo  P.,  83,  84,  87,  88. 

Borbone  (di)  Conestabile,  5. 

Bourcard  (de)  E.,    191-2. 

Bourcard  (de)  F.,   187-99. 

Brancaccio  G.  C.,  39.  44-6. 

Brancaleone  F.,  31,  44. 


I  nomi  che  appaiono  nella  Bibliografia  shakespeariana,   a  pp.  228-37  del  volume, 
non  sono  trasfusi  in  questo  indice. 


250 


INDICE  DEI  NOMI 


Broschi  C,   167. 

Bruni  A.,  44. 

Bruno  G.,  33,  60,  108-9,  122. 

Bucca  T.,  45. 

Bucchis  (de)  A.,  44. 

Buccino  A.  :  v.   Caracciolo  A. 

Buccino  Luisa,  213. 

Bulifon  A.,  143-45. 

Buonafede  A.,  64-66. 

Cacciatore  L.,  45. 

Caffarello:  v.  Maiorana  G. 

Callisto  V.  papa,  25. 

Canevari  A.,  50. 

Cantelmo  R.,  duca  di  Popoli,  1 42, 

147-48. 
Capasso  N.,  35,   141. 
CapeceG.,  14 1,146,  148,150,151. 
Capece  S.,   14,  39. 
Capua  (di)  G.  T.,  15-16,  44. 
Capua  (di)  A.,  duca  di  Termoli,  5. 
Capua  (di),  principe   della   Riccia, 

132,   134. 
Caracciolo  A.,  44. 
Caracciolo  A.,  principe   di  Melis- 

sano,  210-20. 
Caracciolo  F.,  44. 
Carafa  A.,  generale,    139. 
Carafa  F.,  marchese  di  S.  Lucido, 

38,  44,  46. 
Carafa  G.  B.,    14. 
Carafa  M.,    132,    133-34,    145. 
Carafa  T.,   132,   140,   141,   150. 
Cardia  V.,    130. 
Carani  L.,  64. 
Caravaggio  (da)  P.,    112. 
Carbone  D.,  243. 
Carlo  di  Borbone,    re    di    Napoli, 

158,   162. 
Carlo  II,  re  di  Spagna    148. 
Carlo  V,  imperatore,    1. 
Carlo  Vili,  re  di  Francia,  55. 
Carlotta    di    Borbone,    principessa 

del  Brasile,   170-71. 
Carolina,  regina  di  Napoli,    163. 
Carretto  (del)  F.  6.,  ministro,   194. 


Carriola  (della)  G.,  93-106. 

Casanova  G.,   169. 

Castagna  N.,   191. 

Castaldo  A.,  38-39,  45. 

Castelvetro  L,  62. 

Castiglione  B.,    12. 

Castrovillari  (di)  duca,  6. 

Catullo,    129. 

Cecchi  Prudenza,  99. 

Celere  D.,  84-87. 

Cesareo  (di)  duca,    194. 

Charlet,    190. 

Christ  W.,  93  n. 

Cialdini  E.,    192. 

Cirillo    G.   P.,    136,    153,    154, 

158-60,  186. 
Cocco  P.,  brigante,  201-204. 
Cocceij,  barone,   165. 
Coccio  di  Fano,  64. 
Collenuccio  P.,  4-5. 
Collison  Morley  L.,  221-22. 
Colombier  Marie,  210,   213,  217, 

218. 
Colonna  F.,  5. 
Colonna  P„  5. 
Colucci  R.,   191. 
Conca  G.  B.,  44. 
Cortese  G.  C,  94. 
Consalvo  di  Cordova,  28. 
Coppola  L.,   188. 
Corenzio  B.,  50. 
Cossovich  E.,   188. 
Croce  B.,  71,  73,  237. 
Curz  L.,  7-8. 

Dalbono  C.  T.,   188,   192. 
Dante,  11-13,  225,  238-47. 
Dentice  L.,  39,  44,  45,  46. 
Domenichi  L.,  64. 
Donato,  grammatico,  35. 
Doria  A.,    14. 
Duclère  T.,  187. 

Elze  Th.,   117. 

Emili  (d*)  E.,  64. 

Enrico  VI,  imperatore,  54. 


INDICE  DEI  NOMI 


25 1 


Erasmo  da  Rotterdam,  58-73. 
Eslava  (de)  A.,    1 12. 

Falco  (di)  B.,    1-20,  32. 

Faria  (di)  marchese,   170. 

Farinello  :  v.  Broschi  C. 

Fausto  da  Longiano,  64. 

Federico  II,  re  di  Prussia,    165. 

Ferdinando  IV,  re  di  Napoli,  51, 
52,  57. 

Ferdinando  II,  re  di  Napoli,    194. 

Fergola,  generale,   192. 

Ferrante  I  d'Aragona,  re  di  Na- 
poli, 5. 

Ferrarelli  G.,    150. 

Ferrari  G.,   128,   137. 

Filangieri  C,  37. 

Filelfo  F.,  24. 

Filippo  II,  re  di  Spagna,  46. 

Filippo  V.  138-39. 

Flamini  F.,  58. 

Flavio  G.  P.,  44,  46. 

Folengo  T.,  58. 

Fonseca  (de)  Pimentel  Eleonora, 
170-178. 

Franco  N.,  59,60. 

Gagliano  (di)  A.,    14. 

Galiani  F„  35. 

Gambacorta,  principe  di  Macchia, 

146. 
Garzoni  T.,  60. 
Gatti,  litografo,   190. 
Gazzella  G.  B.,  44-45. 
Gentile  C.,  200-209. 
Gentile  D.,    136  n. 
Genoino  G.,  56. 
Genovesi  A.,    186. 
Gesualdo  C.,    14* 
Gesualdo  F.,   14. 
Gioberti  V.,  226. 
Giovane  (del)  G.  D.,  44. 
Giovanna  I,  regina  di  Napoli,  55. 
Giovanni  d'Angiò,  26-27. 
Giovio  P.,  60. 
Giovo  N.,  155. 


Giraldi  Cintio  G.  B.,  76. 

Giudice,  principe  di  Cellamare,  1 42. 

Goethe,   161. 

Goldbeck,  91. 

Goyzueta  (de),  duchessa  di  Luscia- 

no,   162-63. 
Goyzueta  (de)  F.,    162-69. 
Gonzaga  Giulia,    14. 
Grandville,    190. 
Granito  A.,   139. 
Gravina  P.,  31. 
Grineo,  66. 
Guarniero  M.,  96-97. 
Gundolf  F.,  222-23. 

Incogniti  (degli)  accademia,  3,  4,  20. 

Janin  J.,    190. 

Karr  A.,   190. 
Krug  W.  T.,  90-91. 

Landau  M.,    149,   150. 
Landino  C.,    12. 
Landò  O.,  61. 
Latouche,  ammiraglio,   1 77. 
Lauro  P.,  62-64. 
Lauzières  (di)  A.,    188. 
Leoniceno  N.,  59. 
Leopoldo,  imperatore,    148. 
Lorenzini  F.,   154. 
Lombardi  M.,    191. 
Lucchesi  G.,  50. 
Luciano,  60,  72-73. 

Machiavelli  N.,    12. 

Maiorana  G.,    184  n. 

Malatesta  S.,  21. 

Manzoni  A.,  223. 

Maramaldo  F.,  6. 

Mackeldey,  241. 

Maiello  C.,  141-42,  146-48,  151. 

Maio  (marchese)   194. 

Malinconico  N.,  50. 

Maria  (de)  F.,  50. 

Maria  Teresa,  imperatrice,    167. 


252 


INDICE  DEI  NOMI 


Maria  Tudor,  reg.  d'Inghilterra,  46. 

Maldacea  B.,  4. 

Margherita  d* Angiò,    1 09- 1 1 0. 

Mariconda  A.,  39,  44,  46. 

Marino  G.  B.,  64-65,  66. 

Martorano  B.,   14. 

Masaniello,  56. 

Mastriani  F.,   187,   189. 

Mazzacane  G.  C,    128-29. 

Mazzini  G.,  221,  223. 

Metastasio  P.,   166. 

Medinaceli  (di)  duca,  viceré  di  Na- 
poli,  142,   147. 

Meissonier,   190. 

Meursio  G.,  88. 

Miguel  (don)  di  Braganza,   171. 

Mirelli  G. ,  principe  di  Teora , 
214-16. 

Mocenigo  Z.,   164. 

Monnier  Marco,  52. 

Monti  (delli)  P.,  44. 

Morhof  D.  G.,  88-90. 

Mura  (de)  F.,  50. 

Muscettola  G.  F.,  39,  44,  45,  46. 

Museo  :  v.  £%Caldacea  B. 

Napoletani,   111. 

Napoli  (mal  di),   111. 

Neri  F.,    116,    117. 

Nicolai  D.,  marchese  di  Canneto, 
185-86. 

Nicotera  G.,  243. 

Nodier  C.,   190. 

Novali  F.,  93-94,  98. 

Nulli  S.  A.,  222-26. 

Omero,    13,  225. 
Orgitano  G.,   188. 
Orsini  (card.),    133. 
Osio  T.,  88, 


159. 


Pacifico  O.,   155 
Pagano  M.,    128. 
Palizzi  F.,   187,   189. 
Palle  (delle)  S.,  39. 
Palmieri  D.,    194. 
Pansini  S.,   133. 


Parthenio  :  v.  Falco  (di)  B. 
Palizzi  N.,   187. 
Pastore  R.,  68,  70. 
Penello  S„  64. 
Persio  A.,  61. 
Petrarca  F.,   11. 

Petruccelli  della   Gattina   F.,    191. 
Petrucci,   1 1 5. 
Picone  T.,  30. 
Pigna  G.  B.,  74-82. 
Pignatelli  G.  B.,  44. 
Pignone  del  Carretto  Isabella,  du- 
chessa d'Erce,   153-61. 
Pinto,  conte,   168. 
Pio  A.,  64. 
Pisanti  F.,   187. 
Pitagora,  90. 
Platen  (di)  A.,   161. 
Platone,    13,    16. 
Polese  F.,  71-72. 
Pontano  G.,  31. 
Possevino,  66. 
Pulci  L.,   11. 

Quercia  F„  188. 

Regaldi  G.   188. 

Renata    di    Francia,    duchessa    di 

Ferrara,  63. 
Renato  d*  Angiò,  re  di  Napoli,  1 09. 
Ricci  A.  M.,  67. 
Ricoveri  (da)  M.,  39,  45. 
Rocca  (fam.),   123-36. 
Rocca  D.,   126-27. 
Rocca  F.,  127,  128,  134,  135. 
Rocca  G.,  123-5. 
Rocca  Giulia,   128-31. 
Rocca  C.  A.,    127. 
Rocca  G.  O.,  125. 
Rocca  G.,  generale,  125. 
Rocca  O.,   136  n. 
Rocca  P.,  64. 

Rocca  S.  127,  128,  132-36, 
Rocco  E.,  188. 
Romano  A.,  44. 
Rota  B.,  44,  45. 


INDICE  DEI  NOMI 


255 


Ruscelli  G.,  81. 
Ruspoli  B.  212. 
Russo  F.,  94  rx, 


106 


Salazar  L.,  211,  217. 

Salernitano  G.  L.,   39,  45. 

Salerno  (da)  A.,   50. 

Sanctis  (de)  F.,  221   226. 

Sangro  (di)  C,  146,  148,  150,  151. 

Sangro  (di)  P..  39. 

Sannazaro  I.,   11-12,  31. 

Sanseverino  F.,  principe  di  Saler- 
no,  19. 

Santacroce,  cavaliere,   168. 

Santori  G.  A.,  card.,  3 1 . 

Sarmento  S.,  33. 

Savigny  F.,  241. 

Saxen-Hildburghausen  (di)  princi- 
pe,   166. 

Scaglione  Lucrezia,   14-15. 

Scala  F.,   115. 

Scoppa  G.,  33. 

Sereni  (dei)  accademia,  3,20,38-47. 

Settembrini  L.,  240. 

Severino  G.  A.,  44. 

Severino  V.,  44. 

Sgruttendio  F.,  94. 

Shakespeare,    107-22,  221-37. 

Siciliano  L.,  50. 

Sidicino  :  v.  Zompa  (di)  L. 

Sigismondo,  imperatore,  23-24. 

Siracusa  (di)  contessa,  215. 

Soardino  P.,  44. 

Somma  G.,    191. 

Sompano  :  v.  Zompa  (di)  L. 

Spaventa  S.,  239,  242,  243. 

Spera  G.,  29. 

Spinelli  V.,  principe  di  Tarsia, 
156-58. 

Stetler,  214-16. 

Stosch,  bibliotecario,    168. 


Tansillo  L.,   58. 
Tanucci   B.,   1 63. 
Tartaglia,  ccndottiere,  21. 
Tasso  T.,  75. 
Tesi  Vittoria,   166-67. 
Tieck  L.,   120,   161. 
Toci  E.,  71,  73. 

Toledo  (di)  Pietro,  viceré   di  Na- 
poli, 2,  3,   19,  38. 
Tolosa  P.,  44. 
Torelli  G.,   191. 
Torraca  F.,    238. 
Trinculo,   117-19. 
Trivulzio  G.  G.,  19. 
Troya  C„  241. 
Tufo  (del)  G.  B„    118. 
Tuttavilla,  conte  di  Sarno,  5,  17-18. 

Ulloa  P.,   184. 
Usener  H.,  92. 

Valdés  (di)  G.,  8. 
Valeriani  G.,    191. 
Valletta  G.,    143. 
Vannetti  C.,  71-72,  73. 
Vargas  Machuca  F„  48. 
Vega  (de  la)  G.,  48. 
Velardiniello,  93-94  n. 
Ventresca,  brigante,  201-204. 
VicoG.  B.,  123-152,156,  158-60, 

225. 
Villano  F.,  39,  44,  45. 
Voltaire,   165. 
Vopisco  L.,  44. 

Warburton,    114,    115. 
Wieland,    161. 
Wolff,   115. 

Zompa  (di)  L.  A.,  18,  28-37. 
Zumbini  B.,  58. 


INDICE 


I.  Il  primo  descrittore  di  Napoli  —  Benedetto  di  Falco  .     .  1 
il.  L'amorosa  storia  di  Madama  Lucrezia  in  un*  inedita  cronaca 

quattrocentesca 21 

III.  La  tomba  del  grammatico  Sidicino 28 

IV.  L'accademia  dei  Sereni .  38 

V.  I  Seggi  di  Napoli 48 

VI.  Sulle  traduzioni  e  imitazioni  italiane  dell'  «  Elogio  »  e  dei 

«  Colloqui  »  di  Erasmo 58 

VII.  Postille  manoscritte  di  Orazio  Ariosto  ai  «Romanzi»  del 

Pigna 74 

Vili.  Libri  secenteschi  sui  misteri  dei  numeri 83 

IX.  Giovanni  della  Carriola  e  la  sua  «  Storia  di  Marzia  Basile  »  93 

X.  Shakespeare,  Napoli  e  la  commedia  napoletana  dell'arte.  107 

XI.  G.  B.  Vico  e  la  famiglia  Rocca 123 

XII.  G.  B.  Vico  e  la  congiura   di  Macchia 

XIII.  Gli  scrupoli  di  Belisa  Larissea 153 

XIV.  Il  viaggio  per  l'Europa   di  un   gentiluomo  napoletano  nel 

1774-76 162 

XV.  Un  oratorio  inedito  di  Eleonora  de  Fonseca 1  70 

XVI.  Il  «  Seminarista  calabrese  » 179 

XVII.  Una  visione  dell'ultima  Napoli  borbonica 187 


256  INDICE 

XVIII.  Versi  di  un  pastore  abruzzese 200 

XIX.   «  Courte  et  borine  » 210 

XX.  La  letteratura  shakespeariana  in  Italia 221 

XXI.  Un  napoletano    commentatore  di  Dante  —  Raffaele  An- 

dreoli 238 

Indice  dei  nomi 249 


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